mercoledì 9 maggio 2012

Durkheim e la definizione di sociologia

Émile Durkheim
Émile Durkheim (1858-1917), sociologo, antropologo e storico delle religioni francese, vive attivamente la crisi politica e intellettuale della Francia della Terza Repubblica, nella quale si identifica. L’obiettivo primario della Terza Repubblica, il compito di ristabilire l’ordine sociale, sarà infatti tema centrale dell’opera di Durkheim. Con lui la sociologia precisa la sua fisionomia e acquista una sua autonomia metodologica, slegata dal metodo matematico-sperimentale, ma basata quello empirico. Egli entra nel merito dei fenomeni sociali, delimita un campo d’indagine e lo affronta con strumenti propri.

Metodologia della sociologia
Durkheim pretende che i risultati delle sue indagini siano frutto di un’analisi scientifica della società qual è appunto l’analisi sociologica, ancorata a una metodologia oggettiva e quindi scientifica. La scienza è infatti strettamente collegata all’oggettività, quindi i fatti sociali devono essere considerati alla stregua degli altri oggetti. Perché la sociologia sia effettivamente una scienza bisogna liberarla da ogni implicazione metafisica e dagli attributi soggettivi. Questa operazione necessita di una definizione dell’oggetto d’indagine della sociologia e ciò che la distingue da ogni altro tipo di scienza. Materia di indagine della sociologia sono i fenomeni sociali, che consistono in modalità d’azione, di pensiero, di sentimento, esterne all’individuo e dotate di un potere di coercizione. Il fatto sociale non può essere spiegato in termini individuali perché ha origine dalla struttura della società. Le regole metodologiche che usa Durkheim passano attraverso il problema della definizione dei fenomeni sociali e la distinzione tra ciò che è normale e ciò che è patologico in una determinata società. L’individuazione degli stati permette la classificazione dei “tipi sociali”. Dalla definizione morfologica dei “tipi sociali” si ha la spiegazione dei fenomeni sociali, dei quali va ricercata la causa efficiente e la funzione che assolvono. La causa è sempre da ricercare in un  altro fenomeno sociale e la funzione sta nel rapporto con un qualche fine sociale.

La divisione del lavoro
La sua prima opera importante, La divisione del lavoro sociale (1893), è un tentativo di fissare i fenomeni morali secondo il metodo delle scienze positive. Questa analisi gli permette di opporre alla visione individualistica e utilitaristica della società, una visione del sociale che ha una propria entità e che è esterna e costrittiva rispetto all’individuo e che come tale ha un valore superiore a quello del singolo. È parere di Durkheim, infatti, che l’analisi dei fenomeni sociali basata sull’individuo sia insufficiente a chiarire le ragioni della struttura sociale e del sistema normativo e quindi l’ordine è frutto di una coscienza collettiva e non di un contratto. Per dimostrare la sua tesi, Durkheim prende in esame la divisione del lavoro e gli attribuisce una funzione morale. Le cause della divisione vanno ricercate nell’aumento della popolazione e dei rapporti sociali e la sua funzione è quella di ricreare un nuovo tipo di solidarietà, fondamento della società non determinato dall’individuo ma dalla coscienza collettiva. Nelle società primitive a coscienza collettiva copre quasi tutto il comportamento sociale, lasciando poco spazio alle scelte individuali che trovano invece un margine d’azione maggiore nelle società avanzate, dove la coscienza collettiva copre un’area più ristretta del comportamento sociale.

Le ricerche sul suicidio
Simbolo della crisi della società moderna è il suicidio. Nella sua analisi Durkheim controbatte tutte le teorie sul suicidio di tipo biologico (come la razza) e di tipo psicologico (come le malattie mentali) che attribuiscono al fenomeno cause individuali. Esaminando le statistiche di cui dispone, nel caso in cui riscontra variazioni, le individua come rapporti di casualità. L’analisi delle statistiche dimostra una certa costanza nel numero dei suicidi tale da poter concludere che esiste una “corrente suicida” nella società. Durkheim passa poi a una catalogazione dei vari tipi di suicidio esistenti, legati allo status morale della società: suicidio altruistico, suicidio egoistico, suicidio anomico e suicidio fatalista. Il primo si riscontra fra i gruppi sociali fortemente coesi, dove le persone sono troppo inserite nel tessuto sociale e si suicidano per soddisfare un imperativo sociale (per esempio il comandante della nave che affonda con l’imbarcazione); il secondo quando un gruppo sociale non dà sufficienti ragioni a un uomo per rimanere in vita per la solitudine causata da una carenza dell’integrazione sociale; il terzo quando nella società predomina l’amonia (dove la coscienza collettiva è molto affievolita, la regolamentazione è debole e non c’è interazione) e il suo tasso è collegato all’andamento del ciclo economico (periodi di depressione economica o di sovrabbondanza); l’ultimo è tipico di un eccesso di regolamentazione, di norme morali e di disciplina (esempio dei Samurai giapponesi che si uccidono per lavare il disonore di sconfitte o umiliazioni).

5 commenti:

  1. Durkheim è nato quasi cento anni fa...ma le sue teorie sono sempre attuali.Julie

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  2. Tu mi commuovi... non puoi farmi del male così! Bellissimo argomento con risvolti purtroppo d'attualità (e chi lo avrebbe pensato, quando l'ho studiato?). :-)

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  3. laura, allora per non farti piangere più parlerò sempre del milan e di pellegatti...
    monica c.

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  4. La catalogazione delle correnti suicide rivela e svela la società da un punto di vista a cui non avevo mai pensato.

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  5. Teorie sempre attualissime

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