mercoledì 23 maggio 2012

La borghesia e gli ideali dell’Illuminismo

Sarà l’Illuminismo a combattere a livello letterario, filosofico e scientifico le battaglie che presto si combatteranno con armi vere sulle barricate della Rivoluzione parigina del 1789. La borghesia inizia la propria avanzata con una lotta democratica contro i privilegi feudali, in nome della libertà del progresso e per il controllo democratico delle spese del bilancio statale, facendo un largo uso di armi ideologiche e propagandistiche  che conferiranno alle sue battaglie una doppia natura: demagogica e formale l’una, sinceramente democratica l’altra.
È comprensibile infatti che la borghesia, fintanto che era restata una classe subalterna, fosse naturalmente portata a solidarizzare  con le altre classi sociali subalterne, evitando i “distinguo” e rinviandoli a tempi futuri; né, d’altronde, è da pensare che in ogni intellettuale  del tempo possa essere stata presente una lucida visione “di classe”. 
Va inoltre sottolineato che la borghesia aveva, nei confronti del proletariato, contadini e sottoproletariato, una pessima opinione dal punto di vista morale, politico e sociale; così si percepiva come l’unico soggetto storico capace di abbattere i privilegi e gli ostacoli al progresso materiale e morale in nome di tutta la collettività che ne avrebbe di riflesso goduto i vantaggi. 
Per la borghesia era impensabile che le altre classi sociali potessero avere voce in capitolo in materia di gestione della cosa pubblica, giudicando il popolo ignorante, brutale, passionale e volubile: solo le persone colte e possidenti avevano il dovere e il diritto di governare, il che implicava un regolamento di conti con il clero e la nobiltà. Si trattava, semplificando, dell’1% della popolazione contro l’altro 1%, in cui il restante 98% restava escluso.


Chi accettava questi presupposti poteva ben definire “democratiche” le richieste di abbattimento dei privilegi nobiliari e di controllo democratico-parlamentare del potere regio: in definitiva si trattava di far sì che tutti gli uomini “coscienti e benestanti” fossero liberi, uguali e come fratelli fra loro: questo era il vero significato dello slogan della rivoluzione francese “liberté, egalité, fraternité”. Inoltre, poiché la classe borghese era molto più numerosa di quella nobiliare e di quella clericale messe insieme, ne derivava l’automatico controllo di un eventuale parlamento che venisse eletto a suffragio ristretto alle sole classi agiate. La battaglia per la democrazia, per la Costituzione, per un governo parlamentare, era così, in sostanza, la battaglia per la conquista del potere.
Gli ultimi ostacoli da abbattere per lo sviluppo economico della borghesia erano l’eliminazione dei dazi interni cui i mercanti dovevano costantemente soggiacere in favore dei signorotti locali e la distruzione delle basi economiche del clero e della nobiltà, con l’abolizione del “maggiorasco”, che portava alla rovina economica nel giro di poche generazioni le nobili famiglie terriere, poiché il continuo  spezzettamento delle terre  costringeva gli eredi a vendere ai borghesi (gli unici che avessero denaro sufficiente per comprare). 
I medesimi effetti sortivano dall’abolizione della cosiddetta “manovra”, cioè l’espropriazione senza indennizzo e la vendita all’asta delle immense fortune in terre della chiesa.  Queste battaglie, unite al corrispondente passaggio del potere politico dalle mani delle classi tradizionali a quelle borghesi, avrebbero determinato la sconfitta irrimediabile del vecchio ordine feudale, cosa che storicamente si è poi verificata pur dopo molti rovesciamenti di fronte e dopo tanto spargimento di sangue.

TORNA ALL’INDICE                                                CAPITOLO SUCCESSIVO

Nessun commento:

Posta un commento