martedì 29 maggio 2012

Le dodici tribu di Israele

Storia del popolo ebraico
(dalle origini alla costituzione dello stato di Israele)
Capitolo 13 

Isacco ebbe due figli gemelli: Esaù, il primogenito, e Giacobbe, soprannominato da YHWH "Israele". Esaù sarà capostipite degli Edomiti, da Giacobbe discendono le dodici tribù di Israele, ovvero i dodici figli di Giacobbe sono presentati come i capostipiti del popolo degli Israeliti. La storia di uno di essi, Giuseppe, e dei suoi figli, è collegata con il trasferimento degli Ebrei in Egitto.
Rifacendosi al tema comune dell’ostilità fra i gemelli, il racconto spiega come il furbo Giacobbe riuscì a comprare dal fratello gemello il diritto di primogenitura e, con un inganno, a farsi dare dal padre la benedizione riservata al primogenito. Isacco ordina a Esaù di tenersi lontano da quelle terre e di essere servo di suo fratello, anche se un giorno riacquisterà la sua libertà (al tempo di Davide, Edom era dominato da Israele, ma in seguito si ribellò). Esaù tenta di uccidere il fratello e, a dispetto della madre, sposa due donne cananee. Giacobbe parte per Carran per evitare altri tentativi omicidi del fratello e per trovare una moglie. Il lungo viaggio di Giacobbe, ricco di avventure, ricorda l’Odissea omerica.
Per una serie di inganni, gelosie e problemi di fertilità femminile, Giacobbe ebbe figli da quattro donne, in tutto tredici (dodici maschi e una femmina, Dina), ma è costretto a rimanere lontano da Canaan vent’anni, al servizio di suo zio Labano, fratello di sua madre e padre di Rachele, una delle sue due mogli. Quando Dio ordina a Giacobbe di lasciare Labano, egli parte con moglie e figli. Durante il viaggio di ritorno viene introdotta un’ennesima nota di disprezzo verso i Cananei e i loro culti, nell’episodio in cui Rachele si siede sopra gli idoli rubati nella casa del padre macchiandoli con sangue mestruale. In una notte Dio appare al cospetto di Giacobbe sottoforma di uno sconosciuto e lo aggredisce costringendolo alla lotta. Dopo averlo ferito, lo benedice e gli dice che d’ora in avanti si sarebbe chiamato Israele, nome che sta a significare “colui che lotta con Dio”, oppure “Dio governa”. Questo nome sarà applicato in seguito alla confederazione delle dodici tribù discendenti dai figli di Giacobbe, unificate dalla fede religiosa e dai legami di sangue.
La moderna ricerca storica ritiene che Canaan fosse già abitata da tribù diverse, la cui unità in confederazione si sarebbe avuta verso l’anno 1000 a.C., diventando il Regno di Israele e che quindi potrebbero non avere nulla a che fare con Giacobbe. Ovvero l’ipotesi è che i nomi delle tribù furono presi dagli autori della Genesi per dare i nomi ai figli di Giacobbe e non viceversa. Vi sono peraltro molte prove, anche all’interno della Bibbia, che testimoniamo la presenza in Cananea di molti dei figli di Israele moto prima della conquista dopo l’esodo dall’Egitto.
Dopo un lungo viaggio Giacobbe torna nella terra di Canaan. Con l’episodio dello stupro di Dina, Giacobbe compie un atto simbolico di purificazione delle divinità locali cananee, sotterrando gli idoli e i simulacri di dei stranieri e costruendo un altare in onore di Dio.
Una volta che i figli di Giacobbe furono cresciuti, questi dimostrò la sua predilezione per Giuseppe, il primo dei figli avuti da Rachele. Questo scatenò l’invidia dei suoi fratelli. Uno di loro, Giuda propose di venderlo a una carovana di mercanti di passaggio per venti monete d’argento.
Una divagazione dalla storia di Giuseppe narra due episodi riguardanti la famiglia di Giuda. Il primo riguarda il figlio Onan che, costretto controvoglia a unirsi alla vedova del fratello, disperde il suo seme per terra. Nel secondo, con uno stratagemma, una nuora di Giuda, Tamar, riesce ad avere due gemelli con il suocero: si tratta di Perez e Zerach. Perez è un antenato di Davide, e quindi di Gesù


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venerdì 25 maggio 2012

La democrazia formale della borghesia

La nobiltà, il clero e il re chiedevano obbedienza in nome del principio gerarchico corrispondentemente al presupposto volere divino, il che poggiava su una tradizione culturale ormai più che millenaria, grazie all’efficace opera di mediazione del consenso operata dalla Chiesa, pilastro dell’ordine feudale.
Cosa poteva contrapporre la classe borghese a difesa delle proprie pretese? Occorreva un sostegno ideologico formidabile ai propri progetti, per sperare di competere con tale spiegamento di forze. Così la borghesia inventò la “democrazia formale”: accusò la nobiltà e il clero di parassitismo, additando efficacemente i vergognosi sprechi di corte i gli ingiustificabili privilegi nobiliari. Accusò il clero di lasciare incolte colossali estensioni di terre sottraendole alla coltivazione e al mercato. Accusò i sovrani  di gestire in modo scriteriato e osceno le somme che gli venivano versate; quindi rivendicava che chi pagava le tasse (cioè la borghesia stessa) dovesse decidere o almeno controllare come i sovrani spendessero i soldi dei contribuenti.
Ancora più in generale si rivendicava il diritto dei cittadini (naturalmente solo quelli “coscienti e benestanti”) di decidere le leggi e controllare l’operato del sovrano e della sua amministrazione.
Di fronte al potere assoluto del re e di uno stato di cui, a ragione, diffidava, la borghesia chiedeva garanzie, libertà, rispetto di procedure nel campo processuale. E tutto questo veniva chiesto non per sé, ma per tutti: l’universalità della battaglia legalitaria della borghesia maschererà il vero suo obiettivo: spodestare clero e nobiltà e instaurare il dominio dell’alta borghesia finanziaria sul popolo. La classe borghese si veniva così a trovare nell’invidiabile situazione di poter chiedere alle altre classi sociali molto di più di quanto potevano chiedere loro il clero e la nobiltà in nome del solo principio gerarchico; giacché, formalmente, non chiedeva per sé, ma per tutta la collettività, in nome del comune interesse e, in definitiva, della patria.
Il decisivo particolare che la borghesia controllava stabilmente il parlamento, e di conseguenza governo e pubblica amministrazione, passava per lo più inosservato. La propaganda borghese, infatti, affermava che quella era la società più giusta possibile dal momento che era retta dal principio maggioritario e, dunque, dal volere del popolo che si formava giuridicamente nelle assemblee parlamentari col libero incontro-scontro di maggioranza e opposizione.
L’assunto, pur convincente, dava però per scontati tre presupposti:
1) solo le persone istruite e che pagavano le tasse hanno diritto al voto per il bene di tutti;
2) maggioranze e minoranze si formano liberamente nelle assemblee attraverso il pubblico dibattito;
3) le opinioni politiche si formano liberamente e originalmente in ogni uomo senza nulla di predeterminato.
In realtà, il primo punto escludeva il 98% circa della popolazione dal gioco democratico, rendendo ben povera cosa la democrazia parlamentare; il secondo era vero solo in parte poiché le opinioni si formavano prima che nel dibattito assembleare, nelle banche, nei più forti gruppi industriali, a corte, secondo un processo di integrazione (lotta di interessi comuni alla sola classe dirigente) solo formalmente dibattuto poi in parlamento, dove, peraltro, maggioranza e minoranza non erano mutevoli bensì stabili e precostituite. Il terzo punto costituiva solo una vergognosa ipocrisia: l’ignoranza, la propaganda religiosa, il ricatto economico, la tradizione (solo per citare le cause principali) non rendevano libero il pensiero dell’uomo: come spiegare altrimenti il consenso di fondo che le gerarchie feudali avevano per tanti secoli goduto presso i popoli di tutto il mondo? I contadini erano sconfitti da sé per il loro modo di pensare subordinato e fatalista.
La storia insegna che la vocazione democratica della borghesia si attenua prima (con la restaurazione termidoriana) e si arresta del tutto poi (con il 18 brumaio di Napoleone Bonaparte) una volta conquistato stabilmente il potere. La borghesia chiedeva libertà e democrazia allo stato aristocratico e al clero, ma una volta ottenute le conquiste le nega per paura che altri soggetti sociali possano, ripercorrendo la stessa strada, minare il potere acquisito.

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mercoledì 23 maggio 2012

La borghesia e gli ideali dell’Illuminismo

Sarà l’Illuminismo a combattere a livello letterario, filosofico e scientifico le battaglie che presto si combatteranno con armi vere sulle barricate della Rivoluzione parigina del 1789. La borghesia inizia la propria avanzata con una lotta democratica contro i privilegi feudali, in nome della libertà del progresso e per il controllo democratico delle spese del bilancio statale, facendo un largo uso di armi ideologiche e propagandistiche  che conferiranno alle sue battaglie una doppia natura: demagogica e formale l’una, sinceramente democratica l’altra.
È comprensibile infatti che la borghesia, fintanto che era restata una classe subalterna, fosse naturalmente portata a solidarizzare  con le altre classi sociali subalterne, evitando i “distinguo” e rinviandoli a tempi futuri; né, d’altronde, è da pensare che in ogni intellettuale  del tempo possa essere stata presente una lucida visione “di classe”. 
Va inoltre sottolineato che la borghesia aveva, nei confronti del proletariato, contadini e sottoproletariato, una pessima opinione dal punto di vista morale, politico e sociale; così si percepiva come l’unico soggetto storico capace di abbattere i privilegi e gli ostacoli al progresso materiale e morale in nome di tutta la collettività che ne avrebbe di riflesso goduto i vantaggi. 
Per la borghesia era impensabile che le altre classi sociali potessero avere voce in capitolo in materia di gestione della cosa pubblica, giudicando il popolo ignorante, brutale, passionale e volubile: solo le persone colte e possidenti avevano il dovere e il diritto di governare, il che implicava un regolamento di conti con il clero e la nobiltà. Si trattava, semplificando, dell’1% della popolazione contro l’altro 1%, in cui il restante 98% restava escluso.


Chi accettava questi presupposti poteva ben definire “democratiche” le richieste di abbattimento dei privilegi nobiliari e di controllo democratico-parlamentare del potere regio: in definitiva si trattava di far sì che tutti gli uomini “coscienti e benestanti” fossero liberi, uguali e come fratelli fra loro: questo era il vero significato dello slogan della rivoluzione francese “liberté, egalité, fraternité”. Inoltre, poiché la classe borghese era molto più numerosa di quella nobiliare e di quella clericale messe insieme, ne derivava l’automatico controllo di un eventuale parlamento che venisse eletto a suffragio ristretto alle sole classi agiate. La battaglia per la democrazia, per la Costituzione, per un governo parlamentare, era così, in sostanza, la battaglia per la conquista del potere.
Gli ultimi ostacoli da abbattere per lo sviluppo economico della borghesia erano l’eliminazione dei dazi interni cui i mercanti dovevano costantemente soggiacere in favore dei signorotti locali e la distruzione delle basi economiche del clero e della nobiltà, con l’abolizione del “maggiorasco”, che portava alla rovina economica nel giro di poche generazioni le nobili famiglie terriere, poiché il continuo  spezzettamento delle terre  costringeva gli eredi a vendere ai borghesi (gli unici che avessero denaro sufficiente per comprare). 
I medesimi effetti sortivano dall’abolizione della cosiddetta “manovra”, cioè l’espropriazione senza indennizzo e la vendita all’asta delle immense fortune in terre della chiesa.  Queste battaglie, unite al corrispondente passaggio del potere politico dalle mani delle classi tradizionali a quelle borghesi, avrebbero determinato la sconfitta irrimediabile del vecchio ordine feudale, cosa che storicamente si è poi verificata pur dopo molti rovesciamenti di fronte e dopo tanto spargimento di sangue.

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lunedì 21 maggio 2012

Dislessia: la fissazione al sincretismo

Perché si produca l’avvento dello stadio analitico, bisogna che il soggetto abbia acquisito una disinvoltura notevole in ciò che riguarda l’orientamento spazio-temporale. Questa acquisizione esige la conseguenza di molti altri fattori: una lateralizzazione relativa sufficientemente chiara e stabile al livello neuro-motorio, uno schema corporeo finito al livello normale secondo l’età, un facile orientamento spaziale e temporale nell’universo vissuto, valori affettivi stabili.
Questi fattori non sono però sufficienti per spiegare il passaggio all’universo analitico. Esistono altre variabili che determinano o perturbano la mutazione, che si possono suddividere in gruppi: elementi organici, le funzioni superiori e le condizioni riguardanti l’io.

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giovedì 17 maggio 2012

La classe borghese nello stato assoluto

L’economia feudale aveva prodotto, passando attraverso l’età dei comuni, il primo sviluppo dei commerci terrestri e marittimi (al tempo delle Repubbliche marinare) e quindi il primo formarsi di ingenti capitali finanziari e l’inizio di un sempre più vasto commercio internazionale. Il commercio, all’epoca delle grandi scoperte geografiche, si estende a livello mondiale e di conseguenza, nei secoli XVI e XVII, la prepotente presenza di enormi capitali e di gigantesche imprese militari, marinare e commerciali (per esempio le Compagnie delle Indie) prelude all’ascesa a livello sociale, economico e politico della classe borghese.
Le filiali europee in India
Nel processo di formazione dello “Stato assoluto” la borghesia dà il suo appoggio determinante ai sovrani in perenne lotta contro l’anarchia feudale: è grazie alle colossali somme prestate dai banchieri o ancora grazie alle entrate fiscali, garantiti dal fiorire del commercio, che è possibile la formazione di un esercito regio permanente e di un apparato statale stipendiato dal re e quindi solo a lui fedele. Ciò non basta, tuttavia, a fare del re uno strumento al servizio della borghesia, essendo invece vero il contrario. Lo Stato assoluto, infatti, è lo stato principalmente del re e delle classi che egli storicamente rappresentava: il clero e la nobiltà agraria.
L’appoggio finanziario della borghesia serve al re per tenere a freno i grossi feudatari sempre desiderosi di erodere a loro vantaggio il potere regio, ma nessun sovrano avrebbe mai pensato di sacrificare gli interessi delle tradizionali classi ricche (clero e nobiltà), che traevano i loro proventi dallo sfruttamento assenteista e parassitario della terra, a quelli delle altre classi sociali (contadini, sottoproletari, borghesi).
L’interesse del re al prosperare dei commerci è esclusivamente finalizzato ad ampliare le entrate fiscali, mentre tutto il resto della sua politica economico-sociale è rivolta al mantenimento dello status quo, cioè al perpetrarsi dei rapporti di produzione feudali e al mantenimento delle gerarchie sociali preesistenti (potere e prosperità del clero e della nobiltà).
Né, d’altronde, prima del XVIII secolo (con le contraddittorie eccezioni dell’Inghilterra post-elisabettiana e dell’Olanda orangista) si può parlare di coscienza di classe borghese: i borghesi subiscono anche loro, infatti, il fascino della tradizione, dei valori e delle gerarchie sociali e morali del tempo, tanto che così frequentemente i borghesi aspirano a diventare nobili, fatto che in questi secoli si è spesso verificato. Questi nuovi nobili non vengono accolti bene dalla tradizionale nobiltà terriera, ma viene comunque garantito a questi “par venus” il riconoscimento delle istituzioni e delle gerarchie feudali, tanto che una parte della storiografia moderna ha definito questo comportamento come un vero e proprio tradimento della borghesia.
È solo nel secolo XVIII che vengono finalmente a maturazione tutte le conseguenze che doveva comportare il rivoluzionamento della realtà economico-sociale: una nuova classe comincia a premere per il riconoscimento del proprio ruolo all’interno di una società modernizzata dallo sviluppo del commercio contro un’altra più estesa dal punto di vista geografico e demografico, ma storicamente perdente: la città contro la campagna, il nuovo contro l’antico, l’iniziativa economica contro il parassitismo rurale, la scienza contro la superstizione, la ragione contro la fede.

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martedì 15 maggio 2012

La genealogia di Abramo

Storia del popolo ebraico
(dalle origini alla costituzione dello stato di Israele)
Capitolo 12 

Abramo ebbe un figlio dalla schiava Agar, Ismaele, da cui discesero gli ismaeliti (gli Arabi riconducono le loro origini proprio agli ismaeliti, ovvero alle tribù beduine del deserto meridionale della Palestina, stabilendo così l’antica parentela con gli Ebrei per tramite di Abramo).
Dio promette ad Abramo che avrà un figlio anche dalla moglie Sara e che avrà in eredità Canaan. Come segno del loro accordo Dio domanda di circoncidere ogni maschio della tribù, compreso Ismaele. La circoncisione non è una prerogativa esclusiva della famiglia di Abramo, essendo praticato da molte tribù del Vicino Oriente, compresi gli egiziani, oltre che da tribù africane e sudamericane.
La Genesi prosegue quindi con il racconto di Sodoma e Gomorra, altro esempio di punizione divina alla malvagità degli uomini, ove Dio, nonostante la promessa fatta a Noè, decide di sopprimere gli abitanti della città di Sodoma ove veniva praticata una forma di depravazione sessuale non meglio identificata. I resti di Sodoma e Gomorra, distrutte con una pioggia di zolfo e fuoco, non furono mai trovati. La parentesi della storia di Lot serve anche per introdurre la sua genealogia. Le sue figlie, infatti, metteranno al mondo un figlio ciascuna: il primo sarà Moab e diventerà il capostipite dei Moabiti, una tribù confinante con Israele; il secondo, Ben-Ammi, antenato degli Ammoniti, altra tribù limitrofa. Altro tema introdotto è quello mitico del divieto di voltarsi indietro, conosciuto anche dalla mitologia greca (Orfeo): nel caso della moglie di Lot poteva servire per spiegare le strane formazioni di sale che circondano il Mar Morto.
Dalla moglie Sara, Abramo ebbe finalmente Isacco, l’agognato figlio che il padre è disposto a sacrificare (a dimostrazione di una fede incrollabile) per richiesta di Dio, che poi provvede affinché il sacrificio non si compia fino in fondo. La vicenda del sacrificio di Isacco può essere interpretata sotto un’altra luce, ovvero il rifiuto di Dio a una pratica già in uso nei culti e nelle religioni mediorientali, compresa quella ebraica.
Da Isacco derivarono poi numerose nazioni. Abramo fa promettere al suo servo di recarsi nella sua terra natale per trovare una moglie per Isacco, poiché non vuole assolutamente che Isacco si sposi con una donna in mezzo alla quali abita, le cananee.
Quando Sara morì, Abramo la seppellì in una caverna a Hebron (nell’attuale Cisgiordania). L’episodio è interessante per il modo con cui egli acquisì la proprietà del terreno sepolcrale dagli abitanti, gli Ittiti. Nel racconto biblico viene spiegato in modo particolareggiato come Abramo si assicurò legalmente il suo diritto di proprietà e rappresenta quindi uno dei più antichi documenti di compravendita immobiliare.
Dopo che Sara morì Abramo prese in moglie un’altra donna, Chetura, da cui ebbe altri sei figli che diventarono capostipiti di altrettante tribù arabe, tra cui quella dei Madianiti, che in seguito troviamo nella storia di Mosè.
Nel raccontare la storia di Isacco e la moglie Rebecca, gli autori si macchiano di un’altra inesattezza cronologica, identificando un personaggio, Abimelech, come il re dei Filistei, tribù che avrà un ruolo importante nella storia di Israele, ma che comparirà sulla scena descritta moti secoli dopo gli avvenimenti narrati. 


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venerdì 11 maggio 2012

Susanna e i vecchioni (Artemisia Gentileschi, Pommersfelden)

Questo olio su tela del 1610 appartiene al periodo dell’esordio della pittrice italiana, che lo dipinge ad appena 17 anni. La Gentileschi riproporrà il soggetto altre due volte: uno datato 1622 che appartiene oggi a una collezione privata di Stamford, in Inghilterra, e quello che risale all’ultimo periodo della sua carriera artistica, datato 1649 e conservato alla Galleria Moravska a Brno.
La scena rappresentata è descritta del Libro di Daniele, al capitolo XIII, che è incluso nel canone cattolico e ortodosso ma non in quello ebraico. Infatti gli Scritti (Ketuvim), cioè la terza e ultima parte della Tanakh ebraica, comprendono solo i primi 12 capitoli.
L’episodio è particolare in quanto evidenzia i vizi delle persone anziane, solitamente citate per le loro virtù. Susanna è moglie di Joachim, un ricco ebreo che abita in un bel palazzo e che ama ricevere molti amici. Un giorno, nella casa di Joachim, sono invitati due anziani appena nominati giudici. Costoro intravedono la bella Susanna fare il bagno nel suo giardino e, presi dalla lussuria, si lasciano andare a proposte oscene: minacciano la donna di rivelare al marito che l’hanno vista in compagnia di un amante se lei non si concederà a loro. Nonostante la minaccia Susanna si rifiuta di concedersi ai lussuriosi anziani e questi l’accusano pubblicamente di adulterio. Susanna viene portata in tribunale, giudicata colpevole e condannata a morte. Grazie all’intervento di Daniele verrà poi scoperto l’inganno.
Sull'attribuzione della paternità del quadro ci sono ipotesi discordanti: alcuni studiosi hanno ritenuto che sia opera del padre Orazio e firmata con il nome di Artemisia a scopo promozionale, ma oggi la critica è concorde nel sostenere che, nonostante forse qualche aiuto modesto del padre, l’opera sia l’esempio delle notevoli e precoci qualità di Artemisia, alla ricerca di una sua identità di stile, pur rimanendo fedele al realismo di Caravaggio.
Nonostante qualcuno abbia visto nel quadro una sorta di biografia dell’autrice, giovane donna insidiata da uomini lascivi, il quadro in questione precede il tragico episodio dello stupro della pittrice italiana.
La Gentileschi rappresenta la scena sempre nel punto centrale della vicenda, quando gli anziani lussuriosi sorprendono Susanna nuda al bagno e tentano l’approccio. Tutti e tre i quadri, infatti, riportano solo i tre soggetti. In questo, che fa parte della collezione Graf von Schönborn, a Pommersfelden, in Germiania, Susanna è ritratta sul sedile della vasca nuda, la testa reclinata come per non sentire le parole dei due vecchi, e con le mani che cercano di allontanare le due viscide figure. I due anziani, in atteggiamento di complicità, stanno parlottando fra loro per concordare il da farsi. Non vi è nessun personaggio di contorno o elemento coreografico al di fuori dei tre: non sono rappresentate ancelle o serve, non ci sono ruscelli o corsi d’acqua o alcun tipo di vegetazione che nasconda i malfattori. La scena è rigorosamente tenuta dai tre personaggi protagonisti, in una disposizione piramidale in cui si avverte la sopraffazione degli anziani rispetto alla giovane indifesa. Susanna e i vecchioni rappresenta così il primo capolavoro della prima artista donna con un’ottica specificatamente femminile.
Susanna e i vecchioni, Artemisia Gentileschi, 1610, olio su tela, cm. 170x119, Collezione Graf von Schönborn, Pommersfelden.

mercoledì 9 maggio 2012

Durkheim e la definizione di sociologia

Émile Durkheim
Émile Durkheim (1858-1917), sociologo, antropologo e storico delle religioni francese, vive attivamente la crisi politica e intellettuale della Francia della Terza Repubblica, nella quale si identifica. L’obiettivo primario della Terza Repubblica, il compito di ristabilire l’ordine sociale, sarà infatti tema centrale dell’opera di Durkheim. Con lui la sociologia precisa la sua fisionomia e acquista una sua autonomia metodologica, slegata dal metodo matematico-sperimentale, ma basata quello empirico. Egli entra nel merito dei fenomeni sociali, delimita un campo d’indagine e lo affronta con strumenti propri.

Metodologia della sociologia
Durkheim pretende che i risultati delle sue indagini siano frutto di un’analisi scientifica della società qual è appunto l’analisi sociologica, ancorata a una metodologia oggettiva e quindi scientifica. La scienza è infatti strettamente collegata all’oggettività, quindi i fatti sociali devono essere considerati alla stregua degli altri oggetti. Perché la sociologia sia effettivamente una scienza bisogna liberarla da ogni implicazione metafisica e dagli attributi soggettivi. Questa operazione necessita di una definizione dell’oggetto d’indagine della sociologia e ciò che la distingue da ogni altro tipo di scienza. Materia di indagine della sociologia sono i fenomeni sociali, che consistono in modalità d’azione, di pensiero, di sentimento, esterne all’individuo e dotate di un potere di coercizione. Il fatto sociale non può essere spiegato in termini individuali perché ha origine dalla struttura della società. Le regole metodologiche che usa Durkheim passano attraverso il problema della definizione dei fenomeni sociali e la distinzione tra ciò che è normale e ciò che è patologico in una determinata società. L’individuazione degli stati permette la classificazione dei “tipi sociali”. Dalla definizione morfologica dei “tipi sociali” si ha la spiegazione dei fenomeni sociali, dei quali va ricercata la causa efficiente e la funzione che assolvono. La causa è sempre da ricercare in un  altro fenomeno sociale e la funzione sta nel rapporto con un qualche fine sociale.

La divisione del lavoro
La sua prima opera importante, La divisione del lavoro sociale (1893), è un tentativo di fissare i fenomeni morali secondo il metodo delle scienze positive. Questa analisi gli permette di opporre alla visione individualistica e utilitaristica della società, una visione del sociale che ha una propria entità e che è esterna e costrittiva rispetto all’individuo e che come tale ha un valore superiore a quello del singolo. È parere di Durkheim, infatti, che l’analisi dei fenomeni sociali basata sull’individuo sia insufficiente a chiarire le ragioni della struttura sociale e del sistema normativo e quindi l’ordine è frutto di una coscienza collettiva e non di un contratto. Per dimostrare la sua tesi, Durkheim prende in esame la divisione del lavoro e gli attribuisce una funzione morale. Le cause della divisione vanno ricercate nell’aumento della popolazione e dei rapporti sociali e la sua funzione è quella di ricreare un nuovo tipo di solidarietà, fondamento della società non determinato dall’individuo ma dalla coscienza collettiva. Nelle società primitive a coscienza collettiva copre quasi tutto il comportamento sociale, lasciando poco spazio alle scelte individuali che trovano invece un margine d’azione maggiore nelle società avanzate, dove la coscienza collettiva copre un’area più ristretta del comportamento sociale.

Le ricerche sul suicidio
Simbolo della crisi della società moderna è il suicidio. Nella sua analisi Durkheim controbatte tutte le teorie sul suicidio di tipo biologico (come la razza) e di tipo psicologico (come le malattie mentali) che attribuiscono al fenomeno cause individuali. Esaminando le statistiche di cui dispone, nel caso in cui riscontra variazioni, le individua come rapporti di casualità. L’analisi delle statistiche dimostra una certa costanza nel numero dei suicidi tale da poter concludere che esiste una “corrente suicida” nella società. Durkheim passa poi a una catalogazione dei vari tipi di suicidio esistenti, legati allo status morale della società: suicidio altruistico, suicidio egoistico, suicidio anomico e suicidio fatalista. Il primo si riscontra fra i gruppi sociali fortemente coesi, dove le persone sono troppo inserite nel tessuto sociale e si suicidano per soddisfare un imperativo sociale (per esempio il comandante della nave che affonda con l’imbarcazione); il secondo quando un gruppo sociale non dà sufficienti ragioni a un uomo per rimanere in vita per la solitudine causata da una carenza dell’integrazione sociale; il terzo quando nella società predomina l’amonia (dove la coscienza collettiva è molto affievolita, la regolamentazione è debole e non c’è interazione) e il suo tasso è collegato all’andamento del ciclo economico (periodi di depressione economica o di sovrabbondanza); l’ultimo è tipico di un eccesso di regolamentazione, di norme morali e di disciplina (esempio dei Samurai giapponesi che si uccidono per lavare il disonore di sconfitte o umiliazioni).

lunedì 7 maggio 2012

Einstein e la critica alla meccanica classica

La meccanica classica elaborata da Galileo e Newton ha rappresentato per molti anni il fondamento delle scienze positive. La sua validità viene messa in discussione da Einstein nel momento in cui evidenzia dei limiti nello studio dei fenomeni luminosi, in quanto la meccanica classica non è più in grado di spiegare la trasmissione delle onde luminose.
Per ovviare all’inconveniente si introdusse l’idea di etere, concepito come un mezzo elastico presente in ogni punto dello spazio e capace di trasmettere le onde luminose con le proprie vibrazioni. Ma a livello sperimentale questa ipotesi si rivelò assai difficile da sostenere, per la mancanza di fatti precisi che la confermassero. Non è possibile concepire l’etere come mezzo di propagazione delle onde elettromagnetiche; inoltre è dimostrato che queste onde si propagano per variazione di campo, non necessitano della presenza dell’etere.
E proprio la discussione sull’etere e gli esperimenti eseguiti per provarne l’esistenza furono i punti, insieme alla sue concezioni dello spazio e del tempo, su cui Einstein fonda la critica alla meccanica classica. Per quest’ultima, un evento è registrato simultaneamente da due sistemi di diverse coordinate, purché questi siano inerziali. Per poter affermare ciò bisogna costruire una scala del tempo in ognuno dei due sistemi ed essere in grado di paragonare queste due diverse scale di valori temporali.
Se si vuole superare la difficoltà di coordinamento di due orologi situati in due posti differenti si deve supporre che il moto degli orologi non abbia influenza sulla loro capacità di mantenere lo stesso ritmo. Galileo, partendo da questi presupposti aveva elaborato un sistema di trasformazione di coordinate in cui il concetto di tempo si basava sulla simultaneità. Il concetto si spazio, invece, rimane fondato ancora sulla geometria euclidea, applicabile poi alla dinamica. Per assicurare il confronto della geometria con la fisica (nel tentativo di spostare la geometria euclidea dalla risoluzione di problemi di statica alla risoluzione di problemi di dinamica) e derivarne la validità di questa, Einstein introduce il 6° postulato alla geometria euclidea: “a due punti su un corpo praticamente rigido corrisponde  sempre la stessa distanza”.  Così Einstein collega concetti geometrici come quello di “punto” con concetti fisici come quello di “corpo rigido” e di “distanza”. Se si dimostra non valido questo postulato anche la geometria euclidea non vale.
Gli esperimenti di Einstein verteranno quindi a confutare i concetti di tempo e spazio. A questo scopo Einstein non utilizza più il sistema di trasformazione di Galileo, ma introduce nella sua teoria le trasformazioni di Lorentz. Con ciò dimostra che ogni corpo risulta più corto nella misurazione effettuata in un sistema rispetto al quale si muove con una certa velocità rispetto a quanto non lo sia nella misurazione effettuata in un sistema rispetto al quale è fermo.
Esistono effetti simili anche nel tempo. Nella fisica pre-relativistica il tempo è assoluto e non dipende dal sistema di riferimento e la causa di un fenomeno precede sempre temporalmente il suo effetto. Ma per Einstein la differenza temporale fra due istanti dipende dal sistema in cui si trovano gli orologi. Come conseguenza del proprio moto, l’orologio cammina più lentamente che non quando è fermo. Le concezioni di spazio e tempo della meccanica classica vengono così ribaltate.
Per alcuni fenomeni non è possibile applicare il concetto di relatività galileiana, secondo la quale la velocità dipende dal sistema di riferimento. L’osservazione dimostra che la velocità della luce non dipende dal sistema di riferimento: la velocità di un raggio di luce su un treno che si muove di moto rettilineo uniforme rispetto a una stazione è la stessa  (rispetto alla stazione) che si registra osservando un raggio che non viaggia sul treno.
Un’altra necessità di elaborare una nuova teoria fisica riguarda la terza legge della termodinamica, che si dimostra inadeguata a spiegare alcuni fenomeni di elettromagnetismo.

giovedì 3 maggio 2012

Dislessia: il blocco del passaggio al simbolismo

I bambini dislessici, invischiati nelle difficoltà di orientamento e di strutturazione, non possono, fra l’altro accedere alla fase del simbolismo. Segni, segnali, simboli sono stati oggetto di molte analisi e studi che si presentano tutti con argomentazioni o prove non trascurabili. Piaget, in un testo che riassume le sue idee sull’argomento, Il giudizio morale del bambino, scrive: “Prendiamo il termine simbolo, nel senso della scuola saussuriana di linguistica, come il contrario di segno: un segno è arbitrario, un simbolo è motivato. È d’altronde anche in questo senso che Freud parla di pensiero simbolico. Preché il segno succeda al simbolo bisogna che una collettività spogli l’immaginazione degli individui da ciò che esso presenta di fantasia personale per elaborare delle immagini obbligatorie e comuni che vadano alla pari con il codice stesso delle regole”.
Piaget e Wallon hanno dimostrato che il simbolo nasce nel bambino molto presto, in un periodo che precede la formazione dei concetti. I due psicologi sono giunti a chiamare “periodo simbolico” l’età che va dai 18 mesi ai 3-4 anni.
Secondo altri psicologi, invece, non può esservi simbolismo fuori da un certo livello di coscienza, di riflessione, di razionalizzazione che corrisponde ai 6-7 anni, al momento preciso in cui è superato lo stadio sincretico. Questa scuola di psicologi intende il “simbolismo” nel senso di “livello delle idee rappresentative del reale e del concreto”. Ciò permette di distinguere il pensiero simbolico umano con modi di espressione o di comportamento tratti da altri livelli: i segnali, i segni, i valori affettivi ecc.
Fin dai primi mesi il bambino è sensibile ai segnali: egli è capace di associare secondo il modello più classico di condizionamento. Le parole acquisite fra i 18 e i 30 mesi sono acquisite unicamente secondo questo modello. In altre parole, non ci possono essere frasi, perché la frase richiede ben altro che le parole-segnali: essa suppone un significato dato alla loro giustapposizione. Si può dire che tutti gli oggetti dell’universo  del bambino, tutti i suoi “satelliti” più o meno “distanti” effettivamente (cioè più o meno carichi, positivamente o negativamente) sono in misura differente “simbolici”, cioè rappresentano l’io e i suoi bisogni; ma se si vuole essere precisi non vi è “simbolismo”, poiché questa realtà non rappresenta l’io del bambino, essa è l’io.
Dopo i 30 mesi appare l’età analogica, con una serie di simulacri. È il periodo delle parole-frasi, del mimetismo e dell’identificazione, del pensiero analogico (pensiero “globale” in pedagogia). Non siamo ancora all’età del simbolo. Quando il simulacro è preso come uno schizzo, sembra rinviare all’atto completo, così come il modello di una macchina rinvia all’apparecchio che riproduce.  Dal simulacro il bambino passa alla simulazione, che è un gioco imitativo diverso dall’imitazione propriamente detta, poiché il modello è assente.
La simulazione o gioco d’imitazione senza modello, secondo Piaget, suppone l’interiorizzazione del modello, prova e fondamento del “vero” simbolismo. Il bambino, in assenza di un modello, costruisce lo schema motore di un’azione. Questo schema permette di regolare numerosi movimenti simili. Ma neanche lo schema motorio è considerato da altri psicologi prova del simbolismo, perché non può essere considerato come la rappresentatività astratta e condensata del vero simbolismo. Il simbolo propriamente detto è prodotto dal pensiero concettuale e dall’intelligenza analitica e conseguentemente è sostanzialmente legato al superamento del sincretismo analogico.

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