venerdì 25 maggio 2012

La democrazia formale della borghesia

La nobiltà, il clero e il re chiedevano obbedienza in nome del principio gerarchico corrispondentemente al presupposto volere divino, il che poggiava su una tradizione culturale ormai più che millenaria, grazie all’efficace opera di mediazione del consenso operata dalla Chiesa, pilastro dell’ordine feudale.
Cosa poteva contrapporre la classe borghese a difesa delle proprie pretese? Occorreva un sostegno ideologico formidabile ai propri progetti, per sperare di competere con tale spiegamento di forze. Così la borghesia inventò la “democrazia formale”: accusò la nobiltà e il clero di parassitismo, additando efficacemente i vergognosi sprechi di corte i gli ingiustificabili privilegi nobiliari. Accusò il clero di lasciare incolte colossali estensioni di terre sottraendole alla coltivazione e al mercato. Accusò i sovrani  di gestire in modo scriteriato e osceno le somme che gli venivano versate; quindi rivendicava che chi pagava le tasse (cioè la borghesia stessa) dovesse decidere o almeno controllare come i sovrani spendessero i soldi dei contribuenti.
Ancora più in generale si rivendicava il diritto dei cittadini (naturalmente solo quelli “coscienti e benestanti”) di decidere le leggi e controllare l’operato del sovrano e della sua amministrazione.
Di fronte al potere assoluto del re e di uno stato di cui, a ragione, diffidava, la borghesia chiedeva garanzie, libertà, rispetto di procedure nel campo processuale. E tutto questo veniva chiesto non per sé, ma per tutti: l’universalità della battaglia legalitaria della borghesia maschererà il vero suo obiettivo: spodestare clero e nobiltà e instaurare il dominio dell’alta borghesia finanziaria sul popolo. La classe borghese si veniva così a trovare nell’invidiabile situazione di poter chiedere alle altre classi sociali molto di più di quanto potevano chiedere loro il clero e la nobiltà in nome del solo principio gerarchico; giacché, formalmente, non chiedeva per sé, ma per tutta la collettività, in nome del comune interesse e, in definitiva, della patria.
Il decisivo particolare che la borghesia controllava stabilmente il parlamento, e di conseguenza governo e pubblica amministrazione, passava per lo più inosservato. La propaganda borghese, infatti, affermava che quella era la società più giusta possibile dal momento che era retta dal principio maggioritario e, dunque, dal volere del popolo che si formava giuridicamente nelle assemblee parlamentari col libero incontro-scontro di maggioranza e opposizione.
L’assunto, pur convincente, dava però per scontati tre presupposti:
1) solo le persone istruite e che pagavano le tasse hanno diritto al voto per il bene di tutti;
2) maggioranze e minoranze si formano liberamente nelle assemblee attraverso il pubblico dibattito;
3) le opinioni politiche si formano liberamente e originalmente in ogni uomo senza nulla di predeterminato.
In realtà, il primo punto escludeva il 98% circa della popolazione dal gioco democratico, rendendo ben povera cosa la democrazia parlamentare; il secondo era vero solo in parte poiché le opinioni si formavano prima che nel dibattito assembleare, nelle banche, nei più forti gruppi industriali, a corte, secondo un processo di integrazione (lotta di interessi comuni alla sola classe dirigente) solo formalmente dibattuto poi in parlamento, dove, peraltro, maggioranza e minoranza non erano mutevoli bensì stabili e precostituite. Il terzo punto costituiva solo una vergognosa ipocrisia: l’ignoranza, la propaganda religiosa, il ricatto economico, la tradizione (solo per citare le cause principali) non rendevano libero il pensiero dell’uomo: come spiegare altrimenti il consenso di fondo che le gerarchie feudali avevano per tanti secoli goduto presso i popoli di tutto il mondo? I contadini erano sconfitti da sé per il loro modo di pensare subordinato e fatalista.
La storia insegna che la vocazione democratica della borghesia si attenua prima (con la restaurazione termidoriana) e si arresta del tutto poi (con il 18 brumaio di Napoleone Bonaparte) una volta conquistato stabilmente il potere. La borghesia chiedeva libertà e democrazia allo stato aristocratico e al clero, ma una volta ottenute le conquiste le nega per paura che altri soggetti sociali possano, ripercorrendo la stessa strada, minare il potere acquisito.

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