mercoledì 4 settembre 2013

L’esilio babilonese e la diaspora egiziana

Storia del popolo ebraico
(dalle origini alla costituzione dello stato di Israele)
Capitolo 21 

Il fulcro del popolo ebraico si sposta quindi a Babilonia, mentre gli strati più poveri rimasero in Giudea, dove continuarono a sviluppare il culto di YHWH che i redattori bliblici sacerdotali bollarono come illegittimo perché coltivato in assenza dell’élite religiosa. Israele diventerà così una provincia dell’impero babilonese e non avrà più autonomia politica. 
I Giudei deportati a Babilonia, probabilmente circa 10.000 furono insediati a Tel-Aviv, presso il fiume Chebar, non distante da Babilonia. La situazione dei deportati fu tutto sommato caratterizzata da una certa libertà e tranquillità, tanto che nel momento del successivo rimpatrio alcuni giudei decisero di rimanere  a Babilonia, dando vita al primo nucleo della Diaspora.
Il periodo dell’esilio (586-538 a.C. circa) ebbe un’importanza enorme nello sviluppo del giudaismo e nella redazione delle Sacre Scritture. Nella diaspora babilonese viene solitamente collocata l’istituzione della sinagoga (termine greco che significa “luogo di assemblea”) in sostituzione del Tempio. Non potendo compiere sacrifici al di fuori del Tempio, per mantenere la loro identità religiosa, gli Ebrei accentuarono l’importanza del Sabato, della circoncisione, delle leggi alimentari e dei riti di purificazione. Fu qui che si affermò l’idea che il loro non fosse uno dei tanti dei, ma l’unico Dio, che avrebbe permesso la distruzione di Gerusalemme a causa dei loro peccati. Il tema del peccato individuale e nazionale e la redenzione emerge come tema religioso dominante, alimentando la speranza di un ritorno a Gerusalemme. Gli Ebrei cominciarono ad attendere un messia, un salvatore, nella speranza di poter raggiungere una vita migliore in questo mondo, anziché nell’aldilà. Questo tratto sarà caratteristica esclusiva del giudaismo.
Gli esiliati in Babilonia, anche in ricordo della dispersione delle prime dieci tribù del Regno del nord, si considerano quindi tutto quanto rimane dei “figli di Israele”. Privi del culto del Tempio sacerdoti e intellettuali deportati (a cui si deve la versione tramandata del testo biblico) elaborano una versione della loro religione molto innovativa, meno legata al rituale del culto e più legata ai valori interiori e spirituali. Questa concezione si rinforzerà a tal punto da riuscire ad imporsi come “vera” interpretazione del culto di YHWH non solo agli abitanti rimasti in Giudea, ma anche ai fedeli di YHWH di Samaria, che arriveranno ad adottare come canonica la redazione del Pentateuco elaborata durante l’esilio, sostituendo solamente il Monte del Tempio come unico luogo legittimo del culto con il loro Monte Garizim.
Durante l’esilio si portò a compimento la composizione finale delle Scritture ebraiche che assunsero la fisionomia attuale. Vennero composti la storia di Israele, da Giosuè fino ai Re e i primi scritti profetici.
Se prima dell’esilio le vicende del popolo ebraico non differiscono sostanzialmente da quelle degli altri popoli vicini (terra, potere, faide), dopo l’esilio qualcosa cambiò. Gli Ebrei, costretti a integrarsi in un mondo non ebreo, cercarono dei modi di distinguersi dagli altri. Molti studiosi hanno affermato che proprio questo ‘separatismo” religioso, rituale e sociale conteneva le radici di quello che ora viene chiamato antisemitismo. La carriera di alcuni Ebrei presso i re persiani e il raggiungimento di posizioni di prestigio suscitò gelosie e odio: l’antisemitismo cominciò a manifestarsi durante la diaspora. Il significato di questo termine ne svela l’incongruenza: l’ostilità non si manifesta nei confronti dei semiti, che avrebbe compreso gli arabi e alcuni altri gruppi etnici vicini, ma soltanto nei confronti degli Ebrei. L’ostilità era già molto sentita ai tempi dei greci e dei romani, ma si accentuò fortemente nell’era cristiana, rafforzato dall’idea che gli Ebrei sarebbero stati gli “assassini di Cristo”. Gli studiosi hanno discusso molto se quel sentimento  avesse un carattere essenzialmente religioso, distinto dall’aspetto sociale e politico, ma nessuna delle spiegazioni proposte riesce a rispondere alla domanda. Sebbene l’idea che sta alla base dell’antisemitismo  è molto antica, il termine ha poco più di un secolo di vita: fu coniato dal pensatore tedesco Wilhelm Marr, che odiava gli Ebrei e voleva purificare la cultura tedesca dagli influssi ebraici. A tale scopo fondò nel 1889 la Lega degli Antisemiti.
Nel frattempo, la Giudea fu affidata dai babilonesi a un governatore locale. La popolazione rimasta era costituita prevalentemente da agricoltori. Nel 587 Ismaele, di discendenza davidica, uccise il governatore locale con l’intento di ripristinare la monarchia. 
Il tentativo non ebbe successo e Ismaele fuggì in Egitto con altri giudei e il profeta Geremia, dando vita al terzo nucleo ebraico dato dalla cosiddetta diaspora egizia. Si insediarono a Alessandria, Tahpanes (Dafne), Migdol, Menfi e Elefantino. Questi insediamenti non sono testimoniati dalla Bibbia ma da fonti egizie. Di questa comunità isolata, che continuò il culto di YHWH e altre divinità, si ebbero ultime testimonianze nel 399 e non è chiaro che fine abbia fatto. Si era sviluppata comunque un’importantissima cultura giudaico-alessandrina: basti pensare alla traduzione della Bibbia in greco (Septuaginita) detta dei Settanta o all’opera di Filone.


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