martedì 31 gennaio 2012

Heidegger, il progetto di realizzazione dell’uomo e l'essere per la morte

Ogni uomo ha necessità di un rapporto con le cose e con gli altri uomini, perché ha bisogno di costruirsi un mondo di possibilità. Se per realizzarsi non ci si può finalizzare all’essere generale e al nulla, ci si finalizza alle cose e agli altri. Si esce da sé in modo unidirezionale, utilizzando le cose del mondo e attuando un interscambio con gli altri uomini. L’uomo deve sempre e comunque oltrepassare se stesso. Vedendosi proiettati fuori di sé la vita ha un filo da seguire, un’unica via possibile, che è quella del progetto di realizzazione, che è un progetto esistenziale e riguarda il futuro. Il concetto di tempo è l’unità del passato nel presente, venire a sé, essere quello che non è possibile non essere, progettare una realizzazione dell’uso delle cose e un interscambio con gli altri. La realizzazione non fa uscire da se stessi, dall’esserci, perché la realizzazione di un progetto non cambia quello che si è. Il futuro è portare avanti il passato attraverso il presente, sintesi di quello che si è e di quello che ancora non si è.
Il progetto di realizzazione viene a noi perché qualcosa di noi non cambia: l’esserci. Esistere è temporalizzarsi, il tempo porta con sé il rapporto con le cose e con gli altri. Le cose si presentano come indirizzate alla soddisfazione di un bisogno, non sono definite in sé e per sé, ma per l’uso a cui sono finalizzate. Gli oggetti si usano, non si conoscono. L’uso delle cose è la “cura”. Il mondo è un sistema di rinvii strumentali e l’uomo vi si realizza come soggetto economico
Il lavoro è una semplice cura, un semplice occuparsi delle cose. Quando gli altri utilizzano le stesse cose del soggetto che conosce, si ha la conoscenza degli altri. Siamo compagni di progetti, aggrappati alle cose per strappare da queste la realizzazione del “nostro progetto”: gli uomini non si strumentalizzano; ciò che è utilizzabile da uno deve essere utilizzabile anche per gli altri. Riconoscendo gli altri come soggetti si capisce che esserci è in realtà “coesserci”, aprirsi agli altri, avere affetto per loro. Solo comprendendo che nella cura gli altri sono come noi cominciamo a interessarci ai loro progetti.
Ci si imbatte in un’esistenza non nostra. Assumere o perdere se stessi? Se ci si ripiega su se stessi e si resta presso le cose come se non si esistesse, subentra l’angoscia, la stessa che ci ha portato nel mondo e ora ci porta all’interno di noi stessi, uscendo dal modo della cura. La cura comincia a essere una fuga da noi stessi e il lavoro è figlio della paura di rimanere soli. Il lavoro aliena dall’essere, mettendolo in contatto con un mondo improprio, tendendo a far riversare un soggetto negli altri. Il problema deve essere risolto dall’essere nell’essere, rientrando in se stessi. Entrando in rapporto con gli altri esseri, nella “cura”, l’uomo rischia  di fuggire da sé, ripiegandosi su se stesso.
Perché progettare sulle proprie possibilità, perché utilizzare le cose del mondo, perché realizzarsi. La riposta non ci può essere. L’affacendarsi sulle cose fa nascere la noia, ci si sente isolati, si sente di avere ancora delle esigenze non soddisfatte. Le esigenze risorgono perché esiste qualcosa che il mondo e la società non possono soddisfare. Il mondo, che era sede del progetto e dell’appagamento della propria realizzazione, ritorna a essere il problema. La noia si trasforma in nausea. Il mondo viene percepito come improprio, non autentico. Si comprende allora che la cura era solo una distrazione per sfuggire all’inquietudine creata dalla problematica dell’esistenza.
È la coscienza a questo punto che grida di tornare a essere noi stessi. È il grido dell’io esistenziale, personale, quello che si è perso nel mondo a causa della cura. Il grido della coscienza è il silenzio, la coscienza può proporre solo se stessa e quindi può offrirci solo noi stessi. L’io ritorna depurato dai contatti sociali. Il mondo ci è estraneo, ci oltrepassa, è assolutamente altro da noi stessi, senza possibilità di incontro. La coscienza torna allo stadio di autenticità.
L’io è una determinazione dell’essere e quindi non si può cogliere l’essere nella sua totalità, l’essere viene dal nulla ed è nulla, perché l’io non riuscirà mai a cogliere se stesso. L’uomo non è fasciato da nulla, la sua è una pura esistenza. L’esperienza del nulla è l’esperienza dell’angoscia, la lontananza dall’essere nella sua totalità, la consapevolezza di essere estraneo al mondo. Vivere o morire diventano la stessa cosa. Il soggetto avverte di essere nel “suo proprio”, ma anche nella disperazione. Non resta altro che la rassegnazione. Ci si deve accettare come si è, nell’assurdità dell’esistere, avvertendo di essere progettati per la morte. Un essere fasciato di nulla è per la morte, accetta la vita come possibilità di morte. Se l’uomo esiste non riesce a oltrepassarsi, l’unica via per poter far questo è dunque la morte, perché lo toglie da tutte le situazioni che lo determinano. L’uomo è predisposto a morire dal momento che è nato. Morire non significa essere alla fine, ma essere per la fine. Ma per oltrepassare noi stessi non basta “essere per la morte”, bisogna portare a sé la morte, avvicinarla, vivere nella sua finalità. 

Overblog lancia Timekiwi, un servizio per creare una timeline personale


Overblog, la prima piattaforma di blog in Europa, ha recentemente acquisto Timekiwi. Come annunciato anche dal prestigioso Techcrunch, si tratta della prima acquisizione europea di una start-up nata nella Silicon Valley.
Ma cos'é Timekiwi? Timekiwi è un servizio on-line che consente di creare una semplice timeline personalizzata capace di aggregare tutti i contenuti condivisi pubblicamente sui vari social network: Facebook, Twitter, Instagram, Foursquare, Flickr e sul Blog (Tumblr, Overblog, ecc.). Dall'aspetto semplice ed elegante, Timekiwi permette di condividere con chi vuoi le tue attività pubbliche online e promuovere la tua identità digitale per aumentare la tua influenza in rete.

L'acquisizione di Timekiwi rientra nel più vasto progetto a cui sta lavorando il team di Overblog, società del gruppo Ebuzzing, da più di 4 mesi. Al progetto di crowdsourcing, diffuso in rete attraverso l'hashtag  #futureofblogging hanno dato il loro contributo oltre 500 blogger in tutta Europa. #futureofblogging è nato con lo scopo di affermare una nuova idea di blog, da intendersi come centro e punto di snodo di tutte le proprie attività in rete. La presentazione della nuova piattaforma avverrà ufficialmente a giugno del 2012. 

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giovedì 19 gennaio 2012

Storia o leggenda: re Artù

Britannia, tra il V e il VI secolo d.C. La dominazione dell’impero romano è ormai alla fine. Nel 410 l’imperatore Onorio, figlio di Teodosio il Grande, è costretto a ritirare le proprie truppe dalla zona per difendere la Gallia e l’Italia dall’invasione visigota. Ma pure in Britannia i guai non sono terminati e nuovi nemici minacciano la ritrovata unità del regno: sono i Sassoni che provengono dalla Scandinavia, temuti perché ancora pagani. È questo lo scenario storico in cui si colloca la figura di re Artù, della sua mitica spada e della leggendaria Tavola Rotonda.
Le testimonianze della sua esistenza sono da sempre oggetto di impegno da parte di molti studiosi. Di lui si parla nella Historia Brittonum del monaco Nennio, un saggio sulla storia della Britannia tra il 428 e il 547 d.C. Nennio non lo cita mai come re, ma racconta delle gesta di un soldato chiamato Artù impegnato a difendere i possedimenti regali dall’invasione dei Sassoni. Secondo il film del 2004 diretto da Antoine Fuqua, King Arthur, questo valoroso comandante sarebbe stato addirittura un ex generale romano di nome Artorius Castrus, soprannominato Artù, fin da giovane al servizio dell’impero romano al fianco dei cavalieri sarmati, valorosi guerrieri di origine ucraina già impiegati da Marco Aurelio per difendere la Britannia.

Le leggende sul personaggio
Racconti e leggende di un personaggio simile circolavano anche in altri paesi, dall’Irlanda alla Normandia, e perfino in Italia (un bassorilievo sulla Porta della Pescheria del Duomo di Modena raffigura Artù e i suoi cavalieri). L’identificazione della figura di Artù ha diviso gli studiosi storici su più fronti. Alcuni sostengono possa trattarsi di Riotamo, re dei Brettoni attivo durante il regno dell’imperatore romano Antemio. Altri lo identificano con Lucio Artorio Castro, un dux romano del II secolo a capo della VI legione, la cui fama si sarebbe tramandata nei secoli successivi. Teorie molto più fantasiose lo vedono addirittura un re dell’età del bronzo (circa 2300 a.C.), altre sostengono che fosse un guerriero scozzese a capo dell’esercito impegnato nelle azioni militari contro i Pitti che si svolsero nella regione tra il Vallo di Adriano e quello di Antonio.
Quando nel 1136 il monaco gallese Goffredo di Monmouth scrisse la sua Historia Regium Britanniae si sentì parlare in maniera più approfondita di Artù e del mago Merlino. La forma definitiva del personaggio si deve alla pubblicazione, nel 1485, de La morte di Artù, di Sir Thomas Malory, dove per la prima volta vennero citati Lancillotto, la Tavola Rotonda, Camelot e il Santo Graal.

La Tavola Rotonda
Rintracciare la Tavola Rotonda non è stata impresa semplice. Per anni si credette che fosse quella conservata nel castello di Winchester, nello Hampshire, fatta costruire senza capotavola da Artù “perché tutti fossero uguali”. In realtà quella tavola fu fatta costruire probabilmente per Enrico III (1216-1272), per riportare in auge lo spirito cavalleresco dell’epoca di Artù. La tavola fu dipinta con 25 spicchi, uno per il re e 24 per i suoi cavalieri. Nel mezzo vi si trova una rosa, simbolo dei Tudor. L’esame della datazione al carbonio 14, effettuata nel 1976, confermò la costruzione con alberi tagliati nel tredicesimo secolo.

Le rovine di Tintagel Castle
Le rovine di Tintagel
È solo nel 1998 che emerge per la prima volta un reperto che potrebbe confermare la reale esistenza di Artù. Si tratta di una lastra di ardesia risalente al VI secolo e rinvenuta nei pressi di Tintagel, in Cornovaglia, sulla quale è incisa una citazione latina che accenna al fatto che un certo Artognov (che si legge Artù) fece costruire quel luogo. La corrispondenza con la tradizione, che vedeva in Tintagel il luogo di nascita di Artù, ha fatto ben sperare di poter finalmente legare la figura leggendaria di Artù a un reale personaggio storico, ma la prova è decisamente insufficiente.

Camelot, Merlino e la spada nella roccia
Nessuna traccia recante il nome di Camelot è invece stata trovata nel luogo dove la tradizione colloca la reggia di Artù, ma gli scavi hanno comunque confermato la presenza di un edificio fortificato importante, con vasellame simile a quello del castello di Tintagel. Quanto al tutore e consigliere di Artù, Merlino, probabilmente deve il suo nome (Myrddyn) alla città natale, Caermyrddyn. A causa degli scarsi dati pervenuti si pensa sia stato consigliere del re gallese Vortirgern (V secolo d.C.) che combattè a fianco di re Gwenddolau, che Nikolai Tolstoy (saggista e storico britannico di origine russa) identifica con Re Artù. Anche su Excalibur non mancano certo le controversie. La mitica spada estratta dalla roccia da Artù ancora bambino sarebbe in realtà la spada druidica dei re precedenti la dominazione romana, che la tradizione vuole forgiata in cielo dagli dei. Il suo nome deriverebbe da una scritta latina incisa sull’elsa.
Per quanto riguarda poi la difesa del santo Graal, il calice usato da Gesù per istituire l’eucarestia, c’è da dire che il Graal avrebbe potuto essere il calice usato nelle cerimonie solenni dai sacerdoti druidici in epoca preromana per raccogliere il sangue delle vittime sacrificate.
L’ultima curiosità attorno a re Artù è la totale mancanza di accenni ai suoi eredi, fatto poco credibile nel contesto storico del personaggio.

venerdì 13 gennaio 2012

Speak now! For work: tutto l'inglese che serve nel mondo del lavoro

John Peter Sloan è tornato a insegnarti l’inglese da usare per il tuo lavoro!
Al giorno d’oggi, nel mondo del lavoro, non si può prescindere dall'avere conoscenze specifiche e tra queste gioca un ruolo fondamentale la buona conoscenza della lingua ingleseJohn Peter Sloan, l’attore comico apparso negli show di Zelig, da tempo qui in Italia si occupa dell’insegnamento della lingua inglese e, da bravo attore, è riuscito a far diventare le sue lezioni dei veri e propri spettacoli. Per questo Sloan è sempre più richiesto dalle società multinazionali per organizzare corsi di lingua inglese per i dipendenti.
Sebbene ormai stiamo un po’ tutti familiarizzando con questa lingua, se si rende indispensabile usarla nel mondo del lavoro per sostenere anche la minima conversazione telefonica, allora possono verificarsi situazioni alquanto imbarazzanti, che a volte limitano le nostre possibilità di carriera o ci costringono a rinunciare a opportunità lavorative stimolanti.
Per questo motivo, John Peter Sloan ha preparato il corso di lingua inglese su dvd,  "speak now", a cui ora si aggiunge Speak Now! For Work, appositamente studiato per ottenere quella padronanza della lingua necessaria quando ci si muove nel dinamico mondo del lavoro.
Il piano dell’opera prevede 20 cofanetti in uscita ogni lunedì insieme a la Repubblica e l’Espresso a partire dal 9 gennaio. Ogni cofanetto contiene un dvd con gli sketch divertentissimi del famoso attore inglese e un libro contenente i glossari, i termini tecnici e gli approfondimenti lessicali.
Prova a verificare il tuo livello di conoscenza della lingua: sai chiedere se è possibile parlare con il responsabile dell’amministrazione o il direttore vendite?  Pensi di riuscire a preparare un curriculum in inglese? Ti piacerebbe approfittare delle opportunità di lavoro all’estero? Sei sicuro della tua pronuncia? Pensa a cosa potrebbe succedere se rispondi a qualcuno: “Ti ho spedito il foglio ieri”; ma pronunci male la parola “sheet” (foglio).
Se hai dei dubbi ecco il corso per te: Speak Now! For Work è la risposta ai problemi della lingua inglese nel lavoro, un modo rivoluzionario e divertente per riuscire a muoversi con disinvoltura in questo mondo, sia in Italia che all’estero.
Gli argomenti trattati nel primo cofanetto riguardano la ricerca del lavoro più adatto a te e alle tue aspettative, a come preparare il curriculum e come gestire il colloquio di lavoro. Il tutto è presentato alla maniera di John Peter Sloan, capace di ricreare in modo divertente condizioni reali in cui i personaggi devono affrontare le varie situazioni che si possono verificare in ambito lavorativo.
Per acquistare il corso Speak Now! For Work basta aggiungere 4,90 euro oltre al prezzo di copertina del giornale per la prima uscita. Per le successive sarà necessario aggiungere 12,90 euro.
"speak now"

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mercoledì 11 gennaio 2012

Heidegger e il dramma dell’io: l’essere e il nulla

Martin Heidegger
Una volta focalizzato il pensiero sull’esistenza, Heidegger si domanda cos’è l’uomo e cos’è l’io, domande a cui la scienza non può rispondere.
La domanda hideggeriana non è in relazione all’essere in generale, ma all’essere nella sua determinazione particolare, che il padre dell’esistenzialismo tedesco chiama “situazione”. La situazione è di pura oggettività, pone l’uomo come cosa fra le cose, lo getta in un mondo al di là la sua volontà, in un posto dove egli non conosce i rapporti fra sé e le cose e fra le cose stesse. La vita ci viene data, ma questo posto nel mondo ci viene imposto, appartiene al soggetto solo perché il soggetto ci deve vivere e in esso deve realizzarsi. Da questa situazione irrazionale che non si è scelto si può costruire qualcosa per sé.
Si può apprendere qualcosa di se stessi e apprendere la situazione: comprenderla significa superarla, capire di non essere cosa fra le cose, ma soggetto. Ci si pone, si esiste. Si scopre di essere un io che emerge perché ha una coscienza. Ci si distacca dalle cose e dalla loro imminenza, le si superano. Si stravolge il concetto di metafisica. Uscendo dalle cose la domanda viene ridicolizzata. Perché ci sono piuttosto di non esserci? Perché esserci piuttosto del nulla? L’uomo non può rifiutare la propria esistenza, semplicemente perché c’è. La domanda metafisica va al di là dell’essere sul quale viene fatta. Il concetto del nulla esce dalla possibilità di rispondere. 
Siamo esseri parziali e determinati, non possiamo conoscere l’essere generale. La risposta implicherebbe un superamento della situazione esistenziale da cui non si può prescindere, se non annullando se stessi per approdare nel nulla. Uscire dall’essere per arrivare all’essere è impossibile. Arrivare all’universale, togliere la determinazione, significherebbe arrivare al nulla.
L’essere e il nulla diventano i due poli del dramma dell’io. Il nulla non può essere accettato perché l’io esiste. L’interrogazione sull’io non deve appartiene alla scienza, ma al soggetto. 
Se la domanda fosse analizzata dalla scienza crollerebbe: ma se l’uomo continua a porsi la domanda questa mantiene la sua necessità di essere posta. L’io sente di voler risolvere i suoi problemi, anche se questi non sono scientifici, per trovare un senso all’esistenza. Il centro della filosofia di Heidegger diventa l’uomo concentrato nella risoluzione di problemi che sente solo suoi, sforzandosi di essere per esserci, senza pretesa di raggiungere l’essere generale. L’uomo rimane legato alla sua situazione e impara ad amarla, preferendo esistere piuttosto che non esistere, anche se non lo si è scelto. 

Sacrificio di Isacco (Caravaggio)

Caravaggio (al secolo Michelangelo Merisi) dal cardinale Maffeo Barberini, futuro papa Urbano VIII, che per avere l'opera dovette però aspettare che l'artista lombardo, protagonista dei palazzi romani del Seicento, uscisse di prigione. Perché Caravaggio, la cui vita fu divisa tra la cultura raffinata e la feccia della strada, fu coinvolto in non poche vicende giudiziarie. A cominciare dal 1603, quando fu accusato di essere l'autore di alcuni sonetti diffamatori nei confronti del pittore Giovanni Baglione, per finire tre anni dopo con un'accusa di aggressione ai danni di Mariano Pasqualone, un funzionario legale dello stato ecclesiastico. Tre anni in cui l'artista milanese fu arrestato e incarcerato cinque volte.
l dipinto fu commissionato al
Fu probabilmente durante gli arresti domiciliari che Caravaggio terminò l'opera in questione, che testimonia le ricerche dell'artista sulle espressioni dei volti mentre si compiono atti di violenza. L'episodio biblico ritratto è riferito nel libro della Genesi: dopo aver aspettato un erede per oltre cent'anni, Abramo riceve l'ordine divino di prendere l'agognato figliolo Isacco e di offrirglielo in sacrificio. Abramo, senza discutere in alcun modo la richiesta, lega il ragazzo all'altare sacrificale e si appresta a sferrare il colpo mortale, ma è fermato dall'arrivo di un angelo che gli dice di fermarsi perché ha già superato la prova di obbedienza incondizionata che gli era stata richiesta.
Punto centrale del quadro è il vecchio Abramo, vestito con un drappo rosso acceso. Con la mano sinistra tiene la testa del figlioletto riversa sull'altare e nella destra afferra il coltello sacrificale. L'espressione di Isacco è colta nell'esatto istante dell'urlo di terrore. Il viso di Abramo, con espressione interrogativa, è rivolto alla sinistra del dipinto, dove appare il giovane angelo che con la mano destra ferma e decisa afferra il braccio del patriarca per mettere fine l'omicidio rituale.
A fare da modello a Isacco, e probabilmente anche all'angelo, fu il garzone di Caravaggio, Cecco Boneri, che più avanti fu pittore a sua volta. Questo dimostra una delle caratteristiche della pittura del Merisi: una sorta di messa insieme di figure tratte da studi sui modelli.
Sacrificio di Isacco; Caravaggio; 1603-1064; olio su tela; cm. 104x135; Firenze, Galleria degli Uffizi

lunedì 9 gennaio 2012

Storia o leggenda: Brian Boru

L'arpa celtica
Uno dei più antichi e conosciuti brani di musica irlandese, la Brian Boru’s march è dedicata a lui. E l’arpa di Brian Boru è il termine per indicare lo strumento divenuto emblema nazionale della Repubblica d’Irlanda, riportato sul retro della moneta da 1 euro, usata anche come simbolo della provincia di Leinster e nell’insegna della birra Guinness. The Spire (il Pinnacolo), il celebre monumento dublinese in O'Connell street viene chiamato anche pinnacolo di Brian Boru. Il personaggio della serie tv Star Trek, Miles O'Brien, interpretato dall'attore irlandese Colm Meaney, si definisce un discendente di Brian Boru. Ma chi era in realtà Brian Boru?
Brain Boru, ovvero Brian Bórumha mac Cennétig (noto con i nomi inglese di Brian Boru e irlandese di Brian Boraime) fu sovrano supremo d'Irlanda dal 1002 al 1014. Secondo la tradizione, ai suoi funerali fu intonata quella che poi sarà conosciuta, appunto, come la Brian Boru’s march, uno dei più antichi brani popolari irlandesi che ha preso la sua forma melodica definitiva attorno al XV secolo.
Il logo
della birra Guinness
L’onore di tale tributo sarebbe da attribuirsi alla leggenda secondo la quale il re irlandese sarebbe riuscito, anche se per breve tempo, a unificare il regno, storicamente diviso in clan, a costo della propria vita (morì nel 1014 nella battaglia che si svolse sulle rive del Liffey). 
Brian Boru apparteneva al clan dei Dál gCais, ed ereditò la sovranità del territorio del Munster dopo la morte del padre e del fratello maggiore. Una volta consolidato il suo dominio nella regione, Brian si proposte di estenderlo nelle provincie confinanti del Connacht e del Leinster, entrando in conflitto con il supremo sovrano d’Irlanda Máel Sechnaill mac Domnaill, che governava sulla provincia di Meath. Per quindici anni gli scontri si susseguirono senza sosta, finché nel 996 Brian Boru ottenne il dominio dapprima del Leinster, e poi sui territori vicini, finché, nell’anno 1000, manifestò il chiaro intento di riprendere la lotta per il totale controllo dell'Irlanda, compresa l'unica provincia che non aveva riconosciuto il suo potere: l'Ulster.
Per sconfiggere e sottomettere tutti i sovrani dell’Ulster, Brian Boru ebbe bisogno di campagne militari molto impegnative, che durarono dieci anni. Durante il regno unificato, Brian si accattivò i favori del monastero di Armagh, imponendo agli altri monasteri il versamento di numerosi tributi da versare alla cittadina, dichiarata epicentro della Chiesa cristiana in Irlanda e proclamata capitale religiosa della nazione. A tale proposito il Libro di Armagh si riferisce a Brian Boru non come Ard Ri (Supremo sovrano) ma come Imperatore d'Irlanda.
Nel 1012, però, iniziarono le ribellioni dei sovrani che un tempo si erano sottomessi a Brian e il capo del regno unito fu costretto, insieme al figlio Murchadh, a impegnarsi in nuove e sanguinose battaglie. I nemici di Brian arrivarono ad allearsi con i Normanno-Gaeli e anche con i guerrieri giunti dall’estero, probabilmente vichinghi, attirati dalla possibilità di ottenere ingenti bottini di guerra. Le truppe vichinghe guidate da Sigurd Hlodvirsson re delle Orcadi e da Brodir sovrano dell'isola di Man, arrivarono in Irlanda il 18 aprile 1014. Brian morì durante la battaglia, ucciso mentre pregava. Il suo coraggio e la sua determinazione gli permisero di diventare l'ultimo High King of Ireland.
L’immagine popolare di Brian Boru come colui che guidò le sue armate contro gli invasori vichinghi, ebbe origine soprattutto da uno scritto risalente al XII secolo dal titolo Cogadh Gaedhil re Gallaibh (Guerra degli Irlandesi contro gli Stranieri), che però probabilmente fu commissionato da uno dei discendenti di Brian Boru a fine propagandistico per giustificare le pretesa della casata sulla corona del Sovrano Supremo. Anche se quest’opera fu considerata attendibile da molti studiosi fino agli anni settanta, è improbabile che Brian Boru liberò l'Irlanda dagli invasori vichinghi, visto che questi ultimi non invasero mai l'isola durante il suo regno; le invasioni iniziarono infatti soltanto dalla fine dell’VIII secolo.
Per quanto riguarda l’arpa, oggi esposta al Trinity College a Dublino, c’è da dire che sicuramente non poteva appartenere a Brian Boru, in quanto non si tratta di un'arpa del XV secolo. Insieme alla Queen Mary Harp e alla Lamont Harp si tratta della sola arpa gaelica medievale esistente al mondo.

La Brian Boru’s march, nella splendida interpretazione di Sir James Galway, flautista irlandese soprannominato “l’uomo dal flauto d’oro” e universalmente considerato uno dei più grandi interpreti del repertorio flautistico di tutti i tempi…



…e nella versione tradizionale suonata con l’arpa celtica



venerdì 6 gennaio 2012

Heidegger e il distacco dalla fenomenologia

Martin Heidegger
Martin Heidegger (1889-1976), filosofo tedesco padre dell’esistenzialismo (anche se ne rifiutò l’appellativo), formula il suo pensiero durante la crisi che caratterizza l’inizio del ‘900, quando la scienza viene contestata come proposta di organizzazione del sociale. L’applicazione del metodo scientifico alle scienze naturali oggettivizzano l’uomo, lo rendono cosa fra le cose, ne fanno oggetto di scienza, non soggetto. Heidegger si prefigge il compito di porre l’uomo come soggetto di scienza e non come oggetto. Il punto di inizio del pensiero heideggeriano è il concetto di intenzionalità, che cerca di superare la contrapposizione fra idealismo e realismo. Intenzionalità significa riformulare i concetti di essere e coscienza: l’essere si definisce in funzione della coscienza e viceversa, quindi esiste un’intenzione stretta fra coscienza e realtà. Non esiste una coscienza senza essere e un essere senza coscienza.
Edmund Husserl, padre della fenomenologia, aveva introdotto il concetto della "riduzione fenomenologica", ovvero mettere da parte le esperienze per arrivare alla coscienza pura e all’essere puro. La questione rispecchiava la distinzione fra conoscenza scientifica e conoscenza filosofica; la prima è acritica perché assume come vero ed esistente a priori la realtà esterna, senza porsi il problema della "possibilità della conoscenza in assoluto" ovvero del fondamento della conoscenza. Questo è il compito della conoscenza filosofica, ovvero la fenomenologia stessa. Per raggiungere questo scopo, la fenomenologia dev'essere "purificata" da pregiudizi superflui e fuorvianti. Husserl propone di "mettere da parte" tutto ciò che si conosce. Questo concetto della fenomenologia per Heidegger è falso. Mettere fra parantesi le esperienze vuol dire mettere in disparte il proprio io.
Heidegger non vuole superare il momento interiore, personale, dove ognuno sente quello che è. Il soggetto non va desoggettivizzato, non si può andare al di là del proprio io. L’io non psicologico, non storico, quello puro e indeterminato non può esistere. Heidegger opera in questo modo una rivoluzione del soggetto empirico a danni di quello trascendentale: alla scienza non deve essere sacrificato l’io determinato. Cogliere l’uomo nella sua determinazione è, per l’esistenzialismo, interesse per l’uomo distinto dagli altri animali che, immersi nell’essere, non hanno coscienza. Esigenza primaria dell’uomo è quindi porsi il problema dell’essere nella sua coscienza.

martedì 3 gennaio 2012

Una riflessione sui modelli educativi per le nuove generazioni

Nel 1962 usciva nelle sale cinematografiche “Il buio oltre la siepe”, tratto dall’omonimo romanzo di Herper Lee vincitore del premio Pulitzer. Nello splendido film diretto da Robert Mulligan e vincitore di tre premi Oscar, uno straordinario Gregory Peck si trova a fronteggiare il problema della discriminazione (non solo razziale) nei confronti dei “diversi” (neri e malati di mente), in una cittadina del profondo sud degli Stati Uniti. Insieme a suoi bambini, che diventeranno protagonisti quanto lui dell’intera storia, cerca di combattere i pregiudizi di una mentalità provinciale conformista e retrograda. Il film è introdotto dalla voce fuori campo della bimba maggiore che così ricorda quell’esperienza: «I vicini portano da mangiare quando muore qualcuno, portano dei fiori quando qualcuno è ammalato e altre piccole cose in altre occasioni. Boo era anche lui un nostro vicino e ci ha regalato: due pupazzi fatti con il sapone, un orologio rotto con la catena, un coltello e le nostre vite. Una volta Atticus mi aveva detto “Non riuscirai mai a capire una persona se non cerchi di metterti nei suoi panni, se non cerchi di vedere le cose dal suo punto di vista”; ebbene io quella notte capii quello che voleva dire. Adesso che il buio non ci faceva più paura avremmo potuto oltrepassare la siepe che ci separava dalla casa dei Radley e guardare la città e le cose dalla loro veranda. Accadde tutto in una notte, la notte più lunga, più terribile e insieme la più bella della mia vita».

Cos’è cambiato da allora? A giudicare da questo video sembrerebbe non molto. Dobbiamo essere molto critici sui modelli che trasmettiamo alle nuove generazioni e tenere presente l’influenza che abbiamo noi adulti sui bambini e sull’idea che essi hanno di loro stessi. Perché l’amore e la tolleranza si imparano da piccoli.

Negli anni 50, in una America ancora afflitta dalla segregazione razziale, lo psicologo Kenneth Clark ha condotto un esperimento con dei bambini neri. Voleva misurare l’impatto che il razzismo aveva sull’immagine che questi bambini avevano di loro stessi. I bambini dovevano scegliere fra una bambola nera e una bambola bianca. Più di 50 anni dopo i risultati sono differenti? I diversi test recenti sono un’accusa insopportabile…  "Mi puoi mostrare la bambola che preferisci o quella con cui ti piacerebbe giocare?"



Kenneth Clark (1914-2005) è stato uno psicologo afro-americano. Con la moglie Mamie Phipps Clark ha fondato a Harlem il centro di Northside per lo sviluppo del bambino e l’organizzazione “Occasioni illimitate della gioventù di Harlem” (HarYou). I Clark sono stati testimoni di parte nel processo “Briggs verso Elliott” (1952), successivamente congiunto ad altri casi in cui la Suprema Corte degli Stati Uniti ha dichiarato incostituzionale la segregazione razziale nelle scuole pubbliche.

domenica 1 gennaio 2012

Ode al primo giorno dell’anno: l’omaggio di Pablo Neruda al capodanno


Pablo Neruda, Terzo libro delle odi (Tercer libro de odas), 1957
Ode al primo giorno dell'anno
Lo distinguiamo dagli altri
come se fosse un cavallino
diverso da tutti i cavalli.
Gli adorniamo la fronte con un nastro,
gli posiamo sul collo sonagli colorati,
e a mezzanotte lo andiamo a ricevere
come se fosse un esploratore che scende da una stella.

Come il pane assomiglia al pane di ieri,
come un anello a tutti gli anelli: 
i giorni muovono le palpebre
limpidi, tintinnanti, passeggeri,
e si coricano nella notte oscura.

Vedo l'ultimo giorno di questo anno
sopra un convoglio diretto verso le piogge
del lontano arcipelago cobalto,
e l'uomo della lovomotiva,
complessa come un orologio del cielo,
che abbassa gli occhi sull'infinita riga dei binari
sui lucidi manubri, sopra ai veloci ingranaggi del fuoco.

Oh!, conduttore di treni
scatenati verso stazioni nere della notte!
Questa fine dell'anno senza moglie e senza figli,
non è uguale a quella di ieri, a quella di domani?

Visto dalle rotaie e dalle maestranze
il primo giorno, la prima aurora
di un anno che comincia,
ha il medesimo ossidato colore di treno di ferro:
e salutano le persone mungo il cammino,
le vacche e i villaggi, nel vapore dell'alba,
senza sapere che si tratta della porta dell'anno,
di un giorno scosso da campane,
adornato con piume e garofani.

La terra non lo sa: accoglierà questo giorno
dorato, grigio, celeste, lo dispiegherà in colline
lo bagnerà con frecce di trasparente pioggia
e poi lo avvolgerà nell’ombra.

Eppure, piccola porta della speranza,
nuovo giorno dell’anno,
sebbene tu sia uguale agli altri
come i pani a ogni altro pane,
ci prepariamo a viverti in altro modo,
ci prepariamo a mangiare, a fiorire, a sperare.

Ti metteremo come una torta
nella nostra vita,
ti accenderemo come un candelabro,
ti berremo come un topazio.

Giorno dell'anno nuovo,
giorno elettrico, fresco,
tutte le foglie escono verdi
dal tronco del tuo tempo.

Incoronaci con acqua,
con gelsomini aperti,
con tutti gli aromi spiegati,
sì, benché tu sia solo un giorno,
un povero giorno umano,
la tua aureola palpita
su tanti cuori stanchi
e tu sei, oh giorno nuovo,
oh nuvola in arrivo,
pane mai visto,
torre permanente!

Oda al primer día del año
Lo distinguimos como si fuera
un caballito diferente de todos los caballos.
Adornamos su frente
con una cinta, le ponemos
al cuello cascabeles colorados,
y a medianoche vamos a recibirlo
como si fuera explorador que baja de una estrella.

Como el pan se parece al pan de ayer,
como un anillo a todos los anillos:
los días parpadean claros, tintineante, fugitivos,
y se recuestan en la noche oscura.

Veo el último día de este año
en un ferrocarril, hacia las lluvias
del distante archipiélago morado,
y el hombre de la máquina,
complicada como un reloj del cielo,
agachando los ojos a la infinita
pauta de los rieles,
a las brillantes manivelas,
a los veloces vínculos del fuego.

Oh!, conductor de trenes desbocados
hacia estaciones negras de la noche.
Este final del año sin mujer y sin hijos,
no es igual al de ayer, al de mañana?
Desde las vías y las maestranzas
el primer día, la primera aurora
de un año que comienza,
tiene el mismo oxidado color de tren de hierro:
y saludan los seres del camino,
las vacas, las aldeas, en el vapor del alba,
sin saber que se trata de la puerta del año,
de un día sacudido por campanas,
adornado con plumas y claveles,

La tierra no lo sabe: recibirá
este día dorado, gris, celeste,
lo extenderá en colinas, 
lo mojará con flechas de transparente lluvia,
y luego lo enrollará en su tubo, 
lo guardará en la sombra.

Así es, pero pequeña puerta de la esperanza,
nuevo día del año,
aunque seas igual como los panes a todo pan,
te vamos a vivir de otra manera,
te vamos a comer, a florecer, a esperar.
Te pondremos como una torta en nuestra vida,
te encenderemos como candelabro,
te beberemos como si fueras un topacio.

Día del año nuevo,
día eléctrico, fresco,
todas las hojas salen verdes del tronco de tu tiempo.

Corónanos con agua,
con jazmines abiertos,
con todos los aromas desplegados,
sí, aunque sólo seas un día,
un pobre día humano,
tu aureola palpita sobre tantos cansados corazones,
y eres, oh día nuevo,
oh nube venidera,
pan nunca visto,
torre permanente!