martedì 23 ottobre 2012

Roveto ardente (Raffaello Sanzio)

Le Stanze di Raffaello sono quattro sale in sequenza che fanno parte dei Musei Vaticani a Roma e sono state affrescate dal pittore di Urbino e dagli allievi della sua bottega. Una di queste, la Stanza di Eliodoro, comprende lunette dipinte sulle quattro pareti e, in corrispondenza di ogni lunetta, quattro affreschi sulla volta. La volta della stanza viene così a sembrare un grande anello diviso in quattro scompartimenti, con al centro lo stemma di Giulio II. Gli affreschi sono circondati da arabeschi a monocromo su fondo dorato e intervallati da finte borchie dorate. I quattro dipinti della volta sembrano così arazzi appesi con finti chiodi e anelli fra le cornici. Raffaello rappresenta scene bibliche in ognuno dei quattro scomparti della volta: quella del Roveto ardente si trova sopra la lunetta con La cacciata di Eliodoro dal tempio, sul lato est della stanza.



Questo fresco su muro è databile al 1511 e la scena raffigurata è riferita nel Libro dell’Esodo, che narra le vicende ai tempi della schiavitù egiziana e alla fuga attraverso il Mare dei Giunchi. Mosè è fuggito prima dall’Egitto perché teme l’ira del faraone per il suo delitto: ha ucciso un sorvegliante egiziano sorpreso a percuotere un operaio ebreo. Si dirige verso il deserto del Sinai, nel paese di Madian, e diventa pastore. Un giorno si trova in prossimità del monte che domina la zona desertica, il “monte di Dio”, identificato come Oreb e più tardi come Sinai. Si avvicina a un roveto e si toglie i calzari. Improvvisamente nel roveto appare un angelo del Signore; il roveto comincia a bruciare ma senza consumarsi; il Signore quindi chiama Mosè da dentro il roveto e si presenta definendosi il “Dio dei tuoi padri”. Quindi gli ordina di tornare il Egitto e di liberare il popolo di Israele.
Raffaello Sanzio rappresenta la scena su un fondo azzurro intenso. Il centro dell’affresco è rappresentato dalla figura divina fra drappi rossi che ricordano lingue di fuoco. A destra l’angelo sembra voler scostare i drappi per consentire la visione del Signore, che appare circondato da altri angeli. Alla sinistra del dipinto, il giovane Mosè si inchina davanti alla manifestazione divina e si copre gli occhi con le mani incrociate, come accecato dall’apparizione. La realizzazione della figura di Mosè è confermata dal ritrovamento del cartone (Museo nazionale di Capodimonte), composto da 23 fogli, con i contorni forati per lo spolvero. La mano destra di Dio è alzata in segno di monito, mentre con la sinistra indica a Mosè la strada che dovrà seguire. La rappresentazione è totalmente in armonia con i dipinti michelangioleschi della volta della Cappella Sistina, con particolare riferimento alle scene delle Storie della Genesi.
Roveto ardente; Raffaello Sanzio; 1511; fresco su muro; base cm. 390; Stanza di Eliodoro, Musei Vaticani, Roma.

mercoledì 10 ottobre 2012

Dislessia: passaggio all’intelligenza analitica

Perché si verifichi correttamente il passaggio dall’intelligenza sincretico-analogica a quella analitico-sintetica sono di fondamentale importanza due processi: il distacco in rapporto al livello percettivo e la padronanza dell’orientamento negli atteggiamenti intellettuali, cioè la percezione dei rapporti fra i vari aspetti e l’organizzazione dei rapporti fra di essi.

Il distacco in rapporto al livello percettivo
Questo sembra essere l’operazione essenziale e costitutiva dell’intelligenza analitico-sintetica, poiché sottrae la riflessione alla pregnanza delle “forme” della percezione, permettendo una distanza in rapporto all’oggetto e rende possibile la percezione delle relazioni delle parti fra di loro. Grazie a questo distacco la riflessione può lottare contro la percezione e la sua pregnanza, liberarsi dal globalismo percepito in quanto tale. È capace di astrarsi e di astrarre. L’impossibilità di praticare questa operazione fondamentale spiega tutti i suoi errori e i ritardi intellettuali.

La padronanza dell’orientamento negli atteggiamenti intellettuali
Partendo  da questa operazione, dunque, seguiremo esattamente questo “lavoro della mente” dal punto di vista degli atteggiamenti che esso implica.
Orientamento. È l’atteggiamento che permette di considerare idealmente o mentalmente l’oggetto secondo molteplici orientamenti. È ciò che si chiama vedere l’oggetto secondo diversi aspetti, sotto diversi significati, secondo quanto considerato o il punto di vista dal quale ci si pone. Questo permette in particolare l’uso della parola come possibilità d’assumere significati molteplici secondo il contesto in cui la si pone o che le si vuol dare. Bisogna manipolare la parola e poterla diversamente orientare e orientarsi diversamente in rapporto a essa.
Possibilità di mantenere stabile un riferimento. Cambiando l’orientamento del pensiero, cioè cambiando il significato, deve persistere una sorta di mira referenziale, altrimenti tutto diviene caos, oppure si tratta di un altro oggetto e di un’altra parola. Gli altri aspetti devono persistere come altrettante riprese successive, che hanno però lo stesso obiettivo e lo stesso oggetto. Cogliere l’unità dei diversi significati di un oggetto o di una parola senza assorbirli in uno solo di essi e sorpassandoli tutti: ecco qual è il processo di costruzione dell’idea dell’oggetto, realtà ideale che non si rileva dalla percezione. Si tratta della tipica dimostrazione cartesiana del pezzo di cera: facendo scaldare la cera si trasformano tutte le qualità sensibili, ma del pezzo di cera tuttavia resta qualcosa di non variabile e costante: l’idea della cera, pura realtà intellettuale.
Percezione dei rapporti fra i vari aspetti. Ogni aspetto dell’oggetto, ogni parte, ogni particolare, ogni qualità, mantiene con le altre una certa relazione o una rete di relazioni. Ciò fa supporre che si percepisca l’orientamento delle parti o dei particolari gli uni in rapporto con gli altri e non più in rapporto con sé. Questo permette di percepire le relazioni oggettive.
Organizzazione dei rapporti fra i vari aspetti. Un altro processo intellettuale impiegato nella frase è scoprire l’idea che comprende tutti gli aspetti; trovare la struttura che li spiega, trovare il significato delle variazioni di significati. Ogni parola ha molti significati, presi separatamente, e bisogna saperli variare tutti perché appaia il significato della frase. È il principio a cui si ispira un celebre test d’intelligenza: il Bvc 16 di Raymond Bonnardel. Esso esige la scoperta del significato dei significanti, fino a poter riprodurre la stessa idea cambiando le parole. Ci troviamo allora completamente nel pensiero simbolico propriamente detto, nel quale la parola stessa è sorpassata nei processi di cambiamento, rettifica, utilizzo. Il test consiste nel proporre un pensiero referenziale e nel chiedere al soggetto di designare fra sei frasi associate le due che esprimono la stessa idea della frase referenziale.

Un esempio
Si prenda la frase: “Promettiamo secondo le speranze e manteniamo secondo i timori” e si elenchino sei possibili significati:
1) dobbiamo mantenere non secondo i timori ma secondo le speranze;
2) l’uomo è più circospetto nelle azioni che nelle promesse;
3) non si può promettere quello che non si può mantenere;
4) l’avvicinarsi del pericolo scuote i più risoluti;
5) esiteremmo meno a promettere se non temessimo di fallire le nostre speranze;
6) la paura condiziona le nostre azioni più che gli impegni.
Le risposte buone (2 e 6) non utilizzano nessuna parola della frase chiave e il soggetto, per confrontarne il significato, deve distaccarsi dalle parole e dalle insidie del significato immediato. L’intelligenza procede quindi prima nel sincretismo sensoriale, poi in una serie di manipolazioni intellettuali che esigono una padronanza dell’orientamento e del cambiamento permanente in esso. Il bambino intelligente ma male orientato, o che non ha risolto i problemi di orientamento spazio-temporale al livello vissuto, non può dare la misura della sua intelligenza. È questo il caso della dislessia.



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