giovedì 3 maggio 2012

Dislessia: il blocco del passaggio al simbolismo

I bambini dislessici, invischiati nelle difficoltà di orientamento e di strutturazione, non possono, fra l’altro accedere alla fase del simbolismo. Segni, segnali, simboli sono stati oggetto di molte analisi e studi che si presentano tutti con argomentazioni o prove non trascurabili. Piaget, in un testo che riassume le sue idee sull’argomento, Il giudizio morale del bambino, scrive: “Prendiamo il termine simbolo, nel senso della scuola saussuriana di linguistica, come il contrario di segno: un segno è arbitrario, un simbolo è motivato. È d’altronde anche in questo senso che Freud parla di pensiero simbolico. Preché il segno succeda al simbolo bisogna che una collettività spogli l’immaginazione degli individui da ciò che esso presenta di fantasia personale per elaborare delle immagini obbligatorie e comuni che vadano alla pari con il codice stesso delle regole”.
Piaget e Wallon hanno dimostrato che il simbolo nasce nel bambino molto presto, in un periodo che precede la formazione dei concetti. I due psicologi sono giunti a chiamare “periodo simbolico” l’età che va dai 18 mesi ai 3-4 anni.
Secondo altri psicologi, invece, non può esservi simbolismo fuori da un certo livello di coscienza, di riflessione, di razionalizzazione che corrisponde ai 6-7 anni, al momento preciso in cui è superato lo stadio sincretico. Questa scuola di psicologi intende il “simbolismo” nel senso di “livello delle idee rappresentative del reale e del concreto”. Ciò permette di distinguere il pensiero simbolico umano con modi di espressione o di comportamento tratti da altri livelli: i segnali, i segni, i valori affettivi ecc.
Fin dai primi mesi il bambino è sensibile ai segnali: egli è capace di associare secondo il modello più classico di condizionamento. Le parole acquisite fra i 18 e i 30 mesi sono acquisite unicamente secondo questo modello. In altre parole, non ci possono essere frasi, perché la frase richiede ben altro che le parole-segnali: essa suppone un significato dato alla loro giustapposizione. Si può dire che tutti gli oggetti dell’universo  del bambino, tutti i suoi “satelliti” più o meno “distanti” effettivamente (cioè più o meno carichi, positivamente o negativamente) sono in misura differente “simbolici”, cioè rappresentano l’io e i suoi bisogni; ma se si vuole essere precisi non vi è “simbolismo”, poiché questa realtà non rappresenta l’io del bambino, essa è l’io.
Dopo i 30 mesi appare l’età analogica, con una serie di simulacri. È il periodo delle parole-frasi, del mimetismo e dell’identificazione, del pensiero analogico (pensiero “globale” in pedagogia). Non siamo ancora all’età del simbolo. Quando il simulacro è preso come uno schizzo, sembra rinviare all’atto completo, così come il modello di una macchina rinvia all’apparecchio che riproduce.  Dal simulacro il bambino passa alla simulazione, che è un gioco imitativo diverso dall’imitazione propriamente detta, poiché il modello è assente.
La simulazione o gioco d’imitazione senza modello, secondo Piaget, suppone l’interiorizzazione del modello, prova e fondamento del “vero” simbolismo. Il bambino, in assenza di un modello, costruisce lo schema motore di un’azione. Questo schema permette di regolare numerosi movimenti simili. Ma neanche lo schema motorio è considerato da altri psicologi prova del simbolismo, perché non può essere considerato come la rappresentatività astratta e condensata del vero simbolismo. Il simbolo propriamente detto è prodotto dal pensiero concettuale e dall’intelligenza analitica e conseguentemente è sostanzialmente legato al superamento del sincretismo analogico.

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3 commenti:

  1. Mi hai riportato a più di 20 anni fa :-)

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  2. concetti molto interessanti.Julie

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  3. Mi sa che mi toccherà riprendere questi argomenti quanto prima.

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