giovedì 17 maggio 2012

La classe borghese nello stato assoluto

L’economia feudale aveva prodotto, passando attraverso l’età dei comuni, il primo sviluppo dei commerci terrestri e marittimi (al tempo delle Repubbliche marinare) e quindi il primo formarsi di ingenti capitali finanziari e l’inizio di un sempre più vasto commercio internazionale. Il commercio, all’epoca delle grandi scoperte geografiche, si estende a livello mondiale e di conseguenza, nei secoli XVI e XVII, la prepotente presenza di enormi capitali e di gigantesche imprese militari, marinare e commerciali (per esempio le Compagnie delle Indie) prelude all’ascesa a livello sociale, economico e politico della classe borghese.
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Nel processo di formazione dello “Stato assoluto” la borghesia dà il suo appoggio determinante ai sovrani in perenne lotta contro l’anarchia feudale: è grazie alle colossali somme prestate dai banchieri o ancora grazie alle entrate fiscali, garantiti dal fiorire del commercio, che è possibile la formazione di un esercito regio permanente e di un apparato statale stipendiato dal re e quindi solo a lui fedele. Ciò non basta, tuttavia, a fare del re uno strumento al servizio della borghesia, essendo invece vero il contrario. Lo Stato assoluto, infatti, è lo stato principalmente del re e delle classi che egli storicamente rappresentava: il clero e la nobiltà agraria.
L’appoggio finanziario della borghesia serve al re per tenere a freno i grossi feudatari sempre desiderosi di erodere a loro vantaggio il potere regio, ma nessun sovrano avrebbe mai pensato di sacrificare gli interessi delle tradizionali classi ricche (clero e nobiltà), che traevano i loro proventi dallo sfruttamento assenteista e parassitario della terra, a quelli delle altre classi sociali (contadini, sottoproletari, borghesi).
L’interesse del re al prosperare dei commerci è esclusivamente finalizzato ad ampliare le entrate fiscali, mentre tutto il resto della sua politica economico-sociale è rivolta al mantenimento dello status quo, cioè al perpetrarsi dei rapporti di produzione feudali e al mantenimento delle gerarchie sociali preesistenti (potere e prosperità del clero e della nobiltà).
Né, d’altronde, prima del XVIII secolo (con le contraddittorie eccezioni dell’Inghilterra post-elisabettiana e dell’Olanda orangista) si può parlare di coscienza di classe borghese: i borghesi subiscono anche loro, infatti, il fascino della tradizione, dei valori e delle gerarchie sociali e morali del tempo, tanto che così frequentemente i borghesi aspirano a diventare nobili, fatto che in questi secoli si è spesso verificato. Questi nuovi nobili non vengono accolti bene dalla tradizionale nobiltà terriera, ma viene comunque garantito a questi “par venus” il riconoscimento delle istituzioni e delle gerarchie feudali, tanto che una parte della storiografia moderna ha definito questo comportamento come un vero e proprio tradimento della borghesia.
È solo nel secolo XVIII che vengono finalmente a maturazione tutte le conseguenze che doveva comportare il rivoluzionamento della realtà economico-sociale: una nuova classe comincia a premere per il riconoscimento del proprio ruolo all’interno di una società modernizzata dallo sviluppo del commercio contro un’altra più estesa dal punto di vista geografico e demografico, ma storicamente perdente: la città contro la campagna, il nuovo contro l’antico, l’iniziativa economica contro il parassitismo rurale, la scienza contro la superstizione, la ragione contro la fede.

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