venerdì 21 dicembre 2012

La crisi delle scienze positive come fondamento del vivere

Galileo Galilei
La nascita della scienza moderna, che si usa far risalire a Galileo, sancisce i canoni che una scienza deve seguire per essere considerata tale e stabilisce il metodo rigoroso di indagine che tale scienza è tenuta a seguire.
Questo aspetto della scienza si è andato sviluppando nel corso degli anni fino a costituire una disciplina distinta che ha preso il nome di epistemologia. L’epistemologia, nell’ambito della filosofia della scienza, si occupa di definire le condizioni in cui una conoscenza può essere considerata valida, ovvero scientifica.
Anche se la scienza ha mostrato i suoi limiti, la sua relatività, se oggi l’uomo non è più pervaso da quella sorta di scientismo che ha caratterizzato la mentalità positivista, è tuttavia propenso ad accettare solo quelle conoscenze e quelle discipline che l’epistemologia accerta come scientificamente valide, sgombrando il campo da ogni possibile speculazione metafisica. Queste discipline sono le cosiddette scienze positive, cioè quelle che il lungo processo epistemologico, iniziato con la scienza newtoniana, ha sancito come le sole discipline che, seguendo il metodo su cui si deve fondare il sapere, possono costituire la scienza.
Il nostro sapere, per essere dotato di credibilità scientifica, si fonda essenzialmente sul metodo fisico-matematico (le prime scienze ritenute tali), che partendo da premesse  generali, attraverso l’osservazione e la rilevazione minuziosa dei dati, arriva alla formulazione di leggi, la cui validità scientifica passa attraverso una lenta e precisa opera di verifica. Tanto più una legge è valida, tanti più casi cadono sotto di essa e tanti più fenomeni vengono spiegati. Il fatto che anche la fisica (considerata una delle scienze per eccellenza) abbia verificato fenomeni che confutavano le sue leggi e abbia dovuto modificare i suoi enunciati nel corso degli anni, non significa che deve essere considerata una disciplina non-scientifica; anzi, una dottrina è generalmente considerata non-scientifica, se in linea di principio nessuno stato di cose osservabili può smentire i suoi enunciati, sicché, con modificazioni appropriate, essi possono essere resi compatibili con qualsiasi stato di cose. È il caso, per esempio, delle discipline cosiddette para-psicologiche, la cui validità scientifica è ancora in discussione. E sembrerebbe anche essere il caso della psico-analisi, le cui concezioni non possono essere dimostrate e non possono essere confutate.
Il metodo scientifico, esaltato da illuministi e positivisti, è ancora quello che costituisce il fondamento del nostro sapere. Ma qualcosa ha incrinato questo scientismo e ha portato alla "crisi delle scienze”, ovvero la fiducia che queste scienze possano costituire quel progresso umano che porta alla risoluzione dei problemi esistenziali dell’uomo. Fede, questa, e fiducia, comprensibile se si tiene conto del contesto culturale in cui si è espressa. Le scienze positive, forti come fondamento del sapere, crollano come fondamento del vivere, come incessante progresso e via per la felicità.

mercoledì 5 dicembre 2012

Durkheim e la ricerca dell’ordine sociale

Émile Durkheim
Émile Durkheim (1858-1917), sociologo e storico francese, appartiene a quella corrente repubblicana, progressista, anticlericale i cui ideali erano rappresentati in quelli della Rivoluzione del 1789. Quando, nel 1905, l’insegnamento della religione fu eliminato dalle scuole statali, Durkheim propose la sociologia come mezzo per dare un’educazione morale ai bambini.
Nell’opera La divisione del lavoro sociale del 1893 cerca di rispondere circa il problema di come sia possibile un ordine sociale. Secondo Durkheim ogni società umana richiede solidarietà: nelle società antiche la solidarietà è di tipo meccanico, fondata sulla somiglianza fra individui: la gente si appartiene nella fede, sentimento di amicizia. Nelle società moderne, dove è generalizzata la divisione del lavoro, la solidarietà assume una forma organica, fondata sulle differenze fra gli individui, nella quale i rapporti sono stabiliti da leggi e relazioni contrattuali (legge-ragione). 
Il progresso si manifesta nella tendenza verso questo tipo di ordine sociale. Lo sviluppo sociale indebolisce la coscienza collettiva che deve essere ricreata segmentando la società in gruppi omogenei quali scaturiscono appunto dalla divisione del lavoro. La società è vista come realtà oggettiva, ovvero esiste al di fuori dell’individuo, ed è una combinazione di coscienze (coscienza collettiva). La rottura dei valori e degli equilibri sociali genera anomia, condizione di assenza di solidarietà umana o sociale.
Vengono introdotti i concetti di crimine (ciò che la coscienza collettiva proibisce), di diritto repressivo, che punisce gli atti criminali per soddisfare la coscienza collettiva (tipico della solidarietà meccanica), e di diritto restitutivo, che garantisce la restituzione del dovuto e il riscatto del danno inflitto (solidarietà organica).
I rapporti contrattuali giuridici tipici delle società superiori poggiano sulla coscienza collettiva. L’espressione della nuova coscienza collettiva è il lavoro, la cui divisione è intesa come un processo di individualizzazione e complementarietà fra gli uomini prodotta da tre elementi: 1) norme della popolazione; 2) densità materiali; 3) densità morali. Sulla base di questi elementi cessano di esistere le condizioni per le piccole società basate sulla solidarietà meccanica. L’anomia viene considerata un caso anomalo della divisione del lavoro, nel quale il lavoratore perde il rapporto che lo collega al tutto di cui è parte. Questo problema può essere superato garantendo al lavoratore interazioni con altri lavoratori (concetto che starà alla base dell’organizzazione dei lavoratori in termini di lotta di classe).

martedì 20 novembre 2012

La dislessia prima della prova scolastica

Nel periodo prescolastico esistono tutte le premesse di quella che sarà la dislessia, ma il disturbo non si è ancora rivelato. Già in questa fase l’intreccio delle relazioni patogene è abbastanza ingarbugliato e alcuni effetti possono essere già percepibili: ritardo del linguaggio, turbe del comportamento, instabilità, goffaggine.
Ma il bambino si trova nella fase sincretico-oggettiva e le esigenze dell’ambiente sono poste in relazione alla giovane età: le perturbazioni, se esistono, si sviluppano in funzione delle sole relazioni intrafamiliari.
Può capitare che si rilevino dei disturbi già costituiti, specialmente al livello del linguaggio, della lateralizzazione, del comportamento, della psico-motricità. I tre anni che, grosso modo, separano gli inizi del disturbo relazionale dall’età scolastica, possono avere già comportato uno “stato” psico-senso-motorio e socio-affettivo particolarmente allarmante.

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mercoledì 7 novembre 2012

Conquista della terra promessa

Storia del popolo ebraico
(dalle origini alla costituzione dello stato di Israele)
Capitolo 16 

La ricostruzione storica della conquista della Terra Promessa è particolarmente problematica a partire dallo stesso resoconto biblico. Secondo il racconto biblico del Libro di Giosuè, alla morte di Mosè la guida del popolo ebraico passò a Giosuè, che ebbe il permesso divino di conquistare la Terra Promessa. Questi guidò gli Ebrei alla conquista militare delle piccole città-stato della terra di Canaan passando da est, attraverso il fiume Giordano, in seguito al precedente tentativo fallito di ingresso da sud. Le città di Gerico e Ai furono saccheggiate e poi distrutte.
La resistenza dei Cananei alla religione monoteistica degli Ebrei fu intensa. Una parte della regione resistette all’occupazione e continuò a lungo ad essere abitata da popolazioni cananite. La parte settentrionale rimasta indipendente, che condivideva lingua e cultura col resto di Canaan, è nota col nome di Fenicia.
Secondo il differente racconto biblico del Libro dei Giudici, dopo l’iniziale e non completa campagna di Giosuè, gli Ebrei, organizzati autonomamente per gruppi sociali e territori nelle dodici tribù, convissero in stato di continuo conflitto con la popolazione locale. Saltuariamente alcune tribù si alleavano per far fronte comune ad alcuni nemici, soprattutto re cananei locali ma anche popoli limitrofi (Filistei, Madianiti), sotto la guida dei giudici, una sorta di capi militari temporanei.
Secondo il Libro di Giosuè gli Ebrei agirono in maniera concorde, con tutte le tribù a formare un vero e proprio esercito, e la conquista del paese fu totale. 
Secondo invece il Libro dei Giudici la conquista fu lenta e frammentaria e si sarebbe limitata alle zone scarsamente popolate, lasciando inizialmente intatte le città cananee delle pianure, e avrebbe visto in azione singole (o gruppi di) tribù. 
Sono stati proposti diversi scenari:
conquista militare unitaria, come descritto dal Libro di Giosuè (W.F. Albright). A favore vi sono scavi archeologici che hanno mostrato la distruzione violenta di diversi insediamenti cananei intorno al 1250-1200. D’altro canto queste distruzioni possono essere dovute ad altri motivi (lotte cananee, incursioni egizie...), e soprattutto alcune delle città che Giosuè avrebbe conquistato erano in quel periodo disabitate: Arad, Ai e soprattutto Gerico, città con la quale si apre la campagna di Giosuè. Per questo l’ipotesi non gode attualmente di largo consenso;
infiltrazione graduale e pacifica almeno nella fase iniziale, come descritto dal Libro dei Giudici (A. Alt; M. Noth). A favore vi sono scavi archeologici che documentano la nascita, attorno al 1200, di almeno 250 nuove piccole comunità soprattutto nelle regioni montuose, tra le quali probabilmente anche quelle degli Ebrei. La cultura di questi insediamenti non si differenzia da quella cananea: se si tratta di insediamenti di Ebrei, questi hanno assimilato la cultura cittadina locale;
rivoluzione di classi sociali contadine (G.E. Mendenhall, N.K. Gottwald). In tal caso gli Ebrei non sono un gruppo immigrato ma autoctono cananeo. L’ipotesi godette di notevole diffusione negli anni sessanta e settanta, in concomitanza col prosperare del comunismo.
Le dodici tribu di Israele
La seconda ipotesi è pertanto quella che attualmente gode di maggiore consenso, suggerendo un insediamento inizialmente lento e pacifico poi anche conflittuale, solitamente datato tra il 1200-1050 a.C.
Il territorio fu diviso in 11 parti, in ognuna delle quali si stabilì una tribù. Alla tribù dei Levi, i cui membri svolgevano il servizio sacerdotale, non fa assegnato nessun territorio.
Nel successivo Libro dei Giudici viene narrata la storia dalla morte di Giosuè fino al tempo immediatamente precedente alla nascita del profeta Samuele, un arco di tempo più o meno di 200 anni, Anche se nel Libro dei Giudici sembrano essere 400. Con il termine “giudici” vengono indicati i vari capi tribù. Il libro riporta le gesta di questi capi, soprattutto le lotte con i nemici vicini (Amonniti, Filistei) e le guerriglie interne fra le tribù. Il personaggio più famoso è Sansone. Alcune sezioni del Libro dei Giudici, come il canto di Debora (di tradizione jahvista), sono considerate tra i più antichi testi ebraici conservati.
Nel Libro dei Giudici viene messo in chiaro quanto fu difficile per gli Israeliti seguire il culto di Jahweh a scapito dei culti cananei, in cui le sacerdotesse del tempio compivano gli atti sessuali che simboleggiavano la relazione del dio Baal con la terra. Gli Israeliti fecero ripetutamente “ciò che è male agli occhi di Dio” e furono regolarmente puniti.
Nella narrazione del mitico Sansone e della moglie Dalila, i nemici degli Israeliti non sono più i Cananei, ma i Filistei, il mitico “popolo del mare” che conquistò la parte meridionale della Palestina (l’area dell’odierna Gaza, una delle cinque città da loro fondate) verso l’anno 1200 a.C., dopo aver minacciato l’impero egizio senza successo. Dalla costa i Filistei si stavano man mano spostando verso l’interno, ed entrarono quindi in collisione con le tribù israelite che si stavano a loro volta espandendosi dalla zona collinare verso il mare. Anche i Filistei assimilarono i culti cananei. I loro dei (Dagon, Astarot e Baal-zebub) sono del tutti collegati agli dei cananiti. Sansone non era un giudice, ma poiché nacque da una madre sterile, fu promesso a Dio come “nazireo”. Il termine indica una persona che ha fatto voto di consacrare la sua vita a Dio. La storia di Sansone è legata per certi versi al racconto della guerra di Troia: sono infatti molti i parallelismi con la mitologia greca. 
Il Libro di Rut, che nella maggior parte delle Bibbie cristiane segue il Libro dei Giudici, racconta la storia di Rut. Rut non era ebrea, ma proveniva dal vicino paese di Moab (i Mo’abiti erano discendenti di una delle figlie di Lot). Sposò un ebreo e alla sua morte decise di tornare nella regione di Giuda. Rut diventerà la bisnonna di Davide.
L’ultimo giudice di Israele, Samuele, è raccontato nei due libri di Samuele, che vede l’istituzione della monarchia. Anche Samuele fu consacrato al Signore come “nazireo”, in quanto anche sua madre era sterile. Samuele verrà ben presto onorato in tutto Israele come giudice, sacerdote e profeta. Durante il periodo di Samuele, i Filistei attaccano il paese e sequestrano l’Arca dell’Alleanza, il luogo dove vevonano conservati i Dieci Comandamenti e dove Dio si manifesta. Ma una peste bubbonica colpisce i Filistei che per scaramanzia restituiscono prontamente l’Arca, che viene rimessa al suo popolo. Samuele ammonisce il suo popolo: i Filistei potranno essere sconfitti solo quando gli Israeliti smetteranno di adorare altri dei.


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martedì 23 ottobre 2012

Roveto ardente (Raffaello Sanzio)

Le Stanze di Raffaello sono quattro sale in sequenza che fanno parte dei Musei Vaticani a Roma e sono state affrescate dal pittore di Urbino e dagli allievi della sua bottega. Una di queste, la Stanza di Eliodoro, comprende lunette dipinte sulle quattro pareti e, in corrispondenza di ogni lunetta, quattro affreschi sulla volta. La volta della stanza viene così a sembrare un grande anello diviso in quattro scompartimenti, con al centro lo stemma di Giulio II. Gli affreschi sono circondati da arabeschi a monocromo su fondo dorato e intervallati da finte borchie dorate. I quattro dipinti della volta sembrano così arazzi appesi con finti chiodi e anelli fra le cornici. Raffaello rappresenta scene bibliche in ognuno dei quattro scomparti della volta: quella del Roveto ardente si trova sopra la lunetta con La cacciata di Eliodoro dal tempio, sul lato est della stanza.



Questo fresco su muro è databile al 1511 e la scena raffigurata è riferita nel Libro dell’Esodo, che narra le vicende ai tempi della schiavitù egiziana e alla fuga attraverso il Mare dei Giunchi. Mosè è fuggito prima dall’Egitto perché teme l’ira del faraone per il suo delitto: ha ucciso un sorvegliante egiziano sorpreso a percuotere un operaio ebreo. Si dirige verso il deserto del Sinai, nel paese di Madian, e diventa pastore. Un giorno si trova in prossimità del monte che domina la zona desertica, il “monte di Dio”, identificato come Oreb e più tardi come Sinai. Si avvicina a un roveto e si toglie i calzari. Improvvisamente nel roveto appare un angelo del Signore; il roveto comincia a bruciare ma senza consumarsi; il Signore quindi chiama Mosè da dentro il roveto e si presenta definendosi il “Dio dei tuoi padri”. Quindi gli ordina di tornare il Egitto e di liberare il popolo di Israele.
Raffaello Sanzio rappresenta la scena su un fondo azzurro intenso. Il centro dell’affresco è rappresentato dalla figura divina fra drappi rossi che ricordano lingue di fuoco. A destra l’angelo sembra voler scostare i drappi per consentire la visione del Signore, che appare circondato da altri angeli. Alla sinistra del dipinto, il giovane Mosè si inchina davanti alla manifestazione divina e si copre gli occhi con le mani incrociate, come accecato dall’apparizione. La realizzazione della figura di Mosè è confermata dal ritrovamento del cartone (Museo nazionale di Capodimonte), composto da 23 fogli, con i contorni forati per lo spolvero. La mano destra di Dio è alzata in segno di monito, mentre con la sinistra indica a Mosè la strada che dovrà seguire. La rappresentazione è totalmente in armonia con i dipinti michelangioleschi della volta della Cappella Sistina, con particolare riferimento alle scene delle Storie della Genesi.
Roveto ardente; Raffaello Sanzio; 1511; fresco su muro; base cm. 390; Stanza di Eliodoro, Musei Vaticani, Roma.

mercoledì 10 ottobre 2012

Dislessia: passaggio all’intelligenza analitica

Perché si verifichi correttamente il passaggio dall’intelligenza sincretico-analogica a quella analitico-sintetica sono di fondamentale importanza due processi: il distacco in rapporto al livello percettivo e la padronanza dell’orientamento negli atteggiamenti intellettuali, cioè la percezione dei rapporti fra i vari aspetti e l’organizzazione dei rapporti fra di essi.

Il distacco in rapporto al livello percettivo
Questo sembra essere l’operazione essenziale e costitutiva dell’intelligenza analitico-sintetica, poiché sottrae la riflessione alla pregnanza delle “forme” della percezione, permettendo una distanza in rapporto all’oggetto e rende possibile la percezione delle relazioni delle parti fra di loro. Grazie a questo distacco la riflessione può lottare contro la percezione e la sua pregnanza, liberarsi dal globalismo percepito in quanto tale. È capace di astrarsi e di astrarre. L’impossibilità di praticare questa operazione fondamentale spiega tutti i suoi errori e i ritardi intellettuali.

La padronanza dell’orientamento negli atteggiamenti intellettuali
Partendo  da questa operazione, dunque, seguiremo esattamente questo “lavoro della mente” dal punto di vista degli atteggiamenti che esso implica.
Orientamento. È l’atteggiamento che permette di considerare idealmente o mentalmente l’oggetto secondo molteplici orientamenti. È ciò che si chiama vedere l’oggetto secondo diversi aspetti, sotto diversi significati, secondo quanto considerato o il punto di vista dal quale ci si pone. Questo permette in particolare l’uso della parola come possibilità d’assumere significati molteplici secondo il contesto in cui la si pone o che le si vuol dare. Bisogna manipolare la parola e poterla diversamente orientare e orientarsi diversamente in rapporto a essa.
Possibilità di mantenere stabile un riferimento. Cambiando l’orientamento del pensiero, cioè cambiando il significato, deve persistere una sorta di mira referenziale, altrimenti tutto diviene caos, oppure si tratta di un altro oggetto e di un’altra parola. Gli altri aspetti devono persistere come altrettante riprese successive, che hanno però lo stesso obiettivo e lo stesso oggetto. Cogliere l’unità dei diversi significati di un oggetto o di una parola senza assorbirli in uno solo di essi e sorpassandoli tutti: ecco qual è il processo di costruzione dell’idea dell’oggetto, realtà ideale che non si rileva dalla percezione. Si tratta della tipica dimostrazione cartesiana del pezzo di cera: facendo scaldare la cera si trasformano tutte le qualità sensibili, ma del pezzo di cera tuttavia resta qualcosa di non variabile e costante: l’idea della cera, pura realtà intellettuale.
Percezione dei rapporti fra i vari aspetti. Ogni aspetto dell’oggetto, ogni parte, ogni particolare, ogni qualità, mantiene con le altre una certa relazione o una rete di relazioni. Ciò fa supporre che si percepisca l’orientamento delle parti o dei particolari gli uni in rapporto con gli altri e non più in rapporto con sé. Questo permette di percepire le relazioni oggettive.
Organizzazione dei rapporti fra i vari aspetti. Un altro processo intellettuale impiegato nella frase è scoprire l’idea che comprende tutti gli aspetti; trovare la struttura che li spiega, trovare il significato delle variazioni di significati. Ogni parola ha molti significati, presi separatamente, e bisogna saperli variare tutti perché appaia il significato della frase. È il principio a cui si ispira un celebre test d’intelligenza: il Bvc 16 di Raymond Bonnardel. Esso esige la scoperta del significato dei significanti, fino a poter riprodurre la stessa idea cambiando le parole. Ci troviamo allora completamente nel pensiero simbolico propriamente detto, nel quale la parola stessa è sorpassata nei processi di cambiamento, rettifica, utilizzo. Il test consiste nel proporre un pensiero referenziale e nel chiedere al soggetto di designare fra sei frasi associate le due che esprimono la stessa idea della frase referenziale.

Un esempio
Si prenda la frase: “Promettiamo secondo le speranze e manteniamo secondo i timori” e si elenchino sei possibili significati:
1) dobbiamo mantenere non secondo i timori ma secondo le speranze;
2) l’uomo è più circospetto nelle azioni che nelle promesse;
3) non si può promettere quello che non si può mantenere;
4) l’avvicinarsi del pericolo scuote i più risoluti;
5) esiteremmo meno a promettere se non temessimo di fallire le nostre speranze;
6) la paura condiziona le nostre azioni più che gli impegni.
Le risposte buone (2 e 6) non utilizzano nessuna parola della frase chiave e il soggetto, per confrontarne il significato, deve distaccarsi dalle parole e dalle insidie del significato immediato. L’intelligenza procede quindi prima nel sincretismo sensoriale, poi in una serie di manipolazioni intellettuali che esigono una padronanza dell’orientamento e del cambiamento permanente in esso. Il bambino intelligente ma male orientato, o che non ha risolto i problemi di orientamento spazio-temporale al livello vissuto, non può dare la misura della sua intelligenza. È questo il caso della dislessia.



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mercoledì 26 settembre 2012

Mosè e l’esodo dall’Egitto

Storia del popolo ebraico
(dalle origini alla costituzione dello stato di Israele)
Capitolo 15 

Secondo il libro dell’Esodo, durante il soggiorno in Egitto gli Ebrei vissero in pace e prosperarono fino a quando governò un re (tradizionalmente identificato con Ramses II, forse 1290-1224 a.C.) che li oppresse, obbligandoli ai lavori forzati nella costruzione delle città di Pitom e Ramses. Grazie a Mosè e all’intervento miracoloso di Dio con le cosiddette “dieci piaghe“ il popolo riuscì a uscire dal paese (Esodo) passando il “Mare di Giunco“, tradizionalmente (e probabilmente erroneamente) identificato col Mar Rosso, per raggiungere la terra promessa
L’Esodo è tradizionalmente collocato attorno al 1250-1230 a.C. (per paragone, la distruzione della città di Troia è fatta risalire al 1193 a.C.). Dio stesso comandò di commemorare il giorno dell’uscita dall’Egitto nei secoli a venire attraverso la festa della Pesach, o Pasqua ebraica, con inizio il 14 di Nisan e la fine il 22 di Nisan. Originalmente la Pesach non durava otto giorni ma veniva celebrata solo il 14 di Nisan, mentre i successivi sette venivano chiamati “Festa dei pani non fermentati” o “Festa dei pani azzimi”. Nisan è il settimo mese del calendario ebraico secondo il computo ordinario. È invece il primo mese secondo il computo dall’uscita dall’Egitto. Rispetto al calendario corrente ricade nei mesi di marzo-aprile.
Come per la Genesi, non è possibile trovare una diretta conferma nelle fonti egizie circa il soggiorno e la fuga degli Ebrei. Comunque la presenza di gruppi nomadi semiti in particolare nella zona del delta è attestata nelle fonti egizie. Anche la costruzione delle città di Pitom e Ramses, che le fonti egizie attribuiscono a lavoratori forzati, appare compatibile con la descrizione del libro dell’Esodo.
Anche in questo caso la pressoché unica fonte relativa a questo periodo sono i racconti dei libri biblici. Preziosissima è la testimonianza della stele di Merneptah (o Stele d’Israele), datata intorno al 1220 a.C., nella quale si legge tra l’elenco dei nemici sconfitti dal faraone anche il nome ysrỉr, unito al suffisso indicante un popolo nomade: se l’identificazione tradizionalmente proposta dagli studiosi ysrỉr = Israele è corretta, si tratta della più antica testimonianza extrabiblica relativa a eventi biblici.
In questo periodo di soggiorno nel Sinai si colloca la cosiddetta “ipotesi kenita” (Gressmann 1913): il gruppo di fuoriusciti Ebrei dall’Egitto si unì a popolazioni madianite (o kenite) formando un popolo unico, seppure con identità diverse, e assumendo da questi il culto a YHWH.
La veridicità storica della figura di Mosè non è accertata. Se alcuni autori antichi - fra cui Giuseppe Flavio ed Erodoto, sostenitori della teoria dell’Esodo Antico - ritennero di datare gli episodi dell’Esodo con la cacciata degli Hyksos (i faraoni semiti allontanati dall’Egitto da Ahmose, circa fra il 1550 e il 1525 a.C.), attualmente gli studiosi ritengono invece che gli eventi dell’Esodo siano soltanto una finzione letteraria ispirata da alcuni sacerdoti all’epoca della deportazione per enfatizzare le proprie caratteristiche religiose.
Mosè è considerato una figura fondamentale nell’Ebraismo, nel Cristianesimo, nell’Islam, nel Bahaismo, nel Rastafarianesimo e in molte altre religioni. Per i cristiani  costituisce il modello simbolico di Gesù (Mosè viene salvato dopo che il faraone aveva ordinato di uccidere tutti i neonati Ebrei, Gesù è salvato in modo analogo; Mosè divide le acque e Gesù calma le tempeste e cammina sull’acqua; Mosè rimane quaranta giorni nel deserto e altrettanto succede a Gesù; Mosè scende dalla montagna e parla al popolo e Gesù pronuncia il Discorso della Montagna; Mosè consegna ai posteri l’Antica Alleanza e Gesù la nuova).
Per gli Ebrei è il più grande profeta mai esistito, per gli islamici uno dei maggiori predecessori di Maometto. La sua storia è narrata, oltre che nelle Sacre Scritture e nel Corano, anche nel Midrash, nel De Vita Mosis di Filone di Alessandria, nei testi di Giuseppe Flavio.
Dopo tre mesi di viaggio il profeta raggiunse il monte Sinai (sulla cui collocazione non esistono indicazioni ed è talvolta chiamato Oreb) dove ricevette le Tavole della Legge (non solo i Dieci Comandamenti, ma tutto ciò che lega Israele al loro Dio) e punì la parte del suo popolo che si macchiò con il peccato del vitello d’oro. Durante la permanenza nel Sinai (che viene riporatata in quarant’anni) viene stipulata l’Alleanza tra Dio e il popolo ebraico, in attesa della conquista della terra promessa.
Seguendo le prescrizioni ricevute sul Sinai, Mosè convocò i maggiori artisti del popolo d’Israele e ordinò loro di costruire una tenda, denominata “Dimora”, nella quale conservare le Tavole della Legge, deposte nella famosa “Arca dell’Alleanza“, e poter celebrare sacrifici e pratiche rituali per mano del sacerdozio, capitanato da Aronne (fratello di Mosè) e dai suoi figli, nonché da tutta la tribù di Levi, che fu incaricata di occuparsi della sorveglianza e della cura della Dimora. Dopo la distruzione di Gerusalemme, nel 586 a.C., dell’Arca dell’Alleanza non si ebbero più menzioni. Della presenza di un così vasto gruppo di persone nel deserto del Sinai non si trovò mai nessuna testimonianza archeologica (resti di abitazioni, reperti sepolcrali, oggetti di uso quotidiano). 
Una volta giunto in prossimità della terra promessa Mosè si accampò con i suoi nel deserto di Paran. Da lì spedì dodici uomini, rappresentanti di ciascuna tribù, in ricognizione. Fra di essi vi era anche Giosuè, futuro successore di Mosè. Questi, al suo ritorno, fu l’unico, insieme con Caleb (un altro esploratore), a ritenere conquistabile la terra promessa, a differenza dei compagni che la credevano impenetrabile, causando così una ribellione ai danni di Mosè per tornare in Egitto. Il profeta riuscì per poco a placare la collera divina, che voleva distruggere l’intero popolo, che fu comunque punito col decreto che non sarebbero potuti entrare nella terra promessa prima che fossero passati quarant’anni, cosicché la generazione che si era ribellata morisse e i loro discendenti vi entrassero come uomini liberi.
Giunto nei pressi della Terra promessa, la terra di Canaan, dopo quarant’anni di dura marcia, Mosè morì sul monte Nebo prima di entrarvi, poiché, insieme a suo fratello Aronne, fu punito da Dio per aver entrambi dubitato di Lui.
Né Mosè, né Aronne, e neppure quanti erano partiti con loro dall’Egitto ebbero la possibilità di entrare nella Terra Promessa a causa della lamentele e dei peccati da loro commessi durante il periodo nel deserto.
La storia di Mosè e dell’Esodo metterebbero in evidenza la forte influenza della cultura e della religione monoteistica del dio Aton dell’antico Egitto sulla cultura ebraica antica e il suo monoteismo. Il culto monoteistico di Aton fu introdotto in Egitto dal faraone Akhenaton nel XIV secolo a.C.
Gli studiosi ritengono privi di fondamento storico la narrazione biblica dell’Esodo e l’evento stesso.
Tuttavia alcune testimonianze risultano particolarmente preziose per delineare un quadro storico dell’evento dell’Esodo:
- il dato secondo il quale il faraone Ramses II (XIII secolo a.C.) fece costruire la città di Pi-Ramses e ampliare Pitom, nominate nel Libro dell’Esodo;
- la stele di Merenptah (fine XIII secolo a.C.), che testimonia la presenza nei dintorni della terra di Canaan di un popolo nomade di nome ysrỉr, comunemente interpretato da storici e biblisti come Israele;
- il papiro di Ipuwer, variamente datato tra il XIX e il XIII secolo a.C., che riferisce di cataclismi naturali e sociali simili alle piaghe narrate nel Libro dell’Esodo;
- scavi archeologici hanno portato alla luce tracce di distruzione violenta di alcune città cananite databili approssimativamente tra il 1250 e il 1150 a.C., compatibili con i racconti delle conquiste di Giosuè narrate nell’omonimo libro biblico: Betel, Debir (Tell Beit Mirsim), Eglon (Tell el-Hesi), Hazor, Lachis, Meghiddo;
- scavi archeologici hanno rilevato l’esistenza di circa 250 piccole comunità rurali non fortificate sorte nella regione montuosa della terra di Canaan attorno al 1200 a.C.


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martedì 11 settembre 2012

Dislessia: le condizioni riguardanti l’io nella fissazione al sincretismo

Un’io affetto da fattori patologici di origine storica o congenita non può essere inserito normalmente nel presente, nel reale, nell’azione e nel futuro, tanto più che non può allacciare con gli altri relazioni normali. Questo gruppo di fattori è legato a una delle condizioni necessarie per la formazione di un universo orientato stabile, cioè la stabilizzazione dei valori affettivi. Qui l’io è considerato nei suoi aspetti più generali, quali l’equilibrio relativo, la sua forza, la capacità i resistenza alle frustrazioni e il suo atteggiamento ad allacciare legami affettivi.
Un trauma che, al momento storico dell’accesso all’universo analitico, provoca nel bambino una regressione brutale, genera la fissazione alla stadio ante-analitico e a quello dell’universo ambiguo, a quando il suo progresso era dovuto a compensazioni riuscite.
Ecco definiti i sette gruppi di fattori ciascuno dei quali può esprimersi con la dislessia:
- turbe della lateralizzazione;
- turbe dello schema corporeo;
- turbe dell’orientamento spazio-temporale;
- instabilità dei valori affettivi;
- anomalie sensoriali e neuro-sensorio-uditive;
- insufficienza intellettiva;
- traumi psichici o anomalie dell’io.
Il principio della malattia potrebbe essere cominciato nel modo seguente: un danno grave a uno di questi sette gruppi di fattori, in assenza di compensazione, genera la fissazione del bambino allo stadio ante-analitico e si ripercuote su tutti gli altri fattori.
Per illustrare i primi quattro fattori presentiamo le osservazioni seguenti.

Osservazione
Ch. Ha 12 anni e mezzo. È il quarto di sei fratelli. Si trova in ritardo di un anno a scuola. È buono, servizievole, mantiene buone relazioni con i fratelli, sorelle e genitori. L’ortografia è lamentevole, mentre va molto bene in matematica. Il livello intellettuale è del tutto normale. Tuttavia si nota un’inibizione molto forte che spesso lo paralizza e lo priva dei suoi mezzi. L’esame di lettura indica che questa è ancora incerta, difficile. Centra l’attenzione sull’individuazione elle lettere. L’ortografia è fonetica. La motricità è medio-normale, il ritmo lento. I test proiettivi confermano dubbi e mancanza di fiducia. Si rivela ansioso. Ora, che si rintraccia nella storia di questo ragazzo? Mentre fino a sei mesi era un bambino senza problemi, si manifesta a quell’età un eczema che dura fino a tre anni. Le orecchie sono completamente a sventola e sanguinano frequentemente. A nove mesi si è costretti ad avvolgere le braccia in tubi di cartone per evitare che si gratti. Non potendosi aiutare con le braccia per rialzarsi, non cammina fino a 18 mesi quando i genitori decidono di togliergli i cartoni perché possa imparare a camminare. Solo lentamente recupererà il ricordo motorio. Cresce poi normalmente, almeno sembra, e solo le difficoltà in lettura-ortografia preoccuperanno di nuovo i genitori. Molto simbolicamente, il disegno dell’omino si rivela molto al di sotto del livello intellettivo espresso dagli altri test. La turba dello schema corporeo sembra aver avuto un ruolo determinante, essendo legate alle sue conseguenze le stesse turbe affettive.
Osservazione
Ecco un esempio di instabilità dei valori e di lateralizzazione. Si tratta di D., un bambino di otto anni. Motricità: nessun vero ritardo, ma inibizione importante e disagio in ogni movimento. Lateralizzato male, il bambino presenta una cattiva organizzazione spaziale. Non sa situarsi, ora, nello spazio e nel tempo. Pessima strutturazione spazio-temporale. Intelligenza: livello molto normale, ma rendimento talvolta perturbato (il bambino di turba spesso, è emozionato, sperduto). Lettura-ortografia: lettura sempre sillabica, lentissima, con inversioni, confusioni e omissioni di lettere. Il bambino non è presente e non può analizzare. Affettività: ansietà, gelosia, senso di esclusione, complesso di abbandono. Ecco riassunta la storia del ragazzino. Durante la gravidanza la mamma, che è già al secondo matrimonio e che ha già un figlio e una figlia dal primo, è molto stanca. Il bambino deve essere allattato con latte vaccino. Piange spesso la notte, rimette la maggior parte del latte. La madre deve separarsene per un po’ di tempo alla successiva nascita dei gemelli.  D. ha quasi tre anni. Reagisce male alla separazione e all’arrivo dei gemelli. È geloso. A quattro anni è inserito alla scuola materna dove piange durante le lezioni. Attualmente considera la scuola una fatica. Talvolta accampa come pretesto il mal di pancia. Il giorno del dettato è pallido come un lenzuolo. Dorme agitato. Gli capita di avere spaventi notturni.
Osservazione
Ecco un esempio di cattivo orientamento. P. ha 11 anni, segue i corsi per corrispondenza da un anno. Infatti l’anno precedente è stato ritirato da scuola perché non concludeva nulla. Tuttavia va bene in aritmetica, ma la scrittura e l’ortografia sono deplorevoli. È il secondo di quattro figli. La mamma lo ha coccolato molto. Con lei si comporta ancora come un bambino piccolo, ma teme molto il padre che non vuole essere accarezzato e lo strapazza. Ha imparato tardi a parlare e a fare a meno del pannolino. È lento e maldestro, geloso dei fratelli. È mancino non contrariato. Motricità: nessun problema grave oltre alla lentezza e una certa goffaggine. Non riconosce ancora su di sé la destra e la sinistra. Lettura-ortografia: confusioni, inversioni, parole e righe saltate. Il bambino si perde completamente nell’orientamento. Dislessia, disortografia e disgrafia al massimo grado. Intelligenza: eccellente, supera nettamente la media, ma pessima struttura spaziale. Affettività: fissazione sulla madre, regressione, ansia, senso di colpa, difesa eccessiva dell’io, ripiegamento su se stesso.

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lunedì 27 agosto 2012

Caino uccide Abele (Tintoretto)

Jacopo Robusti, detto Tintoretto, è uno dei più grandi esponenti della scuola rinascimentale veneziana. Realizza quest’opera fra il 1550 e il 1553. Vi rappresenta il momento in cui Caino uccide il fratello perché i sacrifici offerti da Abele a Dio erano più graditi dei suoi. La scena è contenuta nel libro della Genesi. Caino, il primogenito di Adamo ed Eva, divenne agricoltore, mentre il fratello Abele viene ricordato come il primo pastore. Agricoltura e pastorizia erano le due principali attività economiche dell’area del medioriente antico. Entrambi i fratelli offrono i frutti del loro lavoro a Dio, ma quelli di Caino non sono apprezzati come, per esempio, l’immolazione dei primogeniti del gregge offerti da Abele. Caino decide di vendicarsi uccidendo il fratello. Per questo atto verrà poi condannato da Dio a “vagare ramingo sulla terra come primo fuggiasco”, ma gli verrà imposto un segno (il marchio di Caino) per proteggerlo da chiunque voglia ucciderlo.


Il quadro del Tintoretto, in cui sembra risultare una parte tagliata sul lato destro, rappresenta il momento in cui Caino sottomette il fratello e alza su di lui la mano destra che stringe il coltello. Le figure si intrecciano in modo dinamico mettendo in risalto la muscolatura in tensione, schema derivato dalla simile composizione di Tiziano. La luce è centrata principalmente sul corpo nudo di Abele girato di schiena. A destra del dipinto è disegnato un albero il cui tronco lascia intravvedere l’agnello sacrificale rimasto a terra, e nel centro la mano sinsitra di Abele trasmette un fremito d’angoscia.
Caino uccide Abele, Tintoretto, 1550-1553, olio su tela, cm. 149x146, Gallerie dell’Accademia, Venezia.

lunedì 16 luglio 2012

I concetti di bisogno e interesse in pedagogia

I principi fondamentali dell’attivismo pedagogico di Claparède e Dewey sono: “l’attività è sempre dettata da un bisogno: ogni bisogno tende a provocare reazioni atte a soddisfarlo" e “ogni comportamento è dettato da un interesse
L’attività umana tende sempre a passare da uno stato di equilibrio minore a uno stato di equilibrio maggiore. In questa successione infinita, l’equilibrio tende continuamente a rompersi e quindi a ristabilirsi.
Elemento di disturbo di questo stato di equilibrio è appunto il bisogno, ciò che permette il suo ristabilirsi è la sua soddisfazione. Le azioni umane finalizzate alla ricerca dell’appagamento del bisogno si possono definire “comportamento”. 
Il bisogno è la fonte principale, se non unica, del nostro comportamento, è quello che ci permette di essere “attivi” rispetto all’ambiente. In totale e assoluta assenza di bisogni si può escludere la possibilità di un’attività. L’uomo non agisce senza la spinta di uno stato di squilibrio provocato dal bisogno.
Tra l’uomo e l’oggetto capace di soddisfare il suo bisogno viene a crearsi un “campo di forze” positive e negative. Le forze positive sono date dalla valenza, dall’interesse che l’oggetto del bisogno suscita nel soggetto. L’interesse è direttamente proporzionale all’intensità del bisogno. Le forze negative costituiscono quella serie di barriere e impedimenti fisici ed etici che si interpongono fra il soggetto e l’oggetto, ovvero fra il bisogno e la sua soddisfazione.
Il comportamento sarà dato dalla risultante fisica di queste forze. Per il soggetto è fondamentale che le forze positive siano maggiori di quelle negative ed è importante altrettanto imparare ad aggirare le barriere, seguendo una via, magari meno diretta, ma più efficace di altre.
Una buona educazione deve tener conto di tali principi, deve avere come unità di apprendimento quegli oggetti che nel fanciullo suscitano interesse e che soddisfano dei bisogni, deve indicare quali sono le vie più idonee per la loro soddisfazione, insegnando a operare una “scelta del mezzo”, ma deve anche abituare a “rimandare” la soddisfazione del bisogno qualora le circostanze ambientali lo rendano necessario L'educazione basata sui fattori spontanei del fanciullo del bisogno e dell’interesse lo mette in condizione di fornire delle risposte adeguate alle esigenze naturali e sociali dell'attività. 

martedì 3 luglio 2012

Dislessia: le funzioni superiori nella fissazione al sincretismo

Un secondo gruppo di fattori che consentono il passaggio allo stadio analitico comprende le funzioni superiori, la normalità del loro sviluppo e delle loro acquisizioni antecedenti. Il livello intellettivo normale o superiore alla media fa parte delle condizioni di questo tipo. La debolezza o il sottosviluppo intellettuale sono fra le cause del lento procedere al livello analitico. L’intelligenza può svilupparsi, realizzarsi, attualizzarsi solo alla condizione di avere la completa padronanza a livello dell’orientamento spazio-temporale dell’universo vissuto.
Per caratterizzare  l’intelligenza sincretica, André Rey, in Iconographies de psychologie clinique, scrive:
“Per molto tempo il bambino è incapace di tenere conto simultaneamente dei vari aspetti di un insieme. Isolando ciascuno di essi, trascura gli altri. Ci sono difficoltà varie, sul piano della percezione, a distinguere, nel tutto, le parti e le loro reciproche relazioni. La percezione oscilla tra una visione globale e una visione dei particolari. La visione globale non è ancora quella del tutto, poiché l’insieme non è ancora colto come un’organizzazione di parti; così pure la visione dei particolari non è una percezione analitica, poiché il particolare è astratto dall’insieme e separato dalle relazioni con le altre parti. Che si tratti di ragionamenti, di fenomeni affettivi, di percezioni o di azioni, il fenomeno fondamentalmente resta lo stesso: in tutti i casi abbiamo a che fare sia con un centramento separatore che isola riducendo e tagliando (onde l’importanza momentanea esagerata di un particolare, di un avvenimento, di un bisogno, di un gesto), sia con un centramento globalizzatore che comporta un effetto d’insieme confuso, talvolta polarizzato da un particolare rilevante (da qui la tendenza a fissare sulle apparenze e le analogie)”.
Come si distingue l’intelligenza analitico-sintetica da questa forma d’intelligenza sincretico-analogica prigioniera del concreto percepito? Mediante la nuova possibilità di assumere atteggiamenti intellettuali, l’essenziale dei quali consiste in una serie di “variazioni” che utilizzano la padronanza dell’orientamento, partendo da un processo fondamentale: il distacco in rapporto al livello percettivo.

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giovedì 21 giugno 2012

Il soggiorno in Egitto

Storia del popolo ebraico
(dalle origini alla costituzione dello stato di Israele)
Capitolo 14 

Tornando a  Giuseppe, questi diventa schiavo e viene condotto dai mercanti in Egitto: venduto a Potifar, il comandante delle guardie del faraone, viene poi ingiustamente accusato e rinchiuso in prigione, quindi nominato vicerè dal faraone dopo l’interpretazione dei sogni delle sette vacche grasse e sette vacche magre. Si sposa con Asenat e ha due figli: Efraim e Manasse. Durante gli anni della carestia, quando la fame si abbatte su tutta la regione, le popolazioni sono costrette a migrare in Egitto, che, grazie alla preveggenza di Giuseppe, aveva scorte abbondanti di cibo. Giuseppe permette a tutta la sua famiglia di risiedere in Egitto, dove ricevono un grosso appezzamento di terreno a Goscen, una zona fertile del delta del Nilo.
Circa questo periodo della vita seminomade è stata proposta l’identificazione del popolo ebraico con un clan degli Habiru (o Hapiru), termine indicante dei generici nomadi (spesso con senso dispregiativo) attestato da diverse fonti dell’antica mezzaluna fertile. L’identificazione comunque non è sicura.
Altrettanto suggestiva ma del tutto ipotetica è l’identificazione degli Ebrei con un clan semita che si sarebbe insediato in Egitto in occasione dell’invasione degli Hyksos (circa 1648 - 1540 a.C.).
La Genesi si conclude con l’ingresso degli Ebrei in Egitto e l’insediamento a Goscen. Secondo la Genesi il soggiorno in Egitto sarebbe durato 400 anni. La cifra sembra essere simbolica. Nella Bibbia non viene identificato il faraone che nominò Giuseppe vicerè, né vengono mai citate le piramidi, che cominciarono a essere edificate quasi un millennio prima.


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lunedì 18 giugno 2012

Le curiosità sul teorema di Pitagora

Lungo svariati secoli, numerosissimi venerabili uomini di scienza si sono trovati ad armeggiare con fogli di carta colorati tagliati e piegati in vario modo, ma l’arte dell’origami non c’entra: stiamo parlando della dimostrazione del teorema di Pitagora. Già perché il teorema di Pitagora (che stabilisce le relazioni fondamentali tra i lati di un triangolo) è probabilmente il teorema che ha avuto il maggior numero di dimostrazioni.
Pitagora nacque tra il 570 e il 495 a.C., in Grecia, a Samo, ma visse in molti paesi, tra cui l’Egitto e Babilonia. Samo, all’epoca, era soggiogata alla tirannia di Policrate e fu per sfuggire a questa dittatura che più tardi Pitagora lasciò la sua patria per stabilirsi in Calabria, a Crotone.
Narra la leggenda che Pitagora ebbe l’intuizione del suo famoso teorema proprio mentre era seduto in una grande sala, in attesa di essere ricevuto da Policrate. Mentre a capo chino osservava la pavimentazione di pietre quadrate, ne vide una tagliata per tutta la lunghezza della diagonale e, non sapendo come far passare il tempo nell’attesa, prese a ragionare se era possibile appoggiare altre pietre quadrate uguali sui tre lati del triangolo facendone combaciare i lati. Scoperto che per la diagonale era necessario procurarsi una piastrella di area esattamente doppia a quelle appoggiate sui lati, formulò il famoso teorema che afferma che “in un triangolo rettangolo, la somma dei quadrati costruiti sui cateti è sempre uguale al quadrato costruito sull’ipotenusa”.
La dimostrazione di questo teorema, così come la conosciamo al giorno d’oggi, non fu certo frutto dell’opera di Pitagora, che per primo si chiese subito se il teorema poteva essere applicato anche a triangoli con cateti di lunghezza diversa, ovvero se valeva per triangoli rettangoli isosceli.
Durante il corso dei secoli, furono tantissimi i matematici che cercarono di dimostrare il teorema di Pitagora: anche il famoso fisico Albert Einstein, all’età di 12 anni, dopo numerosi sforzi, riuscì a formulare la sua dimostrazione, dichiarando che fu “Un’esperienza meravigliosa scoprire come l’uomo sia in grado di raggiungere un tale livello di certezza e di chiarezza nel puro pensiero”.
In uno dei più antichi libri cinesi di matematica, Chou Pei Suan Ching, scritto tra il 1500 e il 1000 a.C. esiste una figura basata sulla scomposizione di aree in parti uguali che potrebbe dimostrare che il teorema di Pitagora era già stato intuito mille anni prima della nascita del matematico greco.
D’altra parte è certo che l’enunciato del teorema fosse già noto anche ai Babilonesi e probabilmente anche in India, dove si trova traccia in alcuni testi, i Sulbasutra che contenevano le informazioni utili alla costruzione degli altari (800-600 a.C.).
La dimostrazione classica (e considerata quella d’eccellenza dai matematici) fu intuita per primo da Euclide e completa il suo primo libro degli Elementi, dove ne costituisce il filo conduttore, ma il teorema più famoso della storia della matematica conta alcune centinaia di dimostrazioni. E non solo di matematici: alla scopo si sono prodigati astronomi, agenti di cambio, lo stesso Leonardo da Vinci e addirittura il 20° presidente degli Stati Uniti, James Abram Garfield, che quando la formulò, nel 1876, commentò così il risultato ottenuto: “Questo è qualcosa su cui i due rami del parlamento potranno essere d'accordo”.
Si deve a Pappo d’Alessandria, nel V secolo  a.C. la generalizzazione del teorema valida anche nel caso in cui il triangolo non sia rettangolo.
La dimostrazione dell’agente di cambio Henry Perigal, pubblicata nel 1872, si basava su quella attribuita al matematico e astronomo persiano Abu’l-Wafa (fine del X secono d.C.).
Una delle più curiose è sicuramente quella dell’astronomo inglese Sir George Biddell Airy (1801-1892) che la pubblicò in forma poetica: "I am, as you can see / a² + b² - ab. / When two triangles on me stand, / Square of hypothenuse is plann'd / But if I stand on them instead / The squares of both sides are read”.
Altra dimostrazione puramente geometrica, basata su due quadrati concentrici, è quella nota come “Quadrati concentrici di Pomi”.
Esiste poi una dimostrazione algebrica apparente, che ricorre all’insieme dei numeri complessi e alla formula di Eulero, un’altra che utilizza il primo teorema di Euclide e una terza che si ottiene mediante alcuni teoremi legati alla circonferenza inscritta a un triangolo (teoremi dell’incerchio).
Lo scienziato americano Elisha Scott Loomies ne ha raccolto 371 versioni e le ha pubblicate nel 1927 del suo libro The Pythagorean Proposition.
Ma la dimostrazione più immediata, basata sull’esperienza visiva, è sicuramente quella esposta in alcuni musei della scienza, dove viene allestita con tre recipienti di forma quadrata e di uguale spessore: due recipienti con lato uguale a quello dei cateti e uno corrispondente alla lunghezza dell’ipotenusa del triangolo preso a dimostrazione. I quadrati vengono appoggiati ognuno al lato corrispondente del triangolo e i due quadrati poggiati sui cateti vengono riempiti con un liquido colorato. A questo punto è sufficiente aprire i due tappi appositi collocati ai vertici dei cateti: il liquido contenuto in entrambi i recipienti colerà nel recipiente costruito sull’ipotenusa riempiendolo interamente.
Ecco un video che mostra in modo diretto e immediato la dimostrazione del teorema.


martedì 12 giugno 2012

Giuseppe interpreta i sogni del faraone (Andrea del Sarto)

Questo dipinto di Andrea del Sarto faceva una volta parte della decorazione della Camera nuziale Borgherini, ciclo di pitture presenti a Palazzo Borgherini, a Firenze. La scena rappresentata è narrata nel libro della Genesi. Giuseppe, figlio di Giacobbe e Rebecca, è malvisto dai suoi fratelli che lo vendono a una carovana di mercanti. Portato in Egitto come schiavo viene poi accusato ingiustamente di tentata violenza e rinchiuso in prigione, dove riscopre la sua abilità a interpretare i sogni. Per questa sua capacità viene indicato dai compagni di cella e portato al palazzo reale per interpretare il sogno del faraone delle sette vacche grasse e delle sette vacche magre. Il racconto viene interpretato da Giuseppe come un periodo di sette anni in cui l’Egitto avrà raccolti prosperosi a cui seguiranno sette anni di carestie. L’ebreo consiglia quindi al faraone di accumulare scorte di grano per gli anni difficili.
Nel quadro di del Sarto il paesaggio egiziano è lussureggiante e il palazzo in stile rinascimentale. Vari gruppi di persone stanno in primo e in secondo piano. A sinistra si vede la tenda del faraone con le sette spighe piene e le sette vuote (spuntano dall’acqua, accanto a un putto) e le sette vacche grasse con quelle magre sulla riva di un fiume.
In primo piano Giuseppe viene liberato di prigione e portato al cospetto del faraone, che per gratitudine gli regala un collare d’oro. Alcuni elementi sono aggiunti come pura decorazione e non hanno parte attiva nella storia, come l’uomo nudo seduto a terra e i due putti che reggono il baldacchino del faraone. Sullo sfondo a sinistra, e a destra sotto l’arco della scalinata del palazzo, alcuni scorci paesaggistici.
Giuseppe interpreta i sogni del faraone, Andrea del Sarto, 1515-1516 circa, olio su tavola, cm. 98x135, Galleria Palatina, Firenze.

venerdì 8 giugno 2012

Il potere della borghesia e la minaccia del proletariato

Le vocazioni autoritarie e antidemocratiche della classe borghese sono quindi nettamente in contrasto con tutta la sua precedente propaganda. Si rende quindi necessario qualche aggiustamento di strategia ideologica. L’invenzione del concetto dello stato-nazione era già stato un efficace tentativo di legittimazione del potere borghese: contrariamente alle vecchie classi feudali che chiedevano obbedienza esclusivamente sulla base di un supposto conforme volere divino (da cui il concetto di stato-patrimoniale, ovvero di proprietà del re), la borghesia aveva genialmente frapposto tra il proprio dominio e i subordinati, lo stato-nazione, cui “formalmente” pure essa doveva obbedienza.
Questo soggetto sovra-umano e metafisico doveva contemporaneamente rappresentare la collettività sociale, la terra natía, la lingua, le tradizioni e i costumi, e quindi ridurre a uno ciò che era separato per lo meno dagli interessi, divergenti o contrapposti, delle varie classi sociali. Dobbiamo alla borghesia, in sostanza, l’invenzione del nazionalismo.
L'incendio del Reichstag
Con la tumultuosa estensione dei rapporti di produzione capitalistici dovuta alla rivoluzione industriale (con la neutralità prima e con l’appoggio poi della Chiesa) e con il sapiente uso dei mass media che le nuove scoperte scientifiche renderanno possibile, la retorica nazionalistica e la sapiente strumentalizzazione della tematica dell’ordine pubblico renderanno possibile un secondo progredire della democrazia formale.
Una volta vinta la guerra con le vecchie classi egemoni feudali, il pericolo per la borghesia viene da altre classi subalterne, in specie dal proletariato organizzato, scomoda conseguenza dell’affermarsi dei rapporti di produzione capitalistici. Più la borghesia sarà sicura di avere egemonizzato le masse popolari, meno queste saranno organizzate dai partiti d’ispirazione socialista e più si allargheranno alle maglie della repressione; maggiore estensione avranno, dunque, le libertà “borghesi” (libertà di circolazione, di organizzazione, di riunione, di corrispondenza, di stampa, di sciopero ecc.) e la rappresentatività delle istituzioni (suffragio universale, elettività delle maggiori cariche pubbliche e degli organi amministrativi locali).
Le fasi restrittive si alterneranno a quelle liberalizzanti in corrispondenza della capacità che la borghesia avrà di imbrigliare ideologicamente le classi popolari, oscillando fra fascismo e democrazia formale. Quando il dissenso si fa opposizione organizzata e mette in discussione i rapporti di produzione capitalistici scuotendo dalle fondamenta il suo dominio, la borghesia ritratta  le sue posizioni democratiche dopo un’attenta preparazione ideologica non limitata al solo livello della propaganda teorica, ma estesa ai fatti, pure sanguinosi, idonei a persuadere o rendere possibilisti interi strati popolari. Un esempio è l’incendio del Reichstag (nella foto) che precedette  e propiziò l’avvento del nazismo in Germania, e il favoreggiamento di vari terrorismi per preparare l’opinione pubblica a una svolta autoritaria.
La democrazia formale, seppure mistificatoria, rimane pur sempre valida dal punto di vista del progresso della civiltà. Non bisogna infatti credere che la democrazia formale sia priva di significato: l’esperienza del fascismo ce l’ha tristemente insegnato.

martedì 5 giugno 2012

Dislessia: gli elementi organici nella fissazione al sincretismo

Il primo gruppo di fattori che possono influire sul passaggio dallo stadio sincretico a quello analitico sono gli elementi organici, cioè:
- una parte degli apparati sensoriali normali in buona condizione fisiologica e funzionale che permettono all’organo sensoriale direttore di accedere alla dominanza  effettiva nella ripartizione relativa ai fini;
- un sistema neuro-muscolare normale in buona condizione fisica e funzionale, che permette esso pure al gruppo neuro-muscolare direttore di accedere alla dominanza effettiva nella ripartizione relativa ai fini;
automatismi audio-fonatori normalmente coordinati.
Oltre a questi a causare il blocco intervengono fattori quali le infermità sensoriali e motorie gravi (cecità, sordo-mutismo, paralisi del velo pendulo). Un esempio concreto illustrerà questo concetto.

Osservazione 1
J.L. ha 11 anni e mezzo al momento dell’esame. Segue difficilmente il Cm1 (corso medio). Secondo di quattro figli, non sente molto bene e per questo è seguito da una specialista. A scuola ha lacune nell’ortografia e soffre per non essere come gli altri. In compenso va molto bene in aritmetica. Ha parlato tardi e in seguito si è attribuito il ritardo del linguaggio a difetti di udito. Si intende bene con i fratelli e la sorellina. È molto amico del padre e molto affettuoso con la madre. Tuttavia, fuori dalla cerchia familiare, si dimostra selvaggio, timido. Ha difficoltà a seguire le conversazioni. Motricità: normale, ma con numerose manifestazioni di ansia (contrazioni) e instabilità reattiva. Riesce nelle prove di orientamento spaziale ma si nota che gli occorre fare molta attenzione. Linguaggio: il ritardo è colmato, ma se il bambino è emozionato o sviato, non trova più le parole e farfuglia. Intelligenza: livello normale. Nelle prove di strutturazione spaziale, riesce a compensare le difficoltà, all’inizio, grazie al suo livello, all’età, all’attenzione concentrata. Ma al primo insuccesso si turba, perde tutti i punti di riferimento e di stabilità e non riesce più in niente. Lettura-ortografia: confusione fra lettere e suoni, inversioni, lettura a sbalzi a voce molto alta, resoconto orale medio e netta disortografia. Affettività: ansioso, si sente disadattato e disarmato. Riesce con un’aggressività reattiva latente o con la regressione (disegna un feto dopo la prova in cui non è riuscito).
Ecco come un difetto sensoriale ha comportato non solo un ritardo di linguaggio e di strutturazione spaziale, ma un problema più generale sul piano della comunicazione e dell’affermazione di sé.
Capita effettivamente che otiti croniche che colpiscono l’orecchio direttore e particolarmente paralizzano la sua funzione, comportano una compensazione dell’altro orecchio, che attiva diversi circuiti cerebrali; perturbando il riflesso audizione-fonazione, come l’amputazione della mano detra in un destro, richiede una supplenza funzionale della sinistra e provoca una turba dello schema corporeo che scompagina l’organizzazione degli automatismi o la semplicità del loro svolgimento.

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martedì 29 maggio 2012

Le dodici tribu di Israele

Storia del popolo ebraico
(dalle origini alla costituzione dello stato di Israele)
Capitolo 13 

Isacco ebbe due figli gemelli: Esaù, il primogenito, e Giacobbe, soprannominato da YHWH "Israele". Esaù sarà capostipite degli Edomiti, da Giacobbe discendono le dodici tribù di Israele, ovvero i dodici figli di Giacobbe sono presentati come i capostipiti del popolo degli Israeliti. La storia di uno di essi, Giuseppe, e dei suoi figli, è collegata con il trasferimento degli Ebrei in Egitto.
Rifacendosi al tema comune dell’ostilità fra i gemelli, il racconto spiega come il furbo Giacobbe riuscì a comprare dal fratello gemello il diritto di primogenitura e, con un inganno, a farsi dare dal padre la benedizione riservata al primogenito. Isacco ordina a Esaù di tenersi lontano da quelle terre e di essere servo di suo fratello, anche se un giorno riacquisterà la sua libertà (al tempo di Davide, Edom era dominato da Israele, ma in seguito si ribellò). Esaù tenta di uccidere il fratello e, a dispetto della madre, sposa due donne cananee. Giacobbe parte per Carran per evitare altri tentativi omicidi del fratello e per trovare una moglie. Il lungo viaggio di Giacobbe, ricco di avventure, ricorda l’Odissea omerica.
Per una serie di inganni, gelosie e problemi di fertilità femminile, Giacobbe ebbe figli da quattro donne, in tutto tredici (dodici maschi e una femmina, Dina), ma è costretto a rimanere lontano da Canaan vent’anni, al servizio di suo zio Labano, fratello di sua madre e padre di Rachele, una delle sue due mogli. Quando Dio ordina a Giacobbe di lasciare Labano, egli parte con moglie e figli. Durante il viaggio di ritorno viene introdotta un’ennesima nota di disprezzo verso i Cananei e i loro culti, nell’episodio in cui Rachele si siede sopra gli idoli rubati nella casa del padre macchiandoli con sangue mestruale. In una notte Dio appare al cospetto di Giacobbe sottoforma di uno sconosciuto e lo aggredisce costringendolo alla lotta. Dopo averlo ferito, lo benedice e gli dice che d’ora in avanti si sarebbe chiamato Israele, nome che sta a significare “colui che lotta con Dio”, oppure “Dio governa”. Questo nome sarà applicato in seguito alla confederazione delle dodici tribù discendenti dai figli di Giacobbe, unificate dalla fede religiosa e dai legami di sangue.
La moderna ricerca storica ritiene che Canaan fosse già abitata da tribù diverse, la cui unità in confederazione si sarebbe avuta verso l’anno 1000 a.C., diventando il Regno di Israele e che quindi potrebbero non avere nulla a che fare con Giacobbe. Ovvero l’ipotesi è che i nomi delle tribù furono presi dagli autori della Genesi per dare i nomi ai figli di Giacobbe e non viceversa. Vi sono peraltro molte prove, anche all’interno della Bibbia, che testimoniamo la presenza in Cananea di molti dei figli di Israele moto prima della conquista dopo l’esodo dall’Egitto.
Dopo un lungo viaggio Giacobbe torna nella terra di Canaan. Con l’episodio dello stupro di Dina, Giacobbe compie un atto simbolico di purificazione delle divinità locali cananee, sotterrando gli idoli e i simulacri di dei stranieri e costruendo un altare in onore di Dio.
Una volta che i figli di Giacobbe furono cresciuti, questi dimostrò la sua predilezione per Giuseppe, il primo dei figli avuti da Rachele. Questo scatenò l’invidia dei suoi fratelli. Uno di loro, Giuda propose di venderlo a una carovana di mercanti di passaggio per venti monete d’argento.
Una divagazione dalla storia di Giuseppe narra due episodi riguardanti la famiglia di Giuda. Il primo riguarda il figlio Onan che, costretto controvoglia a unirsi alla vedova del fratello, disperde il suo seme per terra. Nel secondo, con uno stratagemma, una nuora di Giuda, Tamar, riesce ad avere due gemelli con il suocero: si tratta di Perez e Zerach. Perez è un antenato di Davide, e quindi di Gesù


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venerdì 25 maggio 2012

La democrazia formale della borghesia

La nobiltà, il clero e il re chiedevano obbedienza in nome del principio gerarchico corrispondentemente al presupposto volere divino, il che poggiava su una tradizione culturale ormai più che millenaria, grazie all’efficace opera di mediazione del consenso operata dalla Chiesa, pilastro dell’ordine feudale.
Cosa poteva contrapporre la classe borghese a difesa delle proprie pretese? Occorreva un sostegno ideologico formidabile ai propri progetti, per sperare di competere con tale spiegamento di forze. Così la borghesia inventò la “democrazia formale”: accusò la nobiltà e il clero di parassitismo, additando efficacemente i vergognosi sprechi di corte i gli ingiustificabili privilegi nobiliari. Accusò il clero di lasciare incolte colossali estensioni di terre sottraendole alla coltivazione e al mercato. Accusò i sovrani  di gestire in modo scriteriato e osceno le somme che gli venivano versate; quindi rivendicava che chi pagava le tasse (cioè la borghesia stessa) dovesse decidere o almeno controllare come i sovrani spendessero i soldi dei contribuenti.
Ancora più in generale si rivendicava il diritto dei cittadini (naturalmente solo quelli “coscienti e benestanti”) di decidere le leggi e controllare l’operato del sovrano e della sua amministrazione.
Di fronte al potere assoluto del re e di uno stato di cui, a ragione, diffidava, la borghesia chiedeva garanzie, libertà, rispetto di procedure nel campo processuale. E tutto questo veniva chiesto non per sé, ma per tutti: l’universalità della battaglia legalitaria della borghesia maschererà il vero suo obiettivo: spodestare clero e nobiltà e instaurare il dominio dell’alta borghesia finanziaria sul popolo. La classe borghese si veniva così a trovare nell’invidiabile situazione di poter chiedere alle altre classi sociali molto di più di quanto potevano chiedere loro il clero e la nobiltà in nome del solo principio gerarchico; giacché, formalmente, non chiedeva per sé, ma per tutta la collettività, in nome del comune interesse e, in definitiva, della patria.
Il decisivo particolare che la borghesia controllava stabilmente il parlamento, e di conseguenza governo e pubblica amministrazione, passava per lo più inosservato. La propaganda borghese, infatti, affermava che quella era la società più giusta possibile dal momento che era retta dal principio maggioritario e, dunque, dal volere del popolo che si formava giuridicamente nelle assemblee parlamentari col libero incontro-scontro di maggioranza e opposizione.
L’assunto, pur convincente, dava però per scontati tre presupposti:
1) solo le persone istruite e che pagavano le tasse hanno diritto al voto per il bene di tutti;
2) maggioranze e minoranze si formano liberamente nelle assemblee attraverso il pubblico dibattito;
3) le opinioni politiche si formano liberamente e originalmente in ogni uomo senza nulla di predeterminato.
In realtà, il primo punto escludeva il 98% circa della popolazione dal gioco democratico, rendendo ben povera cosa la democrazia parlamentare; il secondo era vero solo in parte poiché le opinioni si formavano prima che nel dibattito assembleare, nelle banche, nei più forti gruppi industriali, a corte, secondo un processo di integrazione (lotta di interessi comuni alla sola classe dirigente) solo formalmente dibattuto poi in parlamento, dove, peraltro, maggioranza e minoranza non erano mutevoli bensì stabili e precostituite. Il terzo punto costituiva solo una vergognosa ipocrisia: l’ignoranza, la propaganda religiosa, il ricatto economico, la tradizione (solo per citare le cause principali) non rendevano libero il pensiero dell’uomo: come spiegare altrimenti il consenso di fondo che le gerarchie feudali avevano per tanti secoli goduto presso i popoli di tutto il mondo? I contadini erano sconfitti da sé per il loro modo di pensare subordinato e fatalista.
La storia insegna che la vocazione democratica della borghesia si attenua prima (con la restaurazione termidoriana) e si arresta del tutto poi (con il 18 brumaio di Napoleone Bonaparte) una volta conquistato stabilmente il potere. La borghesia chiedeva libertà e democrazia allo stato aristocratico e al clero, ma una volta ottenute le conquiste le nega per paura che altri soggetti sociali possano, ripercorrendo la stessa strada, minare il potere acquisito.

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