venerdì 25 novembre 2011

La politica economica del fascismo: commercio e industria

Benito Mussolini
Anche nell’era repubblicana, l’Italia mantiene i caratteri economici del periodo fascista, ovvero un’economia mista, in cui la produzione privata è strettamente unita a quella statale e caratterizzata dall’assistenzialismo, con bassi salari e provvedimenti in difesa del lavoro. Alla fine della prima guerra mondiale l’Italia si era distinta per un forte squilibrio industriale: molti settori erano stati sacrificati all’industria bellica, in particolare quello dei beni di consumo; altri, legati all’economia del momento si erano fortemente dilatati, come quello dell’abbigliamento miliare e dei loro accessori. Queste industrie vennero chiamate ‘pescecani di guerre” per il carattere predatorio dei loro profitti.
Lo squilibrio sociale era molto forte: le famiglie contadine avevano abbandonato le campagne perché gli uomini erano al fronte e le donne era costrette a trovare lavoro nelle fabbriche in città. All’abbandono delle campagne segue un ampio processo di urbanizzazione a cui, in concomitanza col “biennio rosso” di occupazione nell’immediato dopoguerra, segue un periodo di forte tensione sociale. 
Il governo gestisce con grosse difficoltà questa situazione: minacce di confisca per gli industriali che avevano avuto grossi profitti durante a guerra, creando un clima di forte insicurezza all’interno della proprietà. Le industrie che avevano aumentato la produzione per le necessità belliche non riescono più a smerciare la loro produzione e quindi minacciano un crollo che avrebbe trascinato nel baratro anche le banche che le finanziavano. Anche i piccoli risparmiatori esprimono sfiducia nel governo che rischia di non avere più il sostegno della piccola borghesia. Sostegno già messo in discussione dall’alta borghesia agraria che avverte un pericolo nelle continue rivendicazioni salariali dei lavoratori
Nel biennio 1921/1922 la situazione sembra un poco migliorare: la guerra è ormai alle spalle, diminuisce a tensione sociale, cessa l’occupazione nelle fabbriche. Si registra anche una ripresa del commercio internazionale. In Italia si afferma sempre più il fascismo, che è ben visto all’estero (migliora il rapporto di cambio a favore della lira, indice di fiducia nel governo). 
Una volta al potere, il programma del fascismo non è molto chiaro fin dall’inizio: promesse di miglioramento sociale e previdenza a favore dei lavoratori in contrapposizione con tendenze fortemente autoritariste. La prima fase della politica economica fascista è liberista, o pseudo-liberista, ovvero si pongono limiti all’iniziativa privata, in particolare dei lavoratori privati. Viene contentuto il potere contrattuale del lavoratori, riducendo la possibilità di associarsi e contrattare il salario, si privatizzano industrie che prima erano statali, come le compagnie di assicurazione sulla vita e l’azienda dei telefoni. Viene bloccata la distribuzione delle terre promessa durante la guerra e viene stretta la morsa fiscale sui redditi bassi con l’abolizione dell’imposta progressiva sul reddito.
Ma come accolgono queste misure i diversi ceti sociali? I grandi proprietari terrieri sono favorevoli al fascismo (alcuni di essi finanziano le “squadre”). Gli industriali, invece, non vedono con grande favore i disordini provocati dalle squadre di picchiatori nelle fabbriche. In risposta all’opposizione degli industriali segue nel 1924 l’assassinio di Giacomo Matteotti, che fa sorgere il dubbio alla Confindustria se il fascismo sia la scelta migliore. Viene chiesto a gran voce un ridimensionamento della violenza, ma gli industriali si accorgono ben presto che i benefici dati dal regime sono superiori al rischio delle tensioni sociali. Gli industriali si accontentano di una promessa di normalizzazione: nel 1924 Mussolini promette di controllare le squadre fasciste.

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