domenica 27 novembre 2011

La politica economica del fascismo: l’autarchia

Un manifesto che promuove l'autarchia
Il passo deciso verso il regime autarchico si ebbe nel 1935, quando tutte le importazioni dovettero avere un permesso ministeriale. Verso la fine del 1935 l’Italia dichiara guerra all’Etiopia, che si rivolge alla Società delle Nazioni a cui appartiene. All’Italia vengono imposte sanzioni e limitazioni al commercio internazionale. Le direttive della Società delle Nazioni scatenano in patria una propaganda a favore dell’autarchia. L’Italia vince la guerra e crea il suo impero nel momento in cui gli altri paesi cambiano rotta e abbandonano le colonie, visti gli alti costi per le opere pubbliche e per il mantenimento dell’esercito. Con le colonie l’Italia si accolla grosse spese, ma avvantaggia le esportazioni.
Il regime autarchico favorisce lo sviluppo di una serie di produzioni autonome e incentiva quelle già in atto; vieta l’importazione e si lancia nella ricerca del combustibile (il petrolio libico era impossibile da estrarre con le tecniche estrattive dell’epoca). Si costituiscono l’Agip e la Finsider (che controlla i più grandi impianti siderurgici), viene sviluppata l’industria chimica, che con le ricerche sulle fibre artificiali incrementa il settore tessile, vengono sperimentati nuovi tipi di carburante aggiungendo alcool etilico alla benzina. È il momento del trionfo del surrogato, prodotto che sostituisce la materia prima. L’obiettivo di Mussolini è quello di realizzare, attraverso l’autarchia, l’indipendenza politica.
Già da quegli anni si registra un divario importante fra la zona settentrionale (dove si sviluppa in modo considerevole l’industria) e il mezzogiorno, dove ancora sussistono zone di depressione. Per la prima volta la produzione industriale supera quella agricola.
Sul fronte salariale, per fronteggiare la crisi del 1929 e il conseguente calo di produzione, viene ridotto l’orario di lavoro a 40 ore la settimana, con aumento del numero degli occupati. Ma i salari diminuiscono in conseguenza alla riduzione delle ore lavorative, facendo aumentare l’inflazione. Lo stato compensa con una serie di previdenze: assegni familiari, tutela della maternità e dell’infanzia, viene costituito l’Inps, viene assicurato il posto di lavoro anche in caso di malattia. L’età della pensione viene portata a 65 anni per gli uomini e a 55 per le donne.
Pur non essendone preparata, l’Italia decide di entrare nel secondo conflitto mondiale. L’industria varia e differenziata, caratteristica dell’uscita dal regime fascista, servirà da base nel dopoguerra all’opera di ricostruzione, con un programma molto forte di assistenzialismo, grandi concentrazioni oligopolistiche e manodopera sottopagata. Questa politica sarà seguita in tutto il dopoguerra. 

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