sabato 29 novembre 2014

Le tappe storiche dell’affermazione del fascismo

Benito Mussolini
Dopo la prima guerra mondiale, il malcontento confluisce in un movimento dei ceti medi insoddisfatti dalla “vittoria mutilata della guerra” e dal bolscevismo.
Nel 1921 viene fondato il Pnf (Partito nazional-fascista). Benito Mussolini vuole prendere il potere (marcia su Roma), appoggiato dal Re e dal Papa. Si presenta al parlamento e ottiene la maggioranza. La chiesa toglie il suo appoggio al Ppi (Partito popolare italiano) per appoggiare il Pnf.

Fascistizzazione dello stato
Nel 1923 le squadre fasciste vengono trasformate in forze armate dello stato. Nel 1924, in occasione delle elezioni, la lista fascista minaccia l’elettorato e ottiene la maggioranza parlamentare. Mussolini si assume la responsabilità morale, politica e civile di tutti i reati fascisti, compreso l’assassinio di Matteotti e introduce una serie di leggi di riforma strutturale. Si mette in atto la modifica dello statuto albertino.
Gli esponenti parlamentari che si rifiutano di avallare il fascismo si ritirano sull’Aventino. Mussolini è nominato dal Re e risponde a questi, non al parlamento. Viene attuato un vero e proprio colpo di stato in forma legale. Vengono accettate le posizioni della Santa Sede (stato confessionale). Il governo si assume il potere di presentare progetti di legge, abolire la libertà di stampa, istituire i tribunali speciali.
Quando il regime si consolida, corona e confindustria danno il loro pieno consenso. Viene saldata la riconciliazione con la Chiesa, dopo la vena anticlericale del primo fascismo. Con i patti lateranensi del 1929, Mussolini accetta le disposizioni del Papa. 

Politiche del fascismo e breve cronologia del regime
Riduzione dei salari operai (30% circa); mantenimento degli equilibri semi-feudali nelle campagne del meridione. Durante il processo dell’unità d’Italia la leadership meridionale aveva accettato l’unificazione nazionale a patto che gli venisse garantito il dominio sulle proprietà terriere e il mantenimento di rapporti di tipo feudale. La situazione esplosiva favorisce l’emigrazione dei contadini: il fascismo inchioda i contadini alla terra col vincolo di residenza. Solo il Pci tenta un’opposizione interna, che però non mette mai in crisi il consenso al fascismo.
Nel 1936 il fascismo appoggia il colpo di stato reazionario spagnolo conseguente alla vincita elettorale della sinistra.
Vengono mandati in aiuto dei reazionari sia armi sia uomini. Sul fronte europeo, il fascismo si allea al nazismo tedesco, che ha necessità di una guerra. La classe industriale tedesca ha mire imperialistiche comuni alla borghesia internazionale, mirate a togliere a Francia e Inghilterra le loro colonie. La questione viene risolta con azioni di forza. Vengono impiegati mezzi mai visti prima. La Germania adotta il sistema della guerra lampo (utilizzo di carri armati e flotta aerea). La Francia è piegata in pochi giorni. L’Unione Sovietica, per paura dell’invasione tedesca, riesce a dirottare le armate nemiche verso la Polonia.
L’Italia partecipa alla guerra essenzialmente per timore di schierarsi contro la Germania. Gli Stati Uniti intervengono per assicurarsi il pagamento dei debiti che Francia e Inghilterra avevano contratto per le forniture militari e costringono al ritiro le truppe italiane e tedesche.
La Corona e gli industriali italiani si accorgono che è stato un errore entrare in guerra. Mussolini viene messo in minoranza e imprigionato. Il Re dà il permesso ai tedeschi di occupare l’Italia per poter scappare a Brindisi, dove viene formato il governo Badoglio. Mussolini, liberato dai tedeschi, istituisce il governo a Salò. Gli italiani sono bloccati sia dai tedeschi sia dai sostenitori della Repubblica di Salò e allora si nascondono sulle montagne. Comincia l’opposizione partigiana ai nazisti e ai fascisti, formata da vari gruppi politici, anche monarchici, ma in prevalenza comunisti. Il fenomeno è circoscritto all’Italia del Centro-nord, poiché in meridione i tedeschi non sono arrivati. 

sabato 1 novembre 2014

Il linguaggio di Proust e Kafka

La crisi del positivismo si riflette nella opere letterarie del primo ‘900, ambito nel quale si inseriscono Marcel Proust e Franz Kafka, entrambi appartenenti alla classe medio-alto borghese dell’epoca. Ed è proprio quella borghesia stanca, vuota di valori e carica di apparenze, in cui sono quasi scomparsi i fermenti innovativi che l’avevano caratterizzata nei secoli precedenti.
Marcel Proust
Un tipo di realtà che richiede vinti e vincitori (il padre di Kafka è il tipico “self made man”), dove i vinti sembrano proprio quelli non adatti e, di conseguenza, che vivono acutamente esperienze di fallimento e di emarginazione o comunque di disagio. L’apparato borghese e sociale assume l’aspetto di una “macchina” immensa e schiacciante, che condanna chi non vi si adegua.
Proust e Kafka vivono questa realtà e vi si rapportano con una tale consapevolezza e lucidità da divenirne testimoni. La mancanza di identificazione, l’oggettività che si frantuma in mille sfaccettature diverse e soggettive di una stessa realtà sfoceranno, in entrambi gli autori, nell’interiorità e nell’introspezione psicologica, laddove altri filosofi (come Nietzsche) sconfineranno nell’irrazionalismo.
Con la crisi della concezione positivista (crisi dell’uomo del Novecento), si lacera anche, dal punto di vista letterario, l’esatta rispondenza fra causa ed effetto: si parla ora di “relatività” e non tanto di “necessità” di un rapporto di questo tipo.
Franz Kafka
Il linguaggio muta in connotazione: i canoni grammaticali tradizionali vengono rispettati, tuttavia, crollata la corrispondenza biunivoca tra soggettività e oggettività, il linguaggio diventa strumento di evocazione e di analisi della realtà interiore oltre che della realtà descrittiva. Il linguaggio diventa “denotativo”, coincide con ciò che l’autore vuole descrivere e doppia è la finalità, che si articola sempre in due momenti distinti: da un lato la descrizione della realtà esterna, dall’altro l’analisi psicologica dei personaggi.
Kafka è convinto che le parole sbarrano il cammino, poiché il loro nome è una connotazione empirica (e quindi ingannevole) di una realtà più alta; il linguaggio non deve essere quello dell’inganno, bensì un linguaggio simbolistico con il quale cifrare la realtà.
Per Proust il linguaggio è, in particolare, il mezzo con cui descrivere minuziosamente le sue sensazioni. È necessario che ogni frase conservi la complessità, lo spessore e l’emotività che erano dal principio dei pensieri e delle immagini; il suo periodo grammaticale è dunque un flusso psicologico in continuo movimento, contenente decine di similitudini, di subordinate articolate in altrettante parentesi.
L’oggettività della realtà esterna si disgrega in mille realtà diverse, in visioni puramente soggettive e personali che vengono descritte dall’autore. Anche la successione cronologica degli eventi scompare quasi del tutto per sfociare in una dimensione personale e intima di concetti quali lo spazio e il tempo (si prenda, per esempio il fenomeno della memoria involontaria di Proust e l’introspezione psicologica di Svevo) e di conseguenza si infittisce l’interdipendenza tra la rappresentazione della realtà e la caratterizzazione dei personaggi: i due piani si sovrappongono continuamente. L’opera d’arte diventa soggettiva. Sono questi i connotati generali della nuova letteratura novecentesca, passata tra l’altro attraverso l’esperienza simbolista e decadentista di cui ancora per molti versi faceva parte.