venerdì 21 dicembre 2012

La crisi delle scienze positive come fondamento del vivere

Galileo Galilei
La nascita della scienza moderna, che si usa far risalire a Galileo, sancisce i canoni che una scienza deve seguire per essere considerata tale e stabilisce il metodo rigoroso di indagine che tale scienza è tenuta a seguire.
Questo aspetto della scienza si è andato sviluppando nel corso degli anni fino a costituire una disciplina distinta che ha preso il nome di epistemologia. L’epistemologia, nell’ambito della filosofia della scienza, si occupa di definire le condizioni in cui una conoscenza può essere considerata valida, ovvero scientifica.
Anche se la scienza ha mostrato i suoi limiti, la sua relatività, se oggi l’uomo non è più pervaso da quella sorta di scientismo che ha caratterizzato la mentalità positivista, è tuttavia propenso ad accettare solo quelle conoscenze e quelle discipline che l’epistemologia accerta come scientificamente valide, sgombrando il campo da ogni possibile speculazione metafisica. Queste discipline sono le cosiddette scienze positive, cioè quelle che il lungo processo epistemologico, iniziato con la scienza newtoniana, ha sancito come le sole discipline che, seguendo il metodo su cui si deve fondare il sapere, possono costituire la scienza.
Il nostro sapere, per essere dotato di credibilità scientifica, si fonda essenzialmente sul metodo fisico-matematico (le prime scienze ritenute tali), che partendo da premesse  generali, attraverso l’osservazione e la rilevazione minuziosa dei dati, arriva alla formulazione di leggi, la cui validità scientifica passa attraverso una lenta e precisa opera di verifica. Tanto più una legge è valida, tanti più casi cadono sotto di essa e tanti più fenomeni vengono spiegati. Il fatto che anche la fisica (considerata una delle scienze per eccellenza) abbia verificato fenomeni che confutavano le sue leggi e abbia dovuto modificare i suoi enunciati nel corso degli anni, non significa che deve essere considerata una disciplina non-scientifica; anzi, una dottrina è generalmente considerata non-scientifica, se in linea di principio nessuno stato di cose osservabili può smentire i suoi enunciati, sicché, con modificazioni appropriate, essi possono essere resi compatibili con qualsiasi stato di cose. È il caso, per esempio, delle discipline cosiddette para-psicologiche, la cui validità scientifica è ancora in discussione. E sembrerebbe anche essere il caso della psico-analisi, le cui concezioni non possono essere dimostrate e non possono essere confutate.
Il metodo scientifico, esaltato da illuministi e positivisti, è ancora quello che costituisce il fondamento del nostro sapere. Ma qualcosa ha incrinato questo scientismo e ha portato alla "crisi delle scienze”, ovvero la fiducia che queste scienze possano costituire quel progresso umano che porta alla risoluzione dei problemi esistenziali dell’uomo. Fede, questa, e fiducia, comprensibile se si tiene conto del contesto culturale in cui si è espressa. Le scienze positive, forti come fondamento del sapere, crollano come fondamento del vivere, come incessante progresso e via per la felicità.

mercoledì 5 dicembre 2012

Durkheim e la ricerca dell’ordine sociale

Émile Durkheim
Émile Durkheim (1858-1917), sociologo e storico francese, appartiene a quella corrente repubblicana, progressista, anticlericale i cui ideali erano rappresentati in quelli della Rivoluzione del 1789. Quando, nel 1905, l’insegnamento della religione fu eliminato dalle scuole statali, Durkheim propose la sociologia come mezzo per dare un’educazione morale ai bambini.
Nell’opera La divisione del lavoro sociale del 1893 cerca di rispondere circa il problema di come sia possibile un ordine sociale. Secondo Durkheim ogni società umana richiede solidarietà: nelle società antiche la solidarietà è di tipo meccanico, fondata sulla somiglianza fra individui: la gente si appartiene nella fede, sentimento di amicizia. Nelle società moderne, dove è generalizzata la divisione del lavoro, la solidarietà assume una forma organica, fondata sulle differenze fra gli individui, nella quale i rapporti sono stabiliti da leggi e relazioni contrattuali (legge-ragione). 
Il progresso si manifesta nella tendenza verso questo tipo di ordine sociale. Lo sviluppo sociale indebolisce la coscienza collettiva che deve essere ricreata segmentando la società in gruppi omogenei quali scaturiscono appunto dalla divisione del lavoro. La società è vista come realtà oggettiva, ovvero esiste al di fuori dell’individuo, ed è una combinazione di coscienze (coscienza collettiva). La rottura dei valori e degli equilibri sociali genera anomia, condizione di assenza di solidarietà umana o sociale.
Vengono introdotti i concetti di crimine (ciò che la coscienza collettiva proibisce), di diritto repressivo, che punisce gli atti criminali per soddisfare la coscienza collettiva (tipico della solidarietà meccanica), e di diritto restitutivo, che garantisce la restituzione del dovuto e il riscatto del danno inflitto (solidarietà organica).
I rapporti contrattuali giuridici tipici delle società superiori poggiano sulla coscienza collettiva. L’espressione della nuova coscienza collettiva è il lavoro, la cui divisione è intesa come un processo di individualizzazione e complementarietà fra gli uomini prodotta da tre elementi: 1) norme della popolazione; 2) densità materiali; 3) densità morali. Sulla base di questi elementi cessano di esistere le condizioni per le piccole società basate sulla solidarietà meccanica. L’anomia viene considerata un caso anomalo della divisione del lavoro, nel quale il lavoratore perde il rapporto che lo collega al tutto di cui è parte. Questo problema può essere superato garantendo al lavoratore interazioni con altri lavoratori (concetto che starà alla base dell’organizzazione dei lavoratori in termini di lotta di classe).