lunedì 27 gennaio 2014

Problematiche del nazional-socialismo: scenario socio-economico e politico


Problematiche del nazional-socialismo
Capitolo 1

Nonostante alcuni problemi di carattere storiografico non completamente affrontati nell’analisi di questo periodo, il fenomeno “nazismo” è attualmente studiato anche dal punto di vista sociologico, psicologico e psicanalitico.
Per capire come il nazismo si sia potuto affermare e perché proprio in quei termini, con quegli strumenti e con quelle direttive, è necessario ambientare il fenomeno dando alcuni elementi della società tedesca così come esce dalla prima guerra mondiale.
La politica precedente al nazismo viene classificata come la politica della Repubblica di Weimar: la Germania esce dal primo conflitto mondiale sconfitta (una guerra che, fra l’altro, aveva voluto e intrapreso), con una spinta di carattere espansionistico e imperialistico, impoverita nella sua struttura economica, in crisi dal punto di vista sociale e dal punto di vista della società nei rapporti con lo stato.
Uno stato che era stato garanzia per la società tedesca di sintesi di dinamiche sociali, di controllo severo e disciplinato di tutte le manifestazioni della società, e garanzia, negli ultimi 50-60 anni, di uno sviluppo economico industriale molto grosso, che aveva pareggiato in poco tempo le distanze rispetto a paesi come Francia e Inghilterra.
Esce con un’economia abbastanza sfasata e con una divisione politica radicale fra alcune frange che si pongono agli estremi dell’arco parlamentare. È opportuno dire che nel corso degli anni dopo la guerra, dal 1923 al 1927, l’economia tedesca riesce in parte a risollevarsi grazie al contributo di prestiti quasi tutti a breve termine da parte del capitale e dello stato americano. Ciononostante l’economia tedesca mantiene un esercito industriale di riserva (disoccupati) a livelli abbastanza elevati; riesce a mantenere, nonostante le conflittualità sindacali, salari tutto sommato bassi; riesca a inglobare, a invischiare, la dinamica politica in una situazione che porterà in pochi anni alla sclerosi delle istituzioni statali repubblicane di Weimar.

La situazione dell’atto politico tedesco è divisa da una destra variamente colorata (con partiti che vanno dai tedesco-nazionali a quelli di carattere cattolico, a influenze dei latifondisti junker della Germania occidentale nel settore agrario), un centro di riflesso cattolico con spinta verso destra, e poi il grosso partito socialdemocratico e il partito comunista che nel corso di dieci anni vedrà uno sviluppo continuo.
I governi che caratterizzeranno questo periodo storico saranno di centro-destra sostenuti dalla socialdemocrazia, partito molto rappresentato nel paese e nel parlamento che aveva abbandonato qualsiasi volontà riformistica riducendosi ad assolvere il ruolo di difensore della costituzione.
Una socialdemocrazia che, più che pronta a controllare le mosse della destra, è in aperto conflitto e contrasto (anche di fatto, con l’impiego della polizia) con il partito comunista, che a sua volta accusa di fascismo la socialdemocrazia stessa. Si assiste quindi a una battaglia all’interno della sinistra che, anche se sotto diversi paralleli e sotto sfumature diverse, assomiglia alla dinamica politica della sinistra italiana nel periodo della nascita e avvento del fascismo.
Di fatto, una soluzione politica costituzionale sotto un’esperienza democratica è risultata impossibile: mano a mano che si avanza negli anni Venti si verifica un accentuarsi delle esigenze autoritarie con volontà golpistica sia all’interno della destra parlamentare sia in vasti settori della borghesia agraria e industriale e della piccola borghesia tedesca.
Questo periodo post-bellico di crisi economica aveva penalizzato tutta l’economia tedesca; aveva penalizzato gli operai con forte disoccupazione, ma aveva penalizzato in modo particolare, e in modo particolarmente incisivo, i ceti della piccola e media borghesia, i piccoli commercianti, i contadini, che si trovarono di fatto in una situazione di forzata proletarizzazione e di disorientamento dal punti di vista ideologico, in conseguenza alla loro crisi economica.


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venerdì 24 gennaio 2014

Soluzione esercizio 17


Denominatore comune: x(x–2)(x+2), per le seguenti scomposizioni: x2–2x = x(x–2); x2+2x = x(x+2); x2–4 = (x+2)(x–2)
Radici: x1 = 2/5; x2 = –1/2 (da verificare con i criteri di ammissibilità)
Criteri di ammissibilità: x ≠ 0; x2 ≠ ±√4; –2  ≠ 0; x ≠ ±2; 2 ≠ 0

mercoledì 8 gennaio 2014

I profeti anteriori

Storia del popolo ebraico
(dalle origini alla costituzione dello stato di Israele)
Capitolo 22 

Nelle Scritture ebraiche seguono i libri dei tre profeti maggiori, ovvero i libri più lunghi (Isaia, Geremia ed Ezechiele) e dei dodici minori, i libri più corti. Questi libri seguono i Libri storici, da Giosuè fino ai Re e sono riuniti in un’unica sezione intitolala Profeti (Nevi’im). Nella Bibbia cristiana, invece, la progressione storica continua con i Libri delle Cronache, di Esdra, di Neemia e di Ester, e i libri dei profeti sono collocati più avanti. I libri dei profeti sono suddivisi in due gruppi: il primo comprende gli otto profeti antecedenti l’esilio babilonese, il secondo i profeti dell’esilio e del periodo successivo.
Tra i libri dei profeti anteriori l’esilio, il Libro di Amos contiene il versetto che fa riferimento al popolo di Israele come popolo eletto: “Soltanto voi vi ho eletto fra le stirpi di tutta la terra; perciò io vi farò scontare tutte le vostre iniquità”. Fin dai tempi di Abramo, gli Israeliti si sono sentiti eletti, anche se l’idea non era esclusiva di questo popolo: il fenomeno dell’”etnocentrismo” è prerogativa anche dei cristiani e del musulmani. Ma il concetto di elezione, strettamente legato al fenomeno che troverà la sua espressione nell’antisemitismo, non ha nulla a che vedere con il favoritismo. Essere “eletti” non implica infatti godere di particolari favori, piuttosto aggrava la responsabilità di obbedire alla legge divina. Lo scopo dell’elezione si fa chiaro solamente nel Libro di Amos: rendere nota al mondo la parola di Dio e le sue leggi. L’essere prescelti non ha, in sostanza, alcun rapporto con l’idea di razza.
Il Libro di Isaia, invece, costituirà un ruolo centrale nel cristianesimo, poiché tante sono le profezie contenute nel libro che i cristiani vedono avverarsi nella vita di Gesù. Quanto agli Ebrei, Isaia avrebbe fatto riferimento a un futuro messianico che ancora si deve compiere.
Una traduzione errata di un passo del Libro di Isaia sta alla base del dogma cristiano dell’immacolata concezione. Il passo si riferisce alla profezia che Isaia pronuncia nei confronti del re Acaz, intorno al 735 a.C. La lingua ebraica usa parole differenti per indicare “giovane donna” e “vergine”, poiché una giovane donna potrebbe anche non essere vergine. L’esegesi ebraica sottolinea che Isaia si riferisce alla mogie di Acaz, a cui predice la nascita di un figlio, con l’appellativo di “giovane”, non con quello di “vergine”, come avrebbero poi interpretato i cristiani.
Per l’interpretazione cristiana, la profezia di Isaia ad Acaz, non si riferisce soltanto alla nascita di un figlio, Ezechia, che sarebbe poi diventato un buon re, bensì all’avvento di un nuovo principe di Israele, un futuro liberatore messianico quale ritenevano fosse Gesù. Nei Vangeli viene quindi ripetuta l’errata traduzione greca di “vergine”, citando la profezia di Isaia riferita a Maria.
Un’altra discussione sulla traduzione delle parole di Isaia sorta tra Ebrei e cristiani riguarda un altro elemento chiave delle profezie di Isaia, quella del “servo sofferente”, un uomo disprezzato e reietto che viene portato al massacro come un agnello. Gli Ebrei vedono in questa figura lo stesso Isaia, o anche tutto il popolo di Israele, mentre per i cristiani è chiaro al riferimento alla crocifissione di Gesù.


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