giovedì 26 settembre 2013

La poesia di Ugo Foscolo: analisi de “I sepolcri”

Ritratto di Ugo Foscolo
di François-Xavier-Pascal Fabre
I sepolcri ( o Dei sepolcri) costituiscono il momento centrale della poesia foscoliana, e hanno richiesto un’elaborazione ideologica di circa dieci anni. Sono costruiti con una tessitura in cui le idee cardinali stanno in un sottile ma saldissimo rapporto dialettico. Questa tessitura à costituita da alcune “transizioni”, ovvero tenuissime modificazioni di lingua, e da particelle che assumono significati diversi in rapporto alla loro collocazione temporale e spaziale. I rapporti tematici e stilistici fra le sentenze e le considerazioni sono molto elaborati, senza tuttavia attentare all’organicità dell’insieme. Ogni affetto e passione si esprime secondo una linea articolata e fluente. Nella complessa architettura poetica dei Sepolcri è sempre presente la tecnica associativa, il continuo tessuto connettivo, che costituisce la prima virtù dell’opera. Le varie riflessioni morali sono accostate sia per analogia sia per contrasto, attraverso sapientissimi legami.
I sepolcri sono costituiti da 295 endecasillabi sciolti. Le tematiche del testo si possono suddividere in quattro parti.

Prima parte (versi 1-90)
Nella prima parte del carme, che abbraccia i versi 1-90, Foscolo afferma il tema dell’invincibilità del sonno della morte, della potenza distruttrice del tempo, la tendenza umana all’autoperpetuazione (cioè al superamento idealistico dei limiti costrittivi della materia). I sepolcri, inutili ai morti, giovano ai vivi perché destano affetti virtuosi lasciati in eredità dalle persone illustri. È un torto che la legge accomuni la sepoltura degli illustri e degli infami.
La prima sezione di questa prima parte (versi 1-22) è fondata su una duplice interrogazione che pone in contrasto la bellezza della vita e l’oblio della morte e si conclude con il riconoscimento della precarietà d’ogni cosa mortale. Transizione dominante la si ritrova nel verso 16, dove Foscolo passa all’amara sentenza che definisce la fragile condizione umana.
Nella seconda sezione (versi 23-50) la transazione dominante è all’inizio. Si passa al “negativo” della prima sezione al “positivo”. Qui Foscolo sottolinea che nonostante l’inutilità delle tombe per i defunti non bisogna tuttavia rinunciare a quel tenue legame affettivo che si crea con la sepoltura tra viventi ed estinti. Si passa dalla verità dell’intelletto alla verità del sentimento che attesta la funzione consolatrice del culto dei morti. Nella seconda transizione (verso 41) si esclude la “corrispondenza d’amorosi sensi” a coloro che non lasciano dietro a sé alcuna eredità d’affetti. Nella transizione al verso 51 si ha la distinzione fra sepolcri di uomini illustri e malvagi.
Tra la seconda e la terza sezione (versi 51-90) esiste uno stretto rapporto: alla degna sepoltura di Parini si oppone la lugubre e fosca rievocazione dei cimiteri abbandonati e delle tombe violate.

Seconda parte (versi 91-150)
Se nella prima parte Foscolo rivela li valore soggettivo delle tombe e ha distinto le tombe dei giusti da quelle dei malvagi, nella seconda parte (versi 91-150) questa protesta non si giustifica solo nei sentimenti ma si fonda sulla considerazione che il culto dei morti deriva dai tempi più antichi. Lo scorrere dei temi è segnato dai seguenti concetti: l’istituzione delle sepolture nasce dal patto sociale; la religione per gli estinti deriva dalle virtù domestiche; gli eroi hanno mausolei eretti dall’amor di patria; la sepoltura nelle chiese cattoliche; usi funebri dei popoli celebri; inutilità delle sepolture nelle nazioni corrotte e vili. In questo contesto la tomba è un istituto storico che si assicura un valore reale e duraturo.
Questa seconda parte è divisa in cinque sezioni collegate fra loro da quattro transizioni. La prima, al verso 104, introduce una della due opposizioni su cui si fonda tutta la seconda parte. Dal verso 91 al verso 103 si esalta l’istituzione delle tombe e se ne mostra il valore presso gli antichi. Questo si oppone al culto cattolico che rende i sepolcri spaventosi (versi 104-114). La tomba rivela il suo valore affettivo quando privatamente è adornata dal sentimento dei familiari e degli amici e assume valore positivo di istituto quando tramanda eredità di nobili esempi.
Dal verso 114 al verso 129 si oppone agli osceni e tenebrosi vaneggiamenti delle madri risvegliate nel sonno, la favilla che illumina la notte sotterranea dei morti. Al verso 114 si trova la transizione che accosta al culto dei morti presso i popoli antichi.
Nella sezione dai versi 130 a 136, al verso 130 si trova la transizione in cui si esprime l’antinomia fra cure e intelletto. La quarta transizione, nel verso 137 della sezione dei versi 137-150, Foscolo ripropone un nuovo contrasto: quello fra il popolo inglese che onora i cari estinti nel modo degli antichi e l’inutilità delle tombe presso i popoli schiavi e corrotti.

Terza parte (versi 151-212)
La transizione al verso 145 (inserita nella quinta sezione della seconda parte) deriva dal sonetto dedicato a Zacinto (a noi prescrisse il fato illacrimata sepoltura). Il contrasto è posto fra la società corrotta del regno italico, indegno che la sepoltura ne perpetui il ricordo, e il poeta che si ritiene meritevole di riposare in una tomba da cui gli amici traggano eredità di nobili affetti.
La prima sezione (versi 151-197) contiene la commossa rievocazione dei grandi italiani sepolti in Santa Croce. La seconda sezione (versi 198-212) segna il passaggio della celebrazione italica a quella greca, nella quale si esaltano le virtù degli eroi greci che si sacrificarono a Maratona. Nella transizione al verso 197 e i due successivi, viene posto l’accento sul tema che le reliquie degli eroi destano a nobili imprese. Vengono esortati gli italiani a venerare i sepolcri dei loro concittadini illustri: quei sepolcri ispireranno l’emulazione agli studi e all’amor di patria, come facevano per i greci le tombe di Maratona.

Quarta parte (versi 213-295)
La conclusione dell’opera ha due momenti: i versi da 213 a 225 dove si riconferma l’arcana potenza dei sepolcri anche laddove il tempo ne abbia distrutto ogni simulacro; i versi da 226 a 295 introducono il tema della poesia esternatrice di ogni valore morale anche contro il tempo. La memoria delle virtù e dei monumenti vive immortale negli scrittori. La transazione al verso 226 è preceduta dal ricordo greco delle leggende omeriche. La figura del poeta balza in primo piano sotto le vesti di sacerdote delle Muse che vincono il silenzio dei secoli con il loro canto.
Qui Foscolo introduce Omero come nella terza parte ha introdotto la celebrazione dei morti italiana e greca. Omero garantisce la perenne vitalità del mondo antico degli eroi.

Schema de I sepolcri
prima parte (versi 1-90) -  tomba come eredità d'affetti
 - sezione prima (versi 1-22)
     transizione verso 16
 - sezione seconda (versi 23-50)
     transizione verso 41
 - terza sezione (versi 51-90)
     transizione verso 51

seconda parte (versi 91-150) - tomba come istituzione
 - sezione prima (versi 91-103)
     transizione verso 104
- sezione seconda (versi 104-114)
     transizione verso 114
- sezione terza (versi 115-129)
     transizione verso 130
- sezione quarta (versi 130-136)
     transizione verso 137
- sezione quinta (versi 137-150)

terza parte (versi 151-212) - differenza tra società corrotte e non
 - sezione prima (versi 151-197)
     transizione verso 145 (nella seconda parte)
- sezione seconda (versi 198-212)
     transizione verso 197 e due successivi

quarta parte (versi 213-295) - conclusioni: Omero e funzione della poesia
 - sezione prima (versi 213-225)
     transizione verso 226
- sezione seconda (versi 226-295)


mercoledì 4 settembre 2013

L’esilio babilonese e la diaspora egiziana

Storia del popolo ebraico
(dalle origini alla costituzione dello stato di Israele)
Capitolo 21 

Il fulcro del popolo ebraico si sposta quindi a Babilonia, mentre gli strati più poveri rimasero in Giudea, dove continuarono a sviluppare il culto di YHWH che i redattori bliblici sacerdotali bollarono come illegittimo perché coltivato in assenza dell’élite religiosa. Israele diventerà così una provincia dell’impero babilonese e non avrà più autonomia politica. 
I Giudei deportati a Babilonia, probabilmente circa 10.000 furono insediati a Tel-Aviv, presso il fiume Chebar, non distante da Babilonia. La situazione dei deportati fu tutto sommato caratterizzata da una certa libertà e tranquillità, tanto che nel momento del successivo rimpatrio alcuni giudei decisero di rimanere  a Babilonia, dando vita al primo nucleo della Diaspora.
Il periodo dell’esilio (586-538 a.C. circa) ebbe un’importanza enorme nello sviluppo del giudaismo e nella redazione delle Sacre Scritture. Nella diaspora babilonese viene solitamente collocata l’istituzione della sinagoga (termine greco che significa “luogo di assemblea”) in sostituzione del Tempio. Non potendo compiere sacrifici al di fuori del Tempio, per mantenere la loro identità religiosa, gli Ebrei accentuarono l’importanza del Sabato, della circoncisione, delle leggi alimentari e dei riti di purificazione. Fu qui che si affermò l’idea che il loro non fosse uno dei tanti dei, ma l’unico Dio, che avrebbe permesso la distruzione di Gerusalemme a causa dei loro peccati. Il tema del peccato individuale e nazionale e la redenzione emerge come tema religioso dominante, alimentando la speranza di un ritorno a Gerusalemme. Gli Ebrei cominciarono ad attendere un messia, un salvatore, nella speranza di poter raggiungere una vita migliore in questo mondo, anziché nell’aldilà. Questo tratto sarà caratteristica esclusiva del giudaismo.
Gli esiliati in Babilonia, anche in ricordo della dispersione delle prime dieci tribù del Regno del nord, si considerano quindi tutto quanto rimane dei “figli di Israele”. Privi del culto del Tempio sacerdoti e intellettuali deportati (a cui si deve la versione tramandata del testo biblico) elaborano una versione della loro religione molto innovativa, meno legata al rituale del culto e più legata ai valori interiori e spirituali. Questa concezione si rinforzerà a tal punto da riuscire ad imporsi come “vera” interpretazione del culto di YHWH non solo agli abitanti rimasti in Giudea, ma anche ai fedeli di YHWH di Samaria, che arriveranno ad adottare come canonica la redazione del Pentateuco elaborata durante l’esilio, sostituendo solamente il Monte del Tempio come unico luogo legittimo del culto con il loro Monte Garizim.
Durante l’esilio si portò a compimento la composizione finale delle Scritture ebraiche che assunsero la fisionomia attuale. Vennero composti la storia di Israele, da Giosuè fino ai Re e i primi scritti profetici.
Se prima dell’esilio le vicende del popolo ebraico non differiscono sostanzialmente da quelle degli altri popoli vicini (terra, potere, faide), dopo l’esilio qualcosa cambiò. Gli Ebrei, costretti a integrarsi in un mondo non ebreo, cercarono dei modi di distinguersi dagli altri. Molti studiosi hanno affermato che proprio questo ‘separatismo” religioso, rituale e sociale conteneva le radici di quello che ora viene chiamato antisemitismo. La carriera di alcuni Ebrei presso i re persiani e il raggiungimento di posizioni di prestigio suscitò gelosie e odio: l’antisemitismo cominciò a manifestarsi durante la diaspora. Il significato di questo termine ne svela l’incongruenza: l’ostilità non si manifesta nei confronti dei semiti, che avrebbe compreso gli arabi e alcuni altri gruppi etnici vicini, ma soltanto nei confronti degli Ebrei. L’ostilità era già molto sentita ai tempi dei greci e dei romani, ma si accentuò fortemente nell’era cristiana, rafforzato dall’idea che gli Ebrei sarebbero stati gli “assassini di Cristo”. Gli studiosi hanno discusso molto se quel sentimento  avesse un carattere essenzialmente religioso, distinto dall’aspetto sociale e politico, ma nessuna delle spiegazioni proposte riesce a rispondere alla domanda. Sebbene l’idea che sta alla base dell’antisemitismo  è molto antica, il termine ha poco più di un secolo di vita: fu coniato dal pensatore tedesco Wilhelm Marr, che odiava gli Ebrei e voleva purificare la cultura tedesca dagli influssi ebraici. A tale scopo fondò nel 1889 la Lega degli Antisemiti.
Nel frattempo, la Giudea fu affidata dai babilonesi a un governatore locale. La popolazione rimasta era costituita prevalentemente da agricoltori. Nel 587 Ismaele, di discendenza davidica, uccise il governatore locale con l’intento di ripristinare la monarchia. 
Il tentativo non ebbe successo e Ismaele fuggì in Egitto con altri giudei e il profeta Geremia, dando vita al terzo nucleo ebraico dato dalla cosiddetta diaspora egizia. Si insediarono a Alessandria, Tahpanes (Dafne), Migdol, Menfi e Elefantino. Questi insediamenti non sono testimoniati dalla Bibbia ma da fonti egizie. Di questa comunità isolata, che continuò il culto di YHWH e altre divinità, si ebbero ultime testimonianze nel 399 e non è chiaro che fine abbia fatto. Si era sviluppata comunque un’importantissima cultura giudaico-alessandrina: basti pensare alla traduzione della Bibbia in greco (Septuaginita) detta dei Settanta o all’opera di Filone.


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