lunedì 15 dicembre 2014

Dislessia: la sovra-compensazione

Le difese dell’io possono anche impegnare il dislessico nella ricerca di una sovra compensazione. Anche questo tentativo rischia di riuscire più o meno bene: è una lotta, uno sforzo disperato per sormontare la difficoltà stessa, per riuscire a tutti i costi nel campo più favorevole. Il bambino si attacca alla lettura, chiede di leggere, poi passa ore sulle lezioni di studiare, moltiplica lavori di copiatura. Sarà considerato un grande lavoratore, coscienzioso e scrupoloso, anche se “privo di mezzi”. Riceverà facilitazioni e incoraggiamenti.
Ma anche questo equilibrio è instabile e si realizza sotto tensione, rischiando di sprofondare al momento degli esami di licenza o di promozione.


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martedì 2 dicembre 2014

Curiosità matematiche: l’ultimo teorema di Fermat

Pierre de Fermat (1601-1665) era un magistrato, un funzionario governativo francese e un matematico per passione. Un giorno, mentre leggeva la sua copia dell’Arithmetica di Diofanto, gli cadde l’occhio su un’espressione riportata nel libro, la classica espressione “diofantea”, quella in cui sono presenti una o più incognite con coefficienti interi e in cui si ricercano soluzioni intere. L’espressione era questa: a2+b2=c2, cioè la somma di due quadrati è a sua volta un quadrato.
Pîerre de Fermat
Fermat si rese subito conto che questa espressione ha infinite soluzioni di interi positivi per a, b, e c, ma si soffermò a pensare se esistessero soluzioni anche per potenze diverse da 2, ovvero se valesse l’espressione an+bn=cn. Concluse che ciò non era possibile e annotò sul margine del libro la seguente annotazione: “l’espressione ha soluzioni in interi positivi solo per n=2. Dispongo di una meravigliosa dimostrazione di questo teorema, ma non può essere contenuta nel margine troppo stretto di queste pagine”. Questo fu l’ultimo teorema postulato dallo studioso francese.
Da quel giorno, i matematici si misero all’opera per capire quale fosse questa “meravigliosa dimostrazione”, ma le enormi difficoltà incontrate fecero addirittura sospettare che Fermat non avesse mai realmente trovato questa dimostrazione. Per oltre trecento anni, quindi, numerose personalità matematiche cercarono, da una parte, di arrivare a una dimostrazione della proposizione in questione e riabilitare la reputazione di Fermat, dall’altra, trovare un esempio contrario (un controesempio) che confutasse tale dichiarazione.
I risultati ottenuti fino a poco tempo fa si devono a grandi nomi quali Eulero, che, nel corso del XVIII secolo, formulò una dimostrazione valida soltanto per n=3; Adrien-Marie Legendre, che dimostrò il caso di n=5, Gabiel Lamé, per il caso di n=7.
La disputa aveva ormai coinvolto tutto il mondo matematico tanto che l’Accademia francese delle Scienze mise in palio un premio di 3.000 franchi per chi avesse trovato la dimostrazione cercata.
Il passo maggiore verso tale obiettivo fu dato da Enst Kummel nel 1843, che aveva dimostrato il teorema per tutti i numeri minori di 100, fatta eccezione per i primi irregolari 37, 59 e 67. Lo sforzo gli consentì comunque di ritirare il premio di 3.000 franchi, anche perché il suo lavoro spianò la strada a tecniche di algebra astratta forse ancora più importanti della dimostrazione dell’ultimo teorema di Fermat. Nel 1908 un industriale tedesco, Paul Wolfskehl, istutuì nuovamente un premio di 100.000 marchi per la durata di 100 anni, per chi fosse giunto alla famosa dimostrazione. Nel corso degli anni pervennero oltre 5.000 lavori che però risultarono tutti falsi e la tensione crebbe a dismisura.
Quando l’ancora bambino Andrew Wiles venne a sapere per caso (leggendo il libro di E.T. Bell, L’ultimo teorema), della controversia ancora irrisolta, si appassionò subito alla faccenda. Terminati gli studi, venne nominato professore all’Institute for Advanced Study, un centro di ricerca teorica di Princeton, New Jersey (Usa).
Andrew Wiles
Nel 1985, seguendo i risultati degli studi sulla cosiddetta "congettura di Taniyama-Shimura", si ritirò in isolamento e formulò una prima dimostrazione dell’ultimo teorema di Fermat, che presentò nel 1993. Questo primo tentativo, però, si rivelò sbagliato e gli vennero trovate alcune falle logiche. Wiles, con l’aiuto di uno dei suoi primi studenti di Princeton, Richard Taylor, si dedicò alla risoluzione di quelle discrepanze. Nel 1994 giunse alla conclusione del lavoro, che fu pubblicato nel 1995, dimostrando definitivamente quello che molti matematici avrebbero dimostrato a costo di vendere l’anima al diavolo. Fra i tanti premi e riconoscimenti prestigiosi che gli vennero riconosciuti, Wiles si aggiudicò l’ancora valido Premio Wolfskehl.
Non è assolutamente verosimile che la dimostrazione del matematico inglese possa essere la stessa a cui arrivò Fermat, poiché i metodi utilizzati da Wiles erano ancora sconosciuti a quei tempi. Lo stesso Wiles affermò: “è impossibile; questa è una dimostrazione del XX secolo”.
La dimostrazione dell’ultimo teorema di Fermat, come il problema della quadratura del cerchio, è citato come esempio nella letteratura e nella filmografia come un percorso estremamente “cervellotico”, che però stimola le ambizioni personali di molte menti. 

sabato 29 novembre 2014

Le tappe storiche dell’affermazione del fascismo

Benito Mussolini
Dopo la prima guerra mondiale, il malcontento confluisce in un movimento dei ceti medi insoddisfatti dalla “vittoria mutilata della guerra” e dal bolscevismo.
Nel 1921 viene fondato il Pnf (Partito nazional-fascista). Benito Mussolini vuole prendere il potere (marcia su Roma), appoggiato dal Re e dal Papa. Si presenta al parlamento e ottiene la maggioranza. La chiesa toglie il suo appoggio al Ppi (Partito popolare italiano) per appoggiare il Pnf.

Fascistizzazione dello stato
Nel 1923 le squadre fasciste vengono trasformate in forze armate dello stato. Nel 1924, in occasione delle elezioni, la lista fascista minaccia l’elettorato e ottiene la maggioranza parlamentare. Mussolini si assume la responsabilità morale, politica e civile di tutti i reati fascisti, compreso l’assassinio di Matteotti e introduce una serie di leggi di riforma strutturale. Si mette in atto la modifica dello statuto albertino.
Gli esponenti parlamentari che si rifiutano di avallare il fascismo si ritirano sull’Aventino. Mussolini è nominato dal Re e risponde a questi, non al parlamento. Viene attuato un vero e proprio colpo di stato in forma legale. Vengono accettate le posizioni della Santa Sede (stato confessionale). Il governo si assume il potere di presentare progetti di legge, abolire la libertà di stampa, istituire i tribunali speciali.
Quando il regime si consolida, corona e confindustria danno il loro pieno consenso. Viene saldata la riconciliazione con la Chiesa, dopo la vena anticlericale del primo fascismo. Con i patti lateranensi del 1929, Mussolini accetta le disposizioni del Papa. 

Politiche del fascismo e breve cronologia del regime
Riduzione dei salari operai (30% circa); mantenimento degli equilibri semi-feudali nelle campagne del meridione. Durante il processo dell’unità d’Italia la leadership meridionale aveva accettato l’unificazione nazionale a patto che gli venisse garantito il dominio sulle proprietà terriere e il mantenimento di rapporti di tipo feudale. La situazione esplosiva favorisce l’emigrazione dei contadini: il fascismo inchioda i contadini alla terra col vincolo di residenza. Solo il Pci tenta un’opposizione interna, che però non mette mai in crisi il consenso al fascismo.
Nel 1936 il fascismo appoggia il colpo di stato reazionario spagnolo conseguente alla vincita elettorale della sinistra.
Vengono mandati in aiuto dei reazionari sia armi sia uomini. Sul fronte europeo, il fascismo si allea al nazismo tedesco, che ha necessità di una guerra. La classe industriale tedesca ha mire imperialistiche comuni alla borghesia internazionale, mirate a togliere a Francia e Inghilterra le loro colonie. La questione viene risolta con azioni di forza. Vengono impiegati mezzi mai visti prima. La Germania adotta il sistema della guerra lampo (utilizzo di carri armati e flotta aerea). La Francia è piegata in pochi giorni. L’Unione Sovietica, per paura dell’invasione tedesca, riesce a dirottare le armate nemiche verso la Polonia.
L’Italia partecipa alla guerra essenzialmente per timore di schierarsi contro la Germania. Gli Stati Uniti intervengono per assicurarsi il pagamento dei debiti che Francia e Inghilterra avevano contratto per le forniture militari e costringono al ritiro le truppe italiane e tedesche.
La Corona e gli industriali italiani si accorgono che è stato un errore entrare in guerra. Mussolini viene messo in minoranza e imprigionato. Il Re dà il permesso ai tedeschi di occupare l’Italia per poter scappare a Brindisi, dove viene formato il governo Badoglio. Mussolini, liberato dai tedeschi, istituisce il governo a Salò. Gli italiani sono bloccati sia dai tedeschi sia dai sostenitori della Repubblica di Salò e allora si nascondono sulle montagne. Comincia l’opposizione partigiana ai nazisti e ai fascisti, formata da vari gruppi politici, anche monarchici, ma in prevalenza comunisti. Il fenomeno è circoscritto all’Italia del Centro-nord, poiché in meridione i tedeschi non sono arrivati. 

sabato 1 novembre 2014

Il linguaggio di Proust e Kafka

La crisi del positivismo si riflette nella opere letterarie del primo ‘900, ambito nel quale si inseriscono Marcel Proust e Franz Kafka, entrambi appartenenti alla classe medio-alto borghese dell’epoca. Ed è proprio quella borghesia stanca, vuota di valori e carica di apparenze, in cui sono quasi scomparsi i fermenti innovativi che l’avevano caratterizzata nei secoli precedenti.
Marcel Proust
Un tipo di realtà che richiede vinti e vincitori (il padre di Kafka è il tipico “self made man”), dove i vinti sembrano proprio quelli non adatti e, di conseguenza, che vivono acutamente esperienze di fallimento e di emarginazione o comunque di disagio. L’apparato borghese e sociale assume l’aspetto di una “macchina” immensa e schiacciante, che condanna chi non vi si adegua.
Proust e Kafka vivono questa realtà e vi si rapportano con una tale consapevolezza e lucidità da divenirne testimoni. La mancanza di identificazione, l’oggettività che si frantuma in mille sfaccettature diverse e soggettive di una stessa realtà sfoceranno, in entrambi gli autori, nell’interiorità e nell’introspezione psicologica, laddove altri filosofi (come Nietzsche) sconfineranno nell’irrazionalismo.
Con la crisi della concezione positivista (crisi dell’uomo del Novecento), si lacera anche, dal punto di vista letterario, l’esatta rispondenza fra causa ed effetto: si parla ora di “relatività” e non tanto di “necessità” di un rapporto di questo tipo.
Franz Kafka
Il linguaggio muta in connotazione: i canoni grammaticali tradizionali vengono rispettati, tuttavia, crollata la corrispondenza biunivoca tra soggettività e oggettività, il linguaggio diventa strumento di evocazione e di analisi della realtà interiore oltre che della realtà descrittiva. Il linguaggio diventa “denotativo”, coincide con ciò che l’autore vuole descrivere e doppia è la finalità, che si articola sempre in due momenti distinti: da un lato la descrizione della realtà esterna, dall’altro l’analisi psicologica dei personaggi.
Kafka è convinto che le parole sbarrano il cammino, poiché il loro nome è una connotazione empirica (e quindi ingannevole) di una realtà più alta; il linguaggio non deve essere quello dell’inganno, bensì un linguaggio simbolistico con il quale cifrare la realtà.
Per Proust il linguaggio è, in particolare, il mezzo con cui descrivere minuziosamente le sue sensazioni. È necessario che ogni frase conservi la complessità, lo spessore e l’emotività che erano dal principio dei pensieri e delle immagini; il suo periodo grammaticale è dunque un flusso psicologico in continuo movimento, contenente decine di similitudini, di subordinate articolate in altrettante parentesi.
L’oggettività della realtà esterna si disgrega in mille realtà diverse, in visioni puramente soggettive e personali che vengono descritte dall’autore. Anche la successione cronologica degli eventi scompare quasi del tutto per sfociare in una dimensione personale e intima di concetti quali lo spazio e il tempo (si prenda, per esempio il fenomeno della memoria involontaria di Proust e l’introspezione psicologica di Svevo) e di conseguenza si infittisce l’interdipendenza tra la rappresentazione della realtà e la caratterizzazione dei personaggi: i due piani si sovrappongono continuamente. L’opera d’arte diventa soggettiva. Sono questi i connotati generali della nuova letteratura novecentesca, passata tra l’altro attraverso l’esperienza simbolista e decadentista di cui ancora per molti versi faceva parte.

martedì 28 ottobre 2014

Dal movimento partigiano alla Costituente

Il movimento partigiano è influenzato da ideali di rinnovamento, sia negli ambienti comunisti sia in quelli cattolici di sinistra. Gli alleati sostengono questa ondata di rinnovamento. Si costituiscono i comitati di liberazione nazionale (Cln).
Quando Roma viene liberata dagli alleati, il Re è costretto ad abdicare e delegare momentaneamente i poteri al figlio. Si ha un governo luogotenenziale che lavora con i rappresentanti dei partiti che stanno partecipando alla resistenza.
I tedeschi costituiscono la linea Gustav (dalla foce del Garigliano a quella del Sangro, passando per Cassino), che divide in due l’Italia: a Nord i tedeschi e a Sud gli alleati. Vengono deportati circa 600.000 soldati. Mussolini viene liberato e viene proclamata la Repubblica sociale italiana (Rsi), con capitale a Salò. In meridione permane il governo Badoglio e non arrivano gli ideali di rinnovamento della resistenza.
Sorge ora il problema della pace, poiché non è chiaro a che condizioni si debba firmarla. Anche sul ruolo della monarchia cominciano a nascere controversie. Queste questioni, unite al problema economico, fanno saltare il governo Parri (dicembre 1945), in carica da soli 5 mesi, istituito nel periodo costituzionale transitorio dopo la caduta del governo Mussolini. Si forma il governo De Gasperi: il peso della sinistra è minore che in precedenza. Alcide De Gasperi liquida i Cln come richiesto dai liberali, nonostante la pressione di Nenni e Togliatti. Nella primavera del 1946 si blocca l’inflazione.
Con decreto luogotenenziale si fissa il referendum per la scelta fra monarchia e repubblica: per la prima volta in Italia la votazione avviene per suffragio universale maschile e femminile. Per pochi voti (con percentuali differenti fra Nord e Sud) il referendum decreta la repubblica. Viene eletto il liberale Enrico de Nicola come capo provvisorio dello stato, e si dà incarico a un’assemblea (la Costituente) di stendere la Costituzione.
L'Assemblea Costituente della Repubblica italiana
Tra l’autunno del 1946 e la fine del 1947 avvengono fatti politici di una certa importanza: fine dei governi “rossi” e inizio dei governi “rosa”; lancio di un prestito pubblico per la ricostruzione che però fa riscoppiare l’inflazione; inasprimento dello scontro politico internazionale fra Est e Ovest che fa temere per la terza guerra mondiale; negli Usa si diffonde la dottrina Truman per contenere l’avanzata comunista, supportata economicamente dal piano Marshall, piano di integrazione economica fra i paesi capitalistici (compresi Canada e Giappone) a funzione imperialistica, uniti per lo sfruttamento dei paesi del terzo mondo. Gli Usa hanno una funzione di guida e di banca: il dollaro è l’unica moneta credibile e viene usata per gli scambi internazionali.
In Italia si sviluppa la media tecnologia. De Gasperi firma il trattato di pace. Nasce i Psdi e maturano i tempi per la cacciata delle sinistre. Saragat si stacca dal Psi. Nel 1947 vengono estromesse le sinistre dal governo e vi entra il Psdi. Si formano governi centristi. Si decide la stabilizzazione monetaria, vengono vietati i prestiti delle banche (stretta creditizia), e di conseguenza falliscono le piccole imprese e gli artigiani. Si blocca lo sviluppo industriale.
Per le elezioni del 1948 viene sfruttato il vento conservatore del meridione. La propaganda è cattolica, conservatrice e antibolscevica. Il Pci fa propaganda unitaria insieme al Psi contro da Dc, ma il risultato delle elezioni fa sfumare ogni tentativo di comunismo e socialismo: la Dc ottiene il 48% dei voti. Nella pubblica amministrazione (apparati amministrativi e giudiziari) non riesce l’epurazione dai fascisti: saranno questi a dover applicare la Costituzione. Vengono estromessi i comunisti dalle fabbriche e dalla polizia a favore di contadini del Sud. L’Assemblea costituente relaziona la Costituzione nel febbraio del 1947, mediazione fra il conservatorismo del Sud e il progressismo del Nord. Non si provvede però a modificare le leggi fasciste in contrasto con i suoi principi. La Costituzione entrerà in vigore il 1 gennaio del 1948. 

venerdì 3 ottobre 2014

Il quinto postulato di Euclide

Da quando è nato, è sempre stato considerato un brutto anatroccolo, anche da suo padre. Eppure Euclide, dopo aver tentato inutilmente di derivarlo dagli altri postulati, fu costretto a includerlo per poter dimostrare alcune proposizioni contenute negli Elementi. I tredici libri degli Elementi di Euclide sono uno dei più importanti testi matematici di tutti i tempi, una vera pietra miliare per gli scienziati di epoche successive, convinti che costituissero il paradigma perfetto della geometria e un modello per tutti i sistemi assiomatici successivi. Infatti tutta la geometria assoluta costruita dai primi quattro postulati  e dalle 28 proposizioni fondamentali da essi derivate vale anche per le geometrie non euclidee, compresa quella ellittica. Il quinto postulato, invece, fu da subito guardato con sospetto. 
Il postulato in questione riguarda il parallelismo delle rette e afferma questo: “Risulti postulato che se in un piano una retta, intersecando altre due, forma con esse, da una medesima parte, angoli interni la cui somma è minore di due angoli retti, allora queste due rette indefinitamente prolungate finiscono con l'incontrarsi dalla parte detta” (vedi figura).
Euclide rimase insoddisfatto per la sua complessità: risultava infatti molto più prolisso dei primi quattro, che sono molto più concisi. Perciò cercò di usarlo il meno possibile nella costruzione delle proposizioni successive, solo quando fosse assolutamente necessario. La prima dimostrazione in cui compare è infatti la numero 29 e fu consegnato all’umanità col dubbio della sua derivabilità.
La questione se il quinto postulato fosse o meno derivabile dagli altri quattro tenne impegnati gli studiosi per oltre 2000 anni. Le strade intraprese per risolvere il problema del quinto postulato furono essenzialmente di tre tipi: 
- proposte di modificare la definizione di rette parallele;
- proposte di sostituire il quinto postulato con un postulato alternativo;
- tentativi di dimostrazione.
Nella prima direzione si mosse Posidonio nel I secolo a.C., il cui lavoro fu ripreso da Cataldi nel 1500 e da Borelli nel 1600.
La seconda strada fu intrapresa per prima da Tolomeo nel II secolo a.C. e nei secoli seguenti da altri illustri scienziati. Nel 1795 John Playfair annunciò il postulato in questione in una formula decisamente più semplice, che viene usata ancora oggi, e Adrien Marie Legendre nello stesso periodo lo sostituì con una versione equivalente riguardante la somma degli angoli interni di un triangolo. Si era così ovviato al problema della farraginosità della proposizione originale.
A seguire invece la terza strada furono i sostenitori di Euclide, che cercarono di dimostrare il quinto postulato in modo che fosse possibile farlo diventare un teorema e mettere finalmente fine alla bufera che aveva scatenato. 
Padre Giovanni Girolamo Saccheri, poco prima di morire, pubblicò nel 1733 un tentativo di “dimostrazione per assurdo”, ovvero supponendo che fosse falso per poi ottenere una contraddizione. Ma commise un errore e la sua dimostrazione risultò formalmente non corretta. Peccato che non visse abbastanza per vedere come quel suo errore sarebbe servito a gettare le basi della geometria non euclidea...
Soltanto attorno al 1870  è stato dimostrato che il quinto postulato non dipende dai primi quattro (gli studi furono di Carl Friedrich Gauss, János Bollai e Nikolaj Ivanovič Lobačevskij, che oltretutto si disputarono la paternità dei risultati). La dimostrazione può essere considerata a ragione un “uovo di Colombo”: infatti la terra non è piatta e ciò che si verifica sul piano non segue le stesse regole sulla superficie di una palla…
Le geometrie non euclidee furono formalizzate all’inizio del 1900 da Bernhard Riemann, Eugenio Beltrami, Henri Poincaré e David Hilbert.

giovedì 25 settembre 2014

La dominazione persiana e il ritorno in patria

Storia del popolo ebraico
(dalle origini alla costituzione dello stato di Israele)
Capitolo 23 

Sono i Libri di Esdra e Neemia che trattano la storia del Regno di Giuda dopo il ritorno dall’esilio babilonese e la ricostruzione del Tempio. A differenza di quanto successe prima, il periodo di ritorno a Gerusalemme rientra nella “storia documentata”: i racconti biblici sono stati confermati dal ritrovamento di archivi persiani e da altri documenti del Medioriente.
La “cattività babilonese” (607-537) termina con la conquista di Babilonia da parte dei persiani. Il Libro di Esdra inizia appunto con il decreto di Ciro, re di Persia, che dopo la conquista di Babilonia (539 a.C.), consente agli Ebrei che l’avessero voluto, di tornare in patria e ricostruire il Tempio di Gerusalemme.
Gli editti di Ciro furono emanati in lingua aramaica, lingua ufficiale dell’impero, poiché dopo tanti anni di esilio, l’ebraico antico era praticamente caduto in disuso. L’aramaico era una lingua semitica originaria della regione di Aram (l’attuale Siria) e costituiva la lingua ufficiale nel commercio e nella diplomazia in tutto il Vicino Oriente. Si rese quindi necessario anche tradurre la Legge di Mosè a beneficio degli Ebrei che oramai non capivano più la loro antica lingua. Le scritture successive a questo periodo furono scritte direttamente in aramaico.
Ciro fu un grande sovrano, che riunì in un unico impero (che durò circa duecento anni) gran parte del Medioriente antico, dall’India all’Egitto fino ai confini con la Grecia. L’impresa non era riuscita né agli Egiziani né ai primi Babilonesi. I persiani non imposero con la forza le loro tradizioni ai popoli sconfitti, ma permisero loro di conservare e ristabilire le proprie istituzioni.
Ma la Giudea, ormai, non esisteva più come stato, e diventa quindi solo una piccola provincia dell’impero: gran parte del territorio che occupava ai tempi del re Salomone era ormai in mano ai vicini Edomiti e Samaritani. Il potere veniva esercitato, di fatto, dalla casta sacerdotale e dal Gran Sacerdote
Gli esiliati non tornarono in massa al loro paese d’origine, ma a ondate successive. Il primo gruppo rientrò l’anno seguente alla conquista di Babilonia da parte dei persiani, alla guida di Sesbassar, “principe di Giuda”, che svolgeva funzioni di governatore locale. Fu sotto la sua guida che iniziarono i lavori per la ricostruzione del Tempio, subito interrotti a causa di conflitti interni fra i due gruppi di giudei: quelli rimasti in patria e quelli tornati da Babilonia. Il nucleo più povero dei giudei, quello non esiliato, aveva infatti rivendicato alcuni terreni lasciati abbandonati dagli esiliati, che invece si aspettavano di essere reintegrati nella loro posizione di privilegio. Circa diciassette anni dopo, una seconda ondata di esuli fu autorizzata al rientro, durante il regno di Dario I, discendente di Ciro, salito al trono nel 522 a.C..
Nel 520, sotto la guida del governatore Zorobabele, con al fianco il Sommo Sacerdote Giosuè, i lavori del Tempio furono ripresi, finanziati dallo stesso Ciro, e terminarono del 516. Anche se il nuovo Tempio non aveva la grandezza e lo splendore di quello fatto costruire da Salomone, tutti gli arredi sacri, salvati e trasportati a Babilonia, vi trovarono collocazione. Ma né in questo punto delle Scritture né in altre parti si fa accenno alle sorti dell’Arca dell’Alleanza, lasciando il dubbio se sia stata distrutta insieme al primo Tempio o se fosse stata salvata e riportata da Babilonia. Nel 458, oltre cinquant’anni dopo la dedicazione del Tempio, una terza ondata di esuli tornò in patria, durante il regno di Ataserse, successore di Dario. Esdra, funzionario ebraico del governo persiano, fu mandato a controllare che la Legge ebraica fosse rigorosamente osservata: ma sia il nucleo rimasto in patria, sia gli esuli rientrati avevano contratto matrimoni misti.
Appena tornato a Gerusalemme, Esdra, che era accompagnato da un numeroso gruppo di leviti, ristabilì le leggi e i rituali di Mosè. Alcuni studiosi affermano che Esdra fu il famoso redattore che mise insieme le quattro fonti (Jepd) fino a dare alla Torah la forma oggi conosciuta. A Esdra va comunque attribuita la codificazione estesa delle leggi, comprese quelle che regolavano il culto del Tempio e il canone delle Scritture. Contribuì alla sostituzione dei sacerdoti con insegnanti colti e preparati, i rabbini.
Prese quindi la decisone impopolare di costringere gli uomini Ebrei a ripudiare le mogli straniere e i loro figli. Poiché risulta molto strano che tutti gli uomini in queste condizioni avessero aderito all’ordine di Esdra, si può ipotizzare che in questa fase si prese in considerazione la conversione, prendendo per esempio quanto era successo a altre famose donne non ebree raccontate nelle Scritture (Tamar, Raab e Rut). Il problema dei matrimoni misti rimane un dilemma anche per gli Ebrei del giorno d’oggi. Secondo la Legge, può considerare ebreo soltanto chi è nato da una madre ebrea o chi si sia convertito al giudaismo. Gli Ebrei riformisti, dal 1983, ritengono che possano considerarsi Ebrei anche coloro nati da padre ebreo, ma i conservatori e gli ortodossi non concordano su questa posizione. Gli ortodossi, addirittura, respingono anche le conversioni al giudaismo sia riformatore sia conservatore. Tale diatriba rappresenta quindi un problema anche nell’odierno stato di Israele, con le conseguenti implicazioni politiche. 
I profeti di quest’epoca testimoniano una forte speranza messianica di restaurazione della monarchia. Ma Neemia, successore di Esdra, e fedele al governo persiano, non fece nessun tentativo di riportare sul trono la dinastia davidica.
Al fallimento di questa profezia segue il cosiddetto movimento apocalittico. Con un decreto del re persiano Artaserse II, la Torah, la cui compilazione definitiva era già stata terminata, divenne legge statale per gli Ebrei. In assenza di una monarchia l’autorità venne affidata ai funzionari del Tempio. Il Regno di Giuda divenne di fatto una teocrazia, in cui la classe sacerdotale amministrava sia la vita religiosa sia quella sociale. Il potere politico e militare rimaneva nelle mani dei Persiani.
Sotto il regno di Esdra e Neemia il ruolo del Tempio si rafforzò. A tutti gli Ebrei fu imposto l’obbligo di compiere un pellegrinaggio spirituale a Gerusalemme in occasione delle tre feste religiose più importanti.


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venerdì 5 settembre 2014

Le proprietà dei numeri primi (prima parte)

I numeri servono per contare. Ma come facciamo a contare i numeri? Se esistesse un calcolatore con una procedura specifica, questa entrerebbe in un ciclo illimitato, ovvero non godrebbe della proprietà della terminazione prevedibile. Lo stesso vale per i numeri primi?
Euclide, in un suo enunciato, affermò che “esiste un’infinità di numeri primi”, ma nessuna procedura di conteggio può confermare o invalidare questa affermazione. Eppure, da quando fu annunciato, i matematici lo ritennero vero. La sua dimostrazione, però si basava soltanto su una “generalizzazione” (ovvero: se si prende un numero primo qualsiasi, si può trovare sempre il successivo, quindi la successione può venire definita, per usare un’espressione cara a Hofstadter, come “eternamente ascendente”).
La numerabilità o meno dei numeri primi e alcune delle loro caratteristiche stanno impegnando da lunghi anni schiere di matematici illustri.
Innanzitutto la definizione di numero primo: ovvero un numero naturale che può essere diviso soltanto per 1 e per se stesso. Questa “indivisibilità” fece in modo che i numeri primi fossero associati al concetto di “atomo” della fisica.
La prima questione che salta subito all’occhio è se il numero 1 deve essere considerato primo. In base alla definizione sembrerebbe di sì, ma i matematici hanno ritenuto di non includerlo nella lista, poiché in questo modo gli enunciati dei teoremi assumevano una forma più “elegante”. Il primo dei numeri primi è quindi convenzionalmente il numero 2. E già su questo fatto si incorre nella prima particolarità: il 2 è l’unico numero primo “pari”. Già, perché i numeri pari sono definiti come quelli “divisibili per 2”, quindi, qualsiasi altro numero pari avrà come divisore almeno il numero 2, e quindi non potrà essere primo.
Ma a cosa servono i numeri primi? Dalle nostre reminiscenze scolastiche ci viene in mente subito la “fattorizzazione”, ovvero il procedimento per ridurre in fattori o insieme di numeri tale che il loro prodotto sia il numero originario (esempio: il numero 24 può essere espresso come 2x12, 2x3x4, 8x3 ecc.). Questo serve per determinare i fattori comuni di un polinomio. Per convenzione, la fattorizzazione avviene in numeri primi (usando la notazione esponenziale), poiché come affermato dal “teorema fondamentale dell’aritmetica”, ogni numero intero maggiore di 1 può essere scomposto in numeri primi in uno e in uno solo modo.
Per identificare i numeri primi non sembra esserci nessuna formula, né sembra esserci nessuna regolarità nel modo in cui essi compaiono fra i numeri interi. Dai tempi di Erastotene furono ideati vari metodi per “scovare” i numeri primi; ma rimane ancora una faccenda complicata stabilire se un dato numero è primo, soprattutto quando si parla di numeri grandi. E restano ancora dubbie le “stime” di quanti siano i numeri primi entro un determinato numero.
A dispetto di Euclide e del suo enunciato sull’infinità dei numeri primi, numerosi matematici si sono dedicati alla ricerca del numero primo più grande conosciuto (recentemente il record è di Mersenne, con un numero composto da 1 seguito da 7.816.230 cifre.

mercoledì 27 agosto 2014

Legittimazione del potere nell’assolutismo e nel costituzionalismo

Ritratto di Elisabetta I d'Inghilterra
Negli stati dell’Europa occidentale, attorno al 1600, l’affermarsi della dottrina contrattuale pone le basi per la nascita dell’assolutismo e del costituzionalismo (in Inghilterra). La dottrina contrattuale fu elaborata nell’ambito della scolastica, che si rivelò più fertile nella teorizzazione politica che nella filosofia e nella teologia.
Prima del costituzionalismo, anche in Inghilterra si ebbero esperienze di stato assoluto (Enrico VII, Enrico VII e la stessa Elisabetta I): l’assolutismo, infatti, è una tappa obbligata per l’uscita dal sistema feudale.
La dottrina contrattuale, che non  era affatto sconosciuta nel Medioevo, era stata addirittura usata dai fautori del papato e dalla Chiesa contro l’imperatore, cioè per sminuire il potere temporale del re. Infatti, se il re riceveva la propria autorità dal popolo (come affermato dalla dottrina contrattuale e come riconosciuto dalla Chiesa), il re non poteva pretendere di paragonare la dignità del suo ufficio a quello divino del pontefice. Così veniva affermata la supremazia del potere papale rispetto a quello regio, con implicazioni di tipo spirituale.
Se il re era espressione della volontà di Dio, questo valeva necessariamente anche in materia religiosa, ovvero il re avrebbe avuto potere anche in campo religioso (come nel Costantinismo tardo-romano e altomedioevale). La Chiesa quindi cercò di usare la dottrina contrattuale per limitare i poteri del sovrano in campo religioso.
Nel tardo Medioevo, invece, si usò la dottrina a favore del potere regio, affermando che il popolo, la massa dei sudditi, si è obbligata per sempre ad obbedire al sovrano. Il costituzionalismo si affermò in Inghilterra dopo la rivoluzione di Cronwell, nel 1848. Fu poi esportato in Francia e in tutta l’Europa occidentale.
Nel sistema assolutistico il sovrano esigeva dai sudditi un’obbedienza assoluta, poiché il potere gli deriva da Dio (con la riforma protestante cambierà completamente il concetto del rapporto Dio-uomo, che diventerà diretto e non più mediato dal sovrano e dalla Chiesa). Il sovrano quindi ha, da una parte, il potere che discende da Dio ed è consacrato dalla Chiesa; dall’altra, il potere è assicurato per diritto ereditario ed è basato sull’obbedienza dei sudditi.

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lunedì 4 agosto 2014

L’affermarsi della borghesia medievale

La necessità di denaro da parte dei sovrani fa spostare l’attenzione dall’aristocrazia alla nuova classe borghese. Con la trasformazione dell’economia da un sistema di sussistenza a un’economia di mercato, il fondamento su cui poggiava il sistema feudale, ovvero la distribuzione da parte del sovrano di grandi proprietà terriere per assicurarsi la fedeltà dei potenti, comincia a vacillare a favore del più comodo sistema della retribuzione in denaro, scelta favoreggiata anche della carenza di grandi regioni spopolate da conquistare come nell’età medievale.
Con l’affermarsi del sistema monetario l’influenza politica e la ricchezza cessarono di essere caratteristiche esclusive della nobiltà. I sovrani, infatti, attingono denaro dalla classe borghese, che comincia a contendere il primato culturale al clero e il primato economico alla nobiltà. Attorno al 1400, è l’umanesimo il segnale della conquista borghese della cultura, a cui darà una ventata di laicismo.
La potenza della borghesia cresce di pari passo con la dipendenza dal denaro da parte dei sovrani. Il denaro serve a finanziare guerre, mantenere la burocrazia, attuare politiche economiche e di sviluppo dell’arte per assicurarsi il consenso del popolo. Inoltre vengono richiesti grandi denari per il mantenimento di un esercito stabile, che comincia a istituirsi in contrapposizione al sistema miliare medievale del vassallaggio della cavalleria. In epoca feudale il servizio miliare era costituito dalla cavalleria. I vassalli erano obbligati a prestare questo tipo di servizio secondo le necessità del sovrano. La cavalleria presupponeva il predominio politico-sociale dell’aristocrazia terriera (solo gli aristocratici potevano permettersi di allevare cavalli).
Sito web per questa immagine: assesempione.info
Nel 1300/1400, invece, a decidere le grandi battaglie (guerra dei cent’anni tra Francia e Inghilterra) sono i soldati a piedi (balestrieri e arcieri inglesi di provenienza borghese) e non più la cavalleria. La stessa cavalleria del duca di Borgogna si infrange contro la parte borghese e contadina dell’esercito svizzero.
L’interesse dei monarchi si sposta verso queste nuove classi sociali, i campi di battaglia apparterranno sempre più alla fanteria, addestrata alla maniera svizzera. La difesa delle mura del castello poco poteva contro le armi dell’artiglieria. L’isolamento materiale del re e della cavalleria cessa di essere il fondamento del loro potere, fondamento che si trasforma quindi dalla difesa all’attacco, cioè in una capacità operativa. La guerra comincia a essere un’arte, nasce l’esigenza di una tattica militare. L’esercito si trasforma in un mestiere e chi si arruola comincia a essere pagato. La carriera militare attira un sacco di gente di diversa indole, ideologia e lingua nelle regioni feudali, facendo venir meno il suo carattere di omogeneità. Con la retribuzione dei militari i sovrani trovano più consono assoldare una cavalleria permanente di cui poter disporre in ogni momento. La cavalleria permanente non è più costituita dall’aristocrazia, che perde quindi importanza.

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mercoledì 30 luglio 2014

Problematiche del nazional-socialismo: la crisi socio-economica e la reazione tedesca


Problematiche del nazional-socialismo
Capitolo 2

La crisi del 1929 che colpisce l’economia americana, non lascia indifferente la situazione economica tedesca: impedisce di fatto il rifinanziamento dei vecchi prestiti, impedisce la continuazione di quello sviluppo economico che aveva visto adesso i suoi primi inizi.
Questo porterà in pochi anni la società tedesca a una crisi economica e sociale gravissima. Alcuni dati: i disoccupati passano nel giro di cinque anni da un 1,5 milioni a circa 6 milioni; oltre il 40% della classe lavorativa industriale di trova, nel 1933-34, disoccupata. Il paese si trova con vaste masse in ribellione per le condizioni materiali a cui sono costrette.

In questi anni è presente, negli elementi piccolo borghesi, ma anche nelle fasce militari e in gran parte delle imprenditorie industriali, un senso di insoddisfazione e di accuse profonde nei confronti della società e degli altri paesi industriali che avevano costretto la Germania, attraverso la pace di Versailles, a condizioni pesanti, tra cui far fronte alle spese di guerra, eliminare gran parte dell’esercito, smilitarizzare la Renania. Queste condizioni comprendevano anche l’atteggiamento di tipo imperialistico che la società francese e inglese adottava nei confronti della Germania, e quindi il tentativo di soffocare in un tunnel lo stato e l’economia tedesca.

La Germania reagì con uno spirito di rivalsa, di cancellazione dei trattati, di eliminazione, dallo spirito delle masse popolari, del senso di sconfitta e della ricerca immediata di un capro espiatorio, di un colpevole a cui addebitare le colpe della crisi attuale come conseguenza della sconfitta bellica.
Immediatamente il partito nazional-socialista individuerà in quella che verrà chiamata la “vena comunista e bolscevica” la causa della sconfitta. Ecco che, all’interno di tutte queste dinamiche in parte contradditore che confluiscono a determinare una situazione di instabilità, si fa strada questo nuovo fenomeno che assumerà ben presto l’organizzazione di un partito, il partito nazional-socialista.

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sabato 5 luglio 2014

Soluzione esercizio 22


Denominatore comune: (x–3)(x+3), per la scomposizione: x2–9 = (x–3)(x+3)
Radici: x1 = 1; x2 = –5/4 (da verificare con i criteri di ammissibilità)
Criteri di ammissibilità: x ≠ 0; x2 ≠ ±√9; 3  ≠ 0; x ≠ ±3; –3 ≠ 0


domenica 29 giugno 2014

Soluzione esercizio 20


Denominatore comune: –1x(x–2)(x–1), ovvero –x(x–2)(x–1), per le scomposizioni: x2–3x+2 = (x–2)(x–1); 2–x = –1(x–2)
Radici: x1 = 2;  x2 = 2/3 (da verificare con i criteri di ammissibilità)
Criteri di ammissibilità: –x ≠ 0; x ≠ 2; –2  ≠ 0; x ≠ 1; –1 ≠ 0

sabato 7 giugno 2014

Il controllo delle pulsioni nello sviluppo della personalità

Sigmund Freud
Compito degli educatori, oltre alla formazione culturale, è anche lo sviluppo psichico dell’individuo. In questo ambito, assume un ruolo di grande importanza fornire gli strumenti per sviluppare una personalità autonoma e libera, capace di dominare i propri impulsi e rimandare ad altre sedi e circostanze, se necessario, la soddisfazione di bisogni e desideri. Il processo di apprendimento di questa capacità viene sottolineato con particolare attenzione da studiosi di formazione psico-pedagogica, quali lo psicologo e pedagogista svizzero Jean Piaget e il fondatore della psicanalisi Sigmund Freud.
Piaget parla dei bisogni come manifestazione di uno squilibrio che necessita di riadattare la condotta a un cambiamento nella struttura fisica e mentale. Lo psicologo svizzero sottolinea l’importanza che il bambino impari, quando lo sviluppo mentale lo consente, a reprimere i bisogni. In termini concreti questo si riflette nell’imparare a rispettare i propri turni e quelli degli altri, a conoscere e controllare i propri ritmi psico-fisici e a rinviare, se necessario, la soddisfazione dei bisogni. In questo modo il bambino imparerà anche le regole della convivenza, primo passo per una socializzazione serena con gli altri.
Freud, per l’approccio diverso allo studio del comportamento, parla preferibilmente di pulsioni dell’Es. Sebbene non si sia occupato in modo specifico di pedagogia, nelle aperture pedagogiche del suo approccio psicanalitico, mette in evidenza come l’Es, sede delle pulsioni istintuali, funzioni secondo il processo primario, la cui caratteristica principale è la tendenza alla scarica immediata della pulsione.
Come sia centrale il controllo della pulsione nel pensiero freudiano, lo si rileva dal fatto che nella teoria dello sviluppo dell’Io, assume grandissima importanza quel momento in cui l’Io diventa il controllore dell’Es
Fra i fattori che permettono questo sviluppo, Freud ne indica uno che, a differenza degli altri, non è di carattere fisico-biologico, ma prettamente pedagogico. Questo fattore è rappresentato dall’ambiente, identificato soprattutto nella figura della madre, che aiuta il bambino a controllare l’Es. 
Emblematica e significativa per il controllo delle pulsioni è la rimozione delle pulsioni edipiche, origine della formazione del Super-Io. Nel superamento del complesso edipico il compito dell’educatore sembra essere minimo se non nullo, perché per Freud il complesso di Edipo tramonta per insuccesso seguendo un programma di sviluppo determinato. Per quanto riguarda invece le aspirazioni individuali, che in Freud si identificano nella parte positiva dell’ideale dell’Io, viene sottolineata l’importanza del controllo di queste aspirazioni, anche perché quando queste non possono essere raggiunte, provocano frustrazione e perdita di autostima. L’Io non risulta più adeguato alle richieste dell’ideale dell’Io.
In questo senso, sapersi controllare è invece condizione necessaria alla formazione di una personalità che non sia schiava delle proprie ambizioni e dei propri bisogni. 

sabato 24 maggio 2014

In un altro mondo: il contest Cei per una vita originale e senza sottotitoli

Giovani senza futuro, senza valori e senza responsabilità: questo si sente dire delle nuove generazioni. E allora perché non proporre delle strade alternative? Nel mondo della Chiesa, per esempio, che a ben saldi i principi dell'educazione, della solidarietà, della famiglia. Valori veri, valori che fanno crescere, valori che fanno diventare uomini migliori.
Per avvicinare i giovani al mondo della chiesa e dei suoi valori, la Cei oggi parla col linguaggio dei giovani. E propone un contest per selezionare quattro fortunati che avranno la possibilità di vivere un'esperienza unica e indimenticabile che si potrà ricordare per tutta la vita: partire e vivere per mese in un altro mondo, nei posti dimenticati della terra. Un'esperienza di volontariato e testimonianza senza uguali, di quelle che fanno sentire nel profondo di noi stessi il nostro "essere sociale", il valore della solidarietà, di cosa significa sporcarsi le mani e chinare la schiena per offrire il proprio aiuto. Un'esperienza che i quattro fortunati racconteranno con i lori articoli, i loro video e le loro fotografie.
Il contest è illustrato nel sito www.inunaltromondo.it, dove sono spiegate pure le modalità di adesione al concorso. Un sito che comunque vala la pena di visitare a prescindere, per rendersi conto di cosa realmente la Chiesa fa per la gente che non ha avuto la fortuna di nascere "nell'altra parte del mondo". Per rendersi conto di quello che è la realtà vera nel terzo mondo. Per rendersi conto che forse quella è la strada che permette di non rimpiangere nel futuro le cose che non si sono fatte.
Il viaggio all'interno del sito è illuminante e toccante: vi si leggono frasi e vi si vedono immagini e video che fanno pensare.
Per poter partecipare al concorso Cei è molto semplice: sul sito troverete step by step tutto quello che dovrete fare: per candidarsi è necessario avere un'età compresa tra 22 e 30 anni e mandare un video di presentazione, tre fotografie e un breve racconto. L'organizzazione valuterà i materiali inviati e selezionerà 20 ragazzi finalisti che potranno essere convocati a Roma per un corso di formazione (vitto, alloggio e spese di trasferta saranno a carico dell'organizzazione). Tra i 20 finalisti saranno selezionati i quattro che avranno la possibilità di vivere questa grande esperienza e portare la loro testimonianza preziosa a tutti gli altri. Quattro i posti individuati dove sarà possibile vivere per un mese la vita "in versione originale e senza sottotitoli":
- la Casa della Provvidenza, struttura che accoglie le bambine di strada di Calcutta (India);
- il Centro Kivuli, a Nairobi (Kenya) per i bambini dello slum e gestito dall'associazione Amani;
- una delle strutture di Medici con l'Africa Cuamm in Mozambico;
- la Little Nazareth home, per le bambine di Manila, nelle Filippine.
I quattro selezionati parteciperanno a un corso di preparazione al viaggio, che ha l'obiettivo di formarli sia come volontari sia come inviati, per portare la loro testimonianza diretta e far riflettere il pubblico.
Loro ti aspettano, tu che aspetti? I want you!

Articolo Sponsorizzato

lunedì 5 maggio 2014

Mono Carrasco, l’ultimo muralista

Dopo pranzo mi chiama per farmi vedere il filmato che ha preparato per l’inaugurazione della mostra. Vuole un mio parere. Arrivo in salotto, dove si respira il suo immenso lavoro, quasi con timore reverenziale. Eppure, anche se non ci siamo frequentati molto, ci conosciamo da 40 anni.
Appena parte il video mi assale l’emozione: sto guardando un altro pezzo della storia del Cile che la dittatura di Pinochet ha distrutto, ma di cui misteriosamente è emersa una copia, anche se non completa; sconfinata in chissà quale baule, nascosta in chissà quale valigia, arrivata clandestinamente in Italia come il mio ospite.
Alcune immagini storiche della Brp
Nel video, rigorosamente in bianco e nero, si vedono i componenti di uno dei 19 gruppi della storica Brigada Ramona Parra mentre, di notte, si armano di tolle di vernice, di cappelli e impermeabili, per uscire in silenzio e spargersi per le strade di Santiago a colorare i muri.
Quella storica Bridaga a cui il grande e compianto cantautore cileno Victor Jara dedica una canzone che ne diventa l’inno. Tra le immagini che scorrono, ecco apparire un fotogramma in cui si vede il mio ospite: è Hector Roberto Carrasco, l’ultimo muralista della BRP rimasto in attività.
Carrasco, che cambierà il nome in clandestinità in Eduardo Carrasco, ma poi sarà molto più conosciuto con il suo soprannome, Mono, nel video appare giovanissimo: siamo infatti nel 1969, nel pieno della campagna a sostegno di quello che diventerà il primo presidente marxista eletto democraticamente nelle Americhe: Salvador Allende.
Carrasco, che è già entrato nelle fila della gioventù comunista cilena, per sostenere la campagna di Allende fonda, insieme ad altri ragazzi, la storica Brigada Ramona Parra. Nel 1969 ha soltanto 15 anni e, senza saperlo, fa già parte della storia.
Eduardo Mono Carrasco ora abita in un paesino in provincia di Alessandria, e vive vendendo le sue opere. Sono stata a casa sua perché, il 26 di aprile, si è inaugurata una mostra delle sue produzioni più significative. Esposte nella storica sede della Società operaia di mutuo soccorso di ambo i sessi Soms Edmondo De Amicis di Torino (corso Casale 134), rimarranno alla visione del pubblico fino al 4 di luglio. Oltre all’esposizione sono previste tre serate in cui sarà sempre presente l’artista a colloquiare con la gente.
Hector Roberto Carrasco, detto Mono
Il 26 di aprile si è tenuta appunto l’inaugurazione della mostra con aperitivo, il 23 di maggio ci sarà la serata con aperitivo e concerto del duo Canción Nueva, uno dei migliori complessi italiani che si ispirano al filone della Nueva canción chilena e musica folkloristica latinoamericana, e per la conclusione del 4 di luglio, una serata molto particolare: un "viaggio" in Cile, un percorso immaginario (ma che può diventare realtà per molti), attraverso bellissime immagini girate sul posto in un tour reale, e per ultimo una cena con piatti e vini tipici.
Durante la serata del 26 aprile, Eduardo Mono Carrasco ha parlato in maniera interessante ed esaustiva della storia del mural in Cile, di quella sua esperienza vissuta dagli inizi e proseguita anche dopo l’espulsione dal suo paese, a seguito di quel tragico colpo di stato militare, appoggiato dagli Stati Uniti, che ha barbaramente deposto e ucciso Salvador Allende, ha instaurato una dittatura caratterizzata da una forte repressione dell’opposizione, ritenuta, non a torto, un vero e proprio sterminio di massa (3 mila oppositori politici uccisi, 130 mila arrestati in maniera arbitraria, sistematiche violazioni dei diritti umani, torture, espulsioni e sparizioni forzate).
Perché il muralismo, in Cile, non ha tradizione artistica e storica come in altri paesi dell’America Latina, per esempio Cuba e Messico. Nasce proprio in quegli anni della campagna di Unidad Popular che porterà alla presidenza Salvador Allende. Una forma d’arte al servizio della politica, in pratica.

La locandina della mostra
al Soms E. De Amicis di Torino
«Noi non avevamo i mezzi economici per contrastare, in campagna elettorale, una destra alle cui spalle stavano i nomi più potenti», ricorda Carrasco. «Così dovevamo inventarci qualcosa che fosse un messaggio chiaro per la gente, che non necessitasse di grandi capitali, che rimanesse impresso nella mente dei futuri elettori. Ci venne l’idea di costituire gruppi di volontari (eravamo 90 gruppi in tutto il paese), che di nascosto, durante la notte, riempissero i muri con il nome di Allende. Il giorno dopo, naturalmente, i muri venivano cancellati. E noi, alla notte, uscivamo di nuovo a dipingerli, spesso scontrandoci con la polizia».

Nascono così le brigate muraliste cilene (la Brigada Ramona Parra, la Brigada Inti Peredo, la Brigada Elmo Catalán), e, qui in Italia la Bridaga Luis Corvalán, poi diventata Brigada Pablo Neruda. Tra tutte, la Brigada Ramona Parra sarà quella che avrà il ruolo di maggiore importanza fino ad arrivare a essere un fenomeno di massa che coinvolge volontari desiderosi di appoggiare il movimento di Unidad Popular.


Hacia la libertad
«Durante e anche dopo le elezioni», continua Carrasco, «il problema era illustrare alla gente il programma elettorale di Allende, quei punti basilari su cui aveva fondato la sua campagna politica. Ma il Cile è un paese geograficamente particolare: una lunga striscia di terra schiacciata fra il mare e la cordigliera. Parliamo di più di 5 mila chilometri di lunghezza, con i problemi di spostamento e di circolazione, e soprattutto con il problema dell’analfabetismo, molto elevato in quegli anni. Da qui l’idea di usare l’arte del muralismo come mezzo di comunicazione sociale, oltre che politico. Si costituì, dapprima, un nucleo di muralisti e pittori per creare un punto di riferimento, per organizzare il lavoro ideando messaggi e il modo di visualizzarli. Tra di loro ci fu il mio maestro, Roberto Matta, un importante pittore cileno. Imparammo la tecnica artistica dai muralisti messicani, che l’avevano sviluppata prima di noi dopo la rivoluzione del 1910, e che ha prodotto artisti di fama internazionale quali Diego Rivera e David Alfaro Siqueiros, con spunti presi dalla grafica cubana di quegli anni. Così cominciarono ad apparire nelle scuole, nelle comunità, nelle strade, sui muri, dove venivano messi in evidenza le idee e le aspirazioni di Unidad Popular».


El cobre es chileno
In quegli anni, infatti, sorgono opere monumentali, come quella dipinta sul ponte "Capuchinos" che raggiunge i 130 metri di lunghezza, o tutta la serie di dipinti che copre i muri della via centrale di Santiago, l’Avenida España.

Reforma agraria
«Abbiamo realizzato disegni ispirati alle grandi riforme di Allende: la nazionalizzazione del rame, la riforma agraria, la campagna per un quarto di litro di latte al giorno», prosegue Carrasco, «il latte arrivava dal Belgio ed era in polvere: ci rendevamo conto che c’era tanta gente analfabeta, che non capiva le istruzioni per preparare questo tipo di latte. Così disegnammo le istruzioni».

L'11 settembre del 1973 arriva il colpo di stato e la dittatura di Pinochet cancella tutto. Oggi, di quei murales, di quel pezzo di storia, di quell’arte, non rimane nulla. L’attività muralista è proseguita in esilio, dove ha assunto la forma della protesta, della lotta, dell’opposizione.
Carrasco, esule in Italia, disegna una delle copertine dei dischi del complesso Inti-Illimani, Hacia la libertad, riempie i muri delle città con i suoi colori e i simboli della resistenza.
Per gli stessi Inti-Illimani realizza i murales di sfondo ai numerosi concerti tenuti durante gli anni dell'esilio nel nostro paese.

«Ora che in Cile è tornata la democrazia», conclude Carrasco, «i muri della capitale sono tornati a riempirsi di colori. Ognuna delle stazioni delle cinque linee della metropolitana sono affrescate con un mural in tema con il quartiere o il luogo della fermata del mezzo urbano: un ospedale, un monumento, una particolarità del posto. E anche i miei dipinti oggi hanno una funzione sociale: mi chiamano a fare disegni nelle scuole, per campagne umanitarie, per abbellire i quartieri. Lavoro spesso insieme alla gente, soprattutto con i bambini. Il mural è arte per la gente e deve coinvolgere la gente».







Ma Eduardo Carrasco, oggi, ha anche riprodotto, in acrilico su legno o su tela, e in dimensioni da quadro, quei disegni che fecero la storia del Cile e che non si possono più ammirare se non guardando le sue opere. Così a Torino è possibile vedere e comprare, fra gli altri, alcuni soggetti "cult", come El cobre es chileno, Reforma agraria (due punti del programma di Allende: nazionalizzazione del rame e riforma agraria) e Hacia la libertad, la copertina del quarto disco pubblicato dal gruppo Inti-Illimani in esilio in Italia. Opere che non dovrebbero restare invendute.



venerdì 18 aprile 2014

Cile: musica, ritorno al passato

Santiago, 22 marzo 2014. Le strade della capitale, "las anchas alamedas", tornano a riempirsi di gente in marcia. Sembra di essere tornati ai primi anni Settanta, ai tempi del movimento di Unidad Popular che avrebbe poi portato alla guida del paese il primo presidente marxista eletto democraticamente in America Latina: Salvador Allende. O, comunque, la colonna sonora è la stessa.
Il logo della campagna
Sì, perché il 22 marzo (la prima delle tante manifestazioni programmate), la gente è scesa in piazza, capitanata da decine di musicisti, a urlare lo slogan Mas Música Chilena (più musica cilena). Uno slogan che diventa subito un logo e un hashtag che invade i principali social network.
Ciò che chiedono i musicisti, soprattutto i giovani, è che almeno il 20% del palinsesto radiofonico del paese sia dedicato alla musica dei tantissimi gruppi e solisti cileni. Non come ora, che quasi la totalità delle messe in onda riguarda musica d'importazione, soprattutto reggaeton.
Insomma, i cileni voglio ascoltare in radio i loro idoli casalinghi. Ma che tipo di musica si produce in Cile al giorno d'oggi?
Siamo a 40 anni di distanza dal sanguinoso colpo di stato appoggiato dagli Stati Uniti. Quello che depose Salvador Allende, che nel blitz al palazzo presidenziale perse la vita. Quello che rinchiuse nello stadio della capitale 5 mila attivisti politici di sinistra, tra cui Victor Jara, uno dei più grandi cantautori latinoamericani, torturato e ucciso pochi giorni dopo. Quello che sterminò tutta la cultura cilena, perseguitò e vessò il poeta Pablo Neruda, che morì prima di poter espatriare. Quello che soffocò il movimento culturale e musicale nella Nueva Cancion Chilena (Ncch), legato indissolubilmente a doppio filo con la campagna politica di Salvador Allende.
I componenti del gruppo La Horda durante la campagna
per chiedere il 20% in più di musica nazionale
Un movimento artistico, quello della Ncch, iniziato negli anni Sessanta, la cui paternità è legata principalmente a nomi indimenticabili quali Victor Jara, Violeta Parra e i suoi due figli, Ángel e Isabel, Patricio Manns, Patricio Castillo, Sergio Ortega, Eduardo Carrasco. Un movimento artistico che si proponeva di recuperare la musica tradizionale, la musica popolare (nel senso di ritmi e canzoni che appartengono al popolo, non nel senso che diamo noi a questo termine, che equivochiamo tra "musica popolare" e "musica che ha popolarità", nel senso di notorietà). Un movimento musicale che presto si lega alla musica andina, che, seppur più tipica di paesi quali Bolivia, Perù ed Ecuador e che sfiora il Cile solo per un lembo del grande norte (la zona del deserto di Atacama al confine col Perù), si unisce perfettamente alla Ncch nella visione panamericana di Violeta Parra, che porta in Cile strumenti musicali tipici delle zone andine, come il charango.
Quel movimento che è conosciuto in tutta Europa soprattutto per l'opera di complessi rimasti "intrappolati" dal colpo di stato: il gruppo fondato da Victor Jara, i Quliapayun, che chiesero asilo politico a Parigi e gli Inti-Illimani, che l'11 settembre 1973, il giorno del colpo di stato, si trovavano a Milano per un concerto e per 15 anni rimasero in Italia, a Roma, in attesa di poter rientrare in patria.
Sono passati appunto 40 anni da quel terribile 11 settembre: proprio lo scorso anno si sono svolte in Cile e in tutti i paesi dove sono rimaste grosse comunità di cileni allora esiliati, manifestazioni di ogni tipo.
Leit motiv delle celebrazioni: 40 años los mismos sueños (40 anni gli stessi sogni) e Ni perdón ni olvido (né perdono né oblio). Di gruppi musicali in Cile ce ne sono tanti, come tanti ce ne sono sempre stati in tutta l'America Latina. Tanti gruppi o musicisti solisti, tantissimi giovani. Che usano i mezzi dei giovani: i social network, i video clip, le dirette in streaming dalle sale di registrazione. Che fanno la musica dei giovani: rock, pop, musica leggera. Che usano gli strumenti dei giovani: chitarre elettriche, batterie, bassi.
Ma con una particolarità: il recupero del passato. Sempre più giovani musicisti cileni, infatti, stanno recuperando i valori della loro tradizione musicale, riscoprendo i cantautori della Ncch, i ritmi folkloristici, la musica andina. E spesso legano il discorso artistico alla protesta politica. Perché se la dittatura è finita, la situazione politica, economica, sociale del paese ha bisogno di percorrere di nuovo molta strada.
Un immagine della manifestazione Mil guitarras para Victor
Così, ai gruppi storici tradizionali come Quilapayun, Inti-Illimani (che nel frattempo si sono divisi in due complessi separati), gli Arak Pacha, Los Jaivas, i Kollahuara, gli Illapu, tanto per citare i più famosi, ecco affiancarsi nuovi nomi di gruppi e solisti. Che riscoprono i grandi valori del passato e, tra le tante manifestazioni per i 40 anni dal colpo di stato, organizzano Mil guitarras para Victor (Mille chitarre per Victor), un raduno dove vengono alzate in aria le chitarre per commemorare Victor Jara nel 40° anniversario della sua morte, per ricordarne il sacrificio, il martirio, la tortura, la sua immensa umanità. Ma vediamo quali sono i più famosi e operosi gruppi o solisti che ripropongono le indimenticabili canzoni della Ncch.

Figli d’arte
Camilo Salinas
I primi giovani ad accostarsi alla musica tradizionale e alla riscoperta della Ncch sono sicuramente i "rampolli" dei maestri che hanno fatto grande la storia della musica cilena, e che continuano, spessissimo al fianco dei genitori, a riproporre gli intramontabili successi.
Magari con strumenti nuovi e arrangiamenti moderni, come nel caso di Camilo Salinas, figlio di Horacio Salinas, (compositore, leader e direttore artistico degli Inti-Ilimani, ora di Inti-Illimani Histórico, a seguito della scissione del gruppo in due distinti complessi), che suona pianoforte e bandoneón nel gruppo del padre.
Sebastian Seves
Cristóbal Berrú
Appassionato di tromba, suona anch'egli con il padre ma in un gruppo a parte, Los Insobornables, Cristóbal Berrú, figlio di uno dei fondatori degli Inti-Illimani, Max Berrú.
Sempre parente di un componente del gruppo Inti-Illimani Histórico è Sebastian Seves, detto Tato, nipote della più bella voce maschile dell'America Latina, José Seves. Sebastian è compositore, suona chitarra e percussioni in vari gruppi, come La Orquesta Popular, e ha recentemente inciso Tormenta 'e cuecas, un cd che raccoglie canzoni al ritmo di cueca, il ballo nazionale cileno.
Ismael Oddó
Attivissimo in campo musicale è Ismael Oddó, figlio dell'indimenticabile Guillermo Oddó del complesso Quilapayun. Guillermo, soprannominato Willy, fu assassinato da una prostituta all'età di 48 anni. Nel 2003, quando alcuni dei vecchi esponenti del gruppo Quilapayun, si riunirono dopo anni, integrarono nell'organico alcuni musicisti nuovi, tra cui Ismael, che appartiene anche al gruppo di rock cileno Clectivo Cantata Rock e incide anche come solista.
Sul palco insieme ai genitori anche i nipoti di Violeta Parra, Angel Parra jr. con il padre Angel e Tita Parra, con la madre Isabel.

Il gruppo Quilapayun oggi è formato da Eduardo Carrasco, Carlos Quezada,
Hernan Gomez, Ruben Escudero, Hugo Lagos, Guillermo Garcia,
Ricardo Venegas, Ismael Oddó, Sebastian Quezada, Ricardo Venegas jr. (Caito)
e Fernando Carrasco


Veterani e juniores
Inti-Illimani Histórico. Da sinistra: Fernando Julio, Camilo Salinas, José Seves,
Horacio Durán, Danilo Donoso, Hermes Villa-Lobos Bernadotte e Horacio Salinas
 


















Non è solo Camilo Salinas l'unico giovane entrato a pieno titolo nel gruppo Inti-Illimani Histórico.
Al fianco dei tre maestri di sempre (Hoacio Salinas, Horacio Durán e José Seves), sono diventati componenti ufficiali del gruppo altri 3 giovani: il bassista Fernando Julio, il percussionista Danilo Donoso ed Hermes Villa-Lobos Bernadotte, un giovanissimo virtuoso del flauto traverso.
Claudius Rieth
Felipe Gana
Giovanissimo anche il talentuoso ingegnere tecnico del suono, Claudius Rieth, fondatore della sala di registrazione Estudios Triana e il tirocinante Felipe Gana Schulbach. Claudius è anche un apprezzato cantante di musica pop con all'attivo già diversi cd.
Giovani troppo seri? No, se si pensa che Danilo, Camilo e Fernando fondano un trio, che chiamano Los Bipolares, con cui fanno musica pop, con videoclip girati da registi professionisti come qualsiasi gruppo di musicisti giovani farebbe oggi. Divertente anche una versione rimodernizzata di Tu vuo fa l'americano di Renato Carosone (Camilo Salinas è nato e vissuto in Italia durante gli anni dell'esilio per la dittatura).
Inoltre, Danilo, Fernando e Claudius, insieme ad altri musicisti, hanno ora aderito a un progetto che ha appena lanciato il video della canzone Mi Cazuela (qui su YouTube), primo lavoro del Colectivo Musicalisazón, che ha l'obiettivo di promuovere e diffondere la cucina cilena come opera d'arte. Il lavoro, sottilmente ironico ed estremamente delicato, ricorda quello che potrebbe essere il surrealismo di Elio e le Storie Tese.


Gli Inti-Ilimani®. Da sinistra: Efrén Vera, Jorge Coulón,
Marcelo Coulón, Juan Flores, Daniel Cantillana, César Jara,
Manuel Meriño. Seduto al centro Christian González
Cesar Jara
Stessa alternanza tra veterani e giovani nell'altro gruppo rimasto dopo la scissione in due degli Inti-Illimani, gli Inti-Ilimani®. Accanto agli storici fratelli Jorge e Marcelo Coulón e al decano Juan Flores, si sono aggiunti i giovani Daniel Cantillana (1974), approdato alla musica per caso (da giovane saltò dagli studi di arte a quelli di Ingegneria commerciale); Christian González (1974), che arriva dall'Istituto di musica dell'Università cattolica del Cile, dove ha seguito  studi come Interprete di flauto traverso; il figlio d'arte Manuel Meriño (1972), che si avvicina alla musica all'età di dieci anni, a 12 di iscrive al Conservatorio di Talca e nel 1991 frequenta la Scuola moderna di musica dove consegue un diploma di composizione e arrangiamenti con specializzazione in musica popolare; Efrén Vera (1971), il membro cubano del gruppo che ha portato ritmi e sapori del centro-america e il giovanissimo César Jara (1979), apprezzato chitarrista con studi in chitarra classica e predisposizione agli stili e alle tecniche della musica di radice popolare.

a sinistra: Ricardo Venegas, Claudio Delgado,
José Ahumada, Washington Merino, Eduardo Yáñez,
Héctor Delgado e Jorge Tapia
Nasce invece da una "costola" del gruppo Quilapayun, Ricardo Venegas, il Conjunto Preludio, che dal mese di maggio proseguirà solo con i giovani componenti, Héctor Delgado (membro informale dei Quilapayun), Claudio Delgado, Washington Merino e José Ahumada. Rimane fisso il repertorio scelto, molto fedele alla produzione anni '70/80 dei Quilapayun. Conjunto Preludio è un progetto d'arte nato per riscattare una parte importante della cultura popolare cilena che si è arricchita al calore delle innumerevoli conquiste sociali, anche se ottenute a costo di enormi sacrifici. Nascono nel 1998 sotto l'egida del progetto finanziato da Fondart, che intende inscenare teatralmente l'opera Santa Maria de Iquique, cantata popolare composta dal musicista cileno Luis Advis verso la fine del 1969 per il complesso Quilapayun. L'opera è formata da 18 parti, di cui 5 recitativi, originariamente interpretatati da Héctor Duvauchelle. La cantata narra l'episodio noto come il massacro della scuola di Santa Maria di Iquique, avvenuto il 21 dicembre del 1907 a Iquique, città del nord del Cile, per mano del generale Roberto Silva Renard durante la presidenza di Pedro Montt.

Los Bunkers
Forse il primo dei gruppi di giovani a inserire nel proprio repertorio alcuni dei brani della tradizione della Ncch è il complesso rock Los Bunkers, banda di rock cileno di Concepción formata nel 1999 da due coppie di fratelli, Fernando e Mauricio Durán, Álvaro e Gonzalo Lopez più Mauricio Basualto. Il loro stile di rock è intensamente influenzato dalle sonorità anni '60/70 e da composizioni provenienti dalla radice folklorica, fortemente ispirate alla Nueva canción chilena. Los Bunker hanno anche collaborato in vivo e inciso con il gruppo Inti-Illimani.

Bloque Depresivo
Un po' "sui generis" è Bloque Depreviso, il gruppo nato in senso alla banda di cumbia cilena Chico Trujillo: Bloque Depreviso recupera tristi ballate, boleros, valzer peruviani. Tutto inizia nel 2007 quando Aldo "Macha" Asenjo e Tocori Berrú (figlio di Max Berrú e fratello di Cristóbal) comincano a introdurre un vecchio valzerino peruviano in un concerto di Nueva cumbia chilena di Chico Trujillo: il pubblico è entusiasta e emozionato. Questi piccoli interventi continuano, eseguiti da ospiti d'eccellenza come Camilo Salinas e Danilo Donoso, vengono denominati Bloque depresivo (Blocco depressivo), e crescono poco a poco con l'apprezzamento del pubblico. L'aggettivo "depressivo" nasce da una riflessione della banda «La depressione nelle persone arriva con facilità, soprattutto in quelle che non fanno nulla per impedirlo, e finisce che le persone si contagiano da sole, i depressi e i demoralizzati. Nello stesso modo è facile che si contagino i musicisti, le persone affamate di canzoni semplici, allegre e realisticamente tristi come la stessa esistenza di chi vive».

Tutti giovanissimi i componenti del gruppo Vientos andinos, fondato nel 2006 da un pugno di universitari appassionati di musica folklorica latinoamericana. L'intento di Vientos andinos è quello di coniugare la musica popolare cilena con quella del resto del Sudamerica. Il loro repertorio è ispirato a compositori "cult" come Victor Jara e Violeta Parra e ai gruppi come Inti-Illimani, Quilapayun, Arak Pacha, Illapu. Il gruppo è formato da Kurt Fritz, Jonathan Fritz, Carlos Saavedra, Sebastian Jimenez, Luis Pinto e Alejandro Díaz. Numerosi i premi già vinti: primo posto al Festival de la Canción Ubo, premio popolarità al Festival de los Talentos Ubo, Plazas de Ñuñoa 2013, Estadio Recoleta 2013, Estadio Nacional 2013, Plazas de Ñuñoa 2014.
Vientos andinos

Stesso amore per la musica andina per il gruppo Pullay, fondato a Santiago nel 1999 con il proposito di far conoscere alla gente le radici ancestrali della musica andina e preservare le fonti cultuali dell'America.
Grupo Pullay
Gran parte delle composizioni sono scritte dai suoi componenti anche se non mancano parte delle liriche dei grandi poeti latinoamericani. Pullay riesce a fondere in perfetta armonia le radici latine con la musica moderna, le costruzioni armoniche e i contrappunti della musica classica e la forza del rock pop. I suoi giovani componenti sono Carlos Araneda, Vladimir Silva, Alejandro Navarro, Christian Soto, Victor Araya, Waldo Pincheira.

Manuel García con una collaboratrice
negli studi di registrazione 
Estudio del Sur,
dove ha registrato l'ultimo album
È il musicista cileno più commentato e ascoltato degli ultimi anni, artista prestigioso e compositore da una decina di anni. Si chiama Manuel García e i suoi primi dischi con la banda Mecánica Popular sono considerati pezzi fondamentali della musica nazionale, per il suo modo di fondere nelle composizioni il rock, il pop e il folklore. Dal 2007 presta la sua voce a Victor Jara nelle rappresentazioni dell'opera Victor Jara Sinfónico, che poi registra nel 2009 insieme all'orchestra e coro dell'Università di Concepción. Con la stessa orchestra, nel 2012, interpreta il suo repertorio in versione sinfonica. Autore di varie musiche per documentari e serie tv, interprete di canzoni tratte da poemi di Pablo Neruda, Manuel García si trova presto fra gli artisti più autorevoli degli ultimi anni, soprattutto per la ricerca di arrangiamenti che portano il suo successo ai vertici più alti, consegnandogli a pieno titolo dischi d'oro e di platino per le vendite.
Ai primi di marzo di quest'anno registra il suo ultimo disco, prodotto da un pilastro della Ncch, Angel Parra, figlio di Violeta. Durante le registrazioni in studio (trasmesse in diretta streaming sul suo canale YouTube), Angel Parra e suo figlio, Angel Parra jr., che partecipano all'incisione del disco, gli portano in studio, custodito in un cofanetto, il microfono Telefunken U47 che usò Voleta Parra per le sue registrazioni. In alcuni brani, le voci di Manuel García e Angel Parra padre vengono registrate con quello storico microfono.

Il quartetto La Horda
Scatenati come tutti i giovani amanti del rock/pop sono i componenti del quartetto La Horda, Alfredo Rockel, Ricardo Caito Venegas (figlio di Ricardo, membro storico dei Quilapayun, gruppo in cui milita anche Caito), Matías Astudillo e Alex Orellana. Fondato del 2008, il gruppo è già arrivato al terzo cd e conta videoclip diretti da nomi come Eureka Medios, Alvaro Pruneda e Oscar Olivares. Presenti in tutte le radio nazionali, a ottobre del 2012 il singolo Creando vida merita il titolo di Proposta del mese di Radio Uno Chile.
Agli inizi del 2013, La Horda contribuisce alla fondazione di Fondart, il Fondo nazionale per le arti. Questo permette al gruppo di realizzare il loro ultimo disco, VEN, il cui produttore musicale e tecnico del suono è un nome altisonante nel campo della musica cilena, Gonzalo Gonzales. Registrato negli Estudios Triana di Claudius Rieth, il disco vede la partecipazione di prestigiosi nomi della musica nazionale.
La copertina di VEN, l'ultimo album de La Horda,
che contiene la versione arrangiata
di 
Paloma quiero contarte, di Victor Jara
Nel mese di settembre 2013, in occasione dell'anniversario del 40° anno della morte del cantautore Victor Jara, La Horda diffonde nei social network il primo singolo del disco, Paloma quiero contarte (qui su YouTube), un classico del cantautore assassinato durante il colpo di stato, arrangiato dalla banda. Il videoclip è stato diretto da Oscar Olivares. Il pubblico accoglie con entusiasmo questa nuova versione, che presto arriva in tutte le radio nazionali.
Alla fine dell'anno il gruppo vince il settimo Festival de Bandas Escudo, che gli permette di effettuare tournée nel paese da nord a sud inseme a nomi prestigiosi quali Nano Stern (cantante e polistrumentista molto legato alla canzone popolare) e Los Tetas.
La ricerca costante in diversi campi artistici e la differente personalità dei componenti, fanno sì che la musica de La Horda sia composta da svariati elementi della musica popolare, anche se il rock e il pop predominano nelle proposte: il tutto è accompagnato da un messaggio lirico che invita alla costante riflessione sociale e interna dell'essere umano.

Elizabeth Morris
E le donne? Ci sono anche loro. Tra i nomi di spicco la cantautrice Elizabeth Morris, classe 1972, che scopre la sua passione per la musica a soli 17 anni.
Dopo aver frequentato il corso di composizione e arrangiamenti alla Scuola di musica popolare, si impone come polistrumentista approfondendo le sue conoscenze nella musica popolare e folklorica dell'America Latina.
Tra le sue canzoni spicca Darte luz, tratta dal suo primo cd Hacia otro mar, e Decimas. Le sue canzoni sono state cantate dai più grandi interpreti nazionali, compreso José Seves.
La copertina di Puñado de tierra,
primo album di Natalia Contesse
Altra giovanissima (classe 1978) è Natalia Contesse, compositrice, cantautrice e ricercatrice della cultura tradizionale cilena, uscita dalla Scuola cilena del folclore.
Il suo repertorio comprende ritmi tradizionali quali tonadas, cuecas, decimas e refalozas, con arrangiamenti molto elaborati e con l'integrazione di elementi moderni. Nel 2001 lancia il suo primo album, Puñado de tierra, risultato di una ricerca costante della tradizione e vincitore di due importanti premi in patria. «Nel linguaggio della nostra terra», dice Natalia, «abitano questi generi musicali e questi sono parte importante del "potere" del popolo; sono memoria, storia, identità. È bello creare partendo da lì».

Fenomeno Danilo
Danilo Andrés Donoso Trujillo, classe 1981, conosciuto come "il musicista che non riposa mai", è uno che la musica ce l'ha proprio nel sangue.
Danilo Donoso, "il batterista che non riposa mai"
Si diploma nel 1999, poi frequenta la Scuola delle arti della musica popolare dove ottiene l'attestato di interprete con specializzazione in batteria. Canta, suona le percussioni, la batteria e, quando serve, anche i flauti di pan.
Attivo su quattro social network (Facebook, Twitter, Google+ e Instagram), puntigliosamente tiene i contatti con i fans, pubblicando tutti i programmi dei concerti e le fotografie che scatta ai Sound Check e durante le esibizioni. Nessuno lo ha mai visto arrabbiato. Danilo lavora con l'entusiasmo di un quindicenne e l'allegria di un bambino in gita.
Nel suo profilo Twitter si presenta con un giro di parole che in italiano potrebbe essere reso come "un musicista con tanti complessi". E, in effetti, i complessi dove suonare non gli mancano. Membro ufficiale di Inti-Ilimani Histórico, dei Quilapayun e de Los Bipolares, è batterista ufficiale di Manuel García, integrante di Maestro Juba (insieme a Ismael Oddó), Colectivo Cantata Rock (con Ismael Oddó e Ricardo Caito Venegas), La Chilombiana, Bloque Depresivo e molti altri ancora. Nel 2013 partecipa alla realizzazione dell'album VEN, de La Horda. Nel 2014 dà l'avvio, con altri, al progetto Colectivo Musicalisazón che realizza il suo primo video, Mi Cazuela.

La rinascita delle Cantate
Santa Maria de Iquique
La copertina del vinile originale
Cantata Santa Maria de Iquique
Parlando con i cileni di Santiago che ricordano quell'11 settembre 1973 che sconvolse la storia del paese e dell'intero mondo, uno dei ricordi più vividi è il fumo. Perché, subito dopo quello che videro uscire dal palazzo presidenziale della Moneda in conseguenza dell'assalto miliare, videro le fiamme alzarsi in ogni strada e in ogni cortile: la gente bruciava libri, dischi, documenti, qualsiasi cosa potesse legarli a partiti o a ideologie di sinistra, e disfarsi così di prove che potessero incriminarli.
L'intera storia, l'intera cultura, l'intera anima del paese andava in fumo. All'estero, dopo il colpo di stato, si andava tranquillamente ai concerti e a comprare l'ultimo disco uscito degli Inti-Illimani o dei Quilapayun.
L'importante materiale ritrovato
In Cile no. Se i cileni volevano ascoltare la propria musica, dovevano far venire di nascosto videocassette o registrazioni dall'Europa e venderle a rischio della vita sottobanco al mercato. Ma tutta la produzione artistica e culturale del pre-golpe sparì per sempre.
A gennaio di quest'anno, una componente del Balletto folclorico cileno Pucará, stava facendo trasloco e le capitò di dover svuotare un vecchio baule.
Le venne in mano una copia originale del nastro master della Cantata Santa Maria de Iquique, la Cantata Popular che Luis Advis scrisse ispirato dal massacro di operai avvenuto nel 1907.
Ismael Oddó e i tecnici degli Estudios Triana
durante la masterizzazione del nastro
L'artista, Maritza Las Heras, si era totalmente scordata che qualcuno le avesse consegnato quel nastro per custodirlo. Negli anni in cui fu incisa l'opera, infatti, Matitza aveva preso parte a uno spettacolo di danza ispirato alla Cantata, e quindi fu fatta una copia dal master originale per consentire le prove al corpo di ballo. «Qualcuno mi disse di custodirla», ricorda ora Maritza, «non so se per i recitativi o altro che dovevamo inscenare». Sul contenitore era scritto il nome del disco con la calligrafia di Eduardo Carrasco, uno dei fondatori del gruppo Quilapayun. Fu a Eduardo che Maritza raccontò il ritrovamento, senza neppure sapere il valore di quello che aveva trovato. I nastri originali andarono distrutti dopo il golpe militare così come tanti altre opere della Ncch. Con gli anni, il disco fu rieditato partendo dal vinile, ma il nastro appena trovato ha un valore unico, anche per la differenza enorme di qualità, visto che il suono è più potente e ha molte più frequenze.
Il nastro ha subíto leggeri danni nella parte finale ma già il processo per ripararlo è iniziato: la registrazione è stata digitalizzata da Juan Pablo Carvajal e ora è masterizzata da Jorge Fortune negli Estudios Triana: l'obiettivo è editare il cd e un nuovo vinile. Se della versione teatrale della Cantata Santa Maria de Iquique si occupa il Conjunto Preludio, a portarne in scena la versione rock è il gruppo Colectivo Cantata Rock, di cui fanno parte, insieme a altri, Danilo Donosco, Ismael Oddó e Ricardo Caito Venegas.

Canto para una semilla
Inti-Illimani Histórico e Claudia Acuña presentano
i brani di 
Canto per un seme al Teatro Grande di Pompei
con l'Orchestra del Teatro San Carlo di Napoli
Nella sua breve vita (morì suicida a cinquant'anni), Violeta Parra scrisse un libro di poesie, Decimas, i cui versi ispirarono il compositore cileno Luis Advis, che ne realizzò una cantata intitolata Canto para una semilla (Canto per un seme), con musica e struttura molto simile alla cantata Santa Maria de Iquique: quasi identico è infatti il numero di elementi strumentali e vocali, con un'alternanza di brani cantati e recitati che seguono un certo corso drammatico. L'opera fu pensata e composta da Advis per le qualità interpretative e tecniche della figlia di Violeta, Isabel Parra e del gruppo Inti-Illimani. La Cantata fu scritta alla fine del 1971 e incisa nel 1972.
Il saluto al publico
Le parti recitate furono affidate a Carmen Bunster. Nel 1978, gli Inti-Illimani ne fecero un'edizione italiana con i recitativi interpretati da Edmonda Aldini.
Due ulteriori dischi furono incisi con i recitativi in francese e spagnolo.
Nel 2010 il gruppo Inti-Illimani Histórico con l'orchestra e il coro del Teatro San Carlo di Napoli (diretto dal Maestro Massimiliano Stefanelli) portano in scena lo spettacolo Hecho in Chile, dove ripropongono, tra l'altro, alcuni dei brani tratti da Canto para una semilla, con la voce di Claudia Acuña, cantante cilena risiedente a Brooklyn. Scenario incredibile per l'occasione: il Teatro Grande di Pompei.

Quest'anno a marzo, invece, a riportare in scena l'intera Cantata è stata l'altro gruppo che si è formato dalla divisione dei vecchi Inti-Illimani, gli Inti-Illimani®. In piazza Brasil, a Santiago, il pubblico ha potuto assistere alla fantastica opera e ritrovare in scena Isabel Parra con la figlia Tita.


Canto al Programa
Per ultimo, l'opera di Sergio Ortega e Luis Advis, commissionata dal Partito Comunista cileno, che è stato un omaggio alla campagna politica di Salvador Allende, Canto al Programa, la messa in musica dei principali punti del governo di Unidad Popular.
Datata 1970, fu incisa dal gruppo Inti-Illimani. Per realizzare l'opera, allora, si dovette correre non poco: si voleva infatti registrarla il giorno in cui Salvador Allende avrebbe firmato il decreto per la nazionalizzazione del rame.
Mancava poco più di un mese per creare i testi, le musiche, fare le prove e la registrazione. Di quest'opera rimane solo il registro sonoro: le partiture sparirono dopo il colpo di stato. Ora, i giovanissimi componenti del gruppo Canto Crisol, tutti studenti universitari, si sono imbarcati nell'impresa di recuperare l'opera a più di 40 anni dalla sua nascita, trascrivendo in partiture le voci e le strumentazioni partendo dalla registrazione originale. Verrà presentata il 25 e 26 di aprile nel Museo della Memoria e dei diritti umani.
I ragazzi del Canto Crisol, che stanno recuperando
le partiture delle voci e degli strumenti di 
Canto al Programa



Links

Ismael Oddó:
https://www.facebook.com/pages/Ismael-Odd%C3%B3/187036748014398

Inti-Illimani Histórico:
@intihistorico
Los Bipolares:

Conjunto Preludio:

Bloque depresivo:

Vientos andinos: