venerdì 6 gennaio 2012

Heidegger e il distacco dalla fenomenologia

Martin Heidegger
Martin Heidegger (1889-1976), filosofo tedesco padre dell’esistenzialismo (anche se ne rifiutò l’appellativo), formula il suo pensiero durante la crisi che caratterizza l’inizio del ‘900, quando la scienza viene contestata come proposta di organizzazione del sociale. L’applicazione del metodo scientifico alle scienze naturali oggettivizzano l’uomo, lo rendono cosa fra le cose, ne fanno oggetto di scienza, non soggetto. Heidegger si prefigge il compito di porre l’uomo come soggetto di scienza e non come oggetto. Il punto di inizio del pensiero heideggeriano è il concetto di intenzionalità, che cerca di superare la contrapposizione fra idealismo e realismo. Intenzionalità significa riformulare i concetti di essere e coscienza: l’essere si definisce in funzione della coscienza e viceversa, quindi esiste un’intenzione stretta fra coscienza e realtà. Non esiste una coscienza senza essere e un essere senza coscienza.
Edmund Husserl, padre della fenomenologia, aveva introdotto il concetto della "riduzione fenomenologica", ovvero mettere da parte le esperienze per arrivare alla coscienza pura e all’essere puro. La questione rispecchiava la distinzione fra conoscenza scientifica e conoscenza filosofica; la prima è acritica perché assume come vero ed esistente a priori la realtà esterna, senza porsi il problema della "possibilità della conoscenza in assoluto" ovvero del fondamento della conoscenza. Questo è il compito della conoscenza filosofica, ovvero la fenomenologia stessa. Per raggiungere questo scopo, la fenomenologia dev'essere "purificata" da pregiudizi superflui e fuorvianti. Husserl propone di "mettere da parte" tutto ciò che si conosce. Questo concetto della fenomenologia per Heidegger è falso. Mettere fra parantesi le esperienze vuol dire mettere in disparte il proprio io.
Heidegger non vuole superare il momento interiore, personale, dove ognuno sente quello che è. Il soggetto non va desoggettivizzato, non si può andare al di là del proprio io. L’io non psicologico, non storico, quello puro e indeterminato non può esistere. Heidegger opera in questo modo una rivoluzione del soggetto empirico a danni di quello trascendentale: alla scienza non deve essere sacrificato l’io determinato. Cogliere l’uomo nella sua determinazione è, per l’esistenzialismo, interesse per l’uomo distinto dagli altri animali che, immersi nell’essere, non hanno coscienza. Esigenza primaria dell’uomo è quindi porsi il problema dell’essere nella sua coscienza.

4 commenti:

  1. Le esperienze fanno parte del nostro essere sono in parte esse a formarci insieme alla nostra reale essenza

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    1. carissima, vedo che sei sulla stessa linea di pensiero di heidegger... bene, allora sei esistenzialista
      m.c.

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  2. Heidegger alle superiori non mi stava particolarmente simpatico... colpa della prof... grrr... :-)

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    1. simpatico proprio no, forse anche per la sua collaborazione con il nazismo. condivido però parte del suo pensiero, soprattutto il concetto che "visto che siamo qui e non sappiamo il perché tanto vale cercare un progetto per il futuro. inutile stare a menarla con la ricerca dell'essere puro". non concordo tanto sulla conclusione, sul nulla che segue all'alienazione, però è comprensibile, visto il periodo storico che non era dei migliori per essere ottimisti
      m.c.

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