sabato 26 novembre 2011

La politica economica del fascismo: finanza e opere pubbliche

Una immagine della propaganda
per la battaglia del grano
Dal 1925 finisce la prima fase liberista e si passa alla “fascistizzazione” dello stato. Il ministro delle finanze De Stefani viene sostituito da Giuseppe Volpi di Misurata, che imposta una politica nettamente dirigistica (1926). Il provvedimento di maggiore rilevanza è quello noto come “portare la lira a quota 90”.
L’Italia aveva finito di pagare i debiti di guerra, aveva stabilito buoni rapporti economici con Stati Uniti e Inghilterra che vedevano nella soluzione fascista un argine al bolscevismo. Usa e Inghilterra sono ben lieti di finanziare la rivalutazione della lira richiesta da Mussolini. Il nuovo rapporto di cambio con la sterlina passa da “120” a “90”.
Questa operazione dà notevole prestigio all’Italia, che però deve indebitarsi per aumentare la riserva monetaria. Con l’aumento del costo della lira i paesi stranieri sono meno interessati a comprare le nostre merci, ma sono favorite le importazioni, fattore positivo visto che l’Italia è principalmente un paese importatore. La manovra economica però danneggia alcuni settori dell’industria: quello automobilistico, che risente subito della concorrenza straniera, quello tessile e quello del vino, settore di industrie tipicamente esportatrici. Per abbassare i prezzi delle merci viene attuata una politica di contenimento dei salari e di compressione delle importazioni.
Oltre alla rivalutazione della lira e le conseguenze nel settore import-export, altre misure di tipo dirigistico furono quelle della “battaglia sul grano”, campagna per estendere la produzione granaria. L’Italia non aveva un terreno adatto a tale coltivazione e quindi lo importava, con grande squilibrio per il bilancio economico. Per limitare il tasso di importazione del grano fu necessario limitarne il consumo ed estenderne la coltura anche a danno di coltivazioni più ricche e specializzate (viti e olivi). Un’altra misura che ebbe più successo fu quella della bonifica integrale. Ampie zone acquitrinose vengono bonificate con i capitali dello stato, ma l’operazione fu svalutata perché i proprietari dei terreni non furono obbligati alla bonifica.
Sul fronte delle opere pubbliche, furono elettrificati più di 2 mila chilometri di linee ferroviarie e introdotti nuovi tipi di vagoni (le “vettorine”). Si registrò un aumento del reddito pro-capite e, tra il 1922 e il 1929, fu raddoppiata la produzione industriale.
Con la rivalutazione della lira si verificò un processo di concentrazione di proprietà, anche con il consenso statale; in seguito alla costituzione dell’impero si amplieranno nuovamente i compiti delle corporazioni preposte al controllo industriale nelle colonie.
Per quanto riguarda il commercio internazionale le misure prese per fronteggiare la crisi registrata nel periodo 1929-1934 riguardano innanzitutto la limitazione delle importazioni: tutte le nazioni alzano le barriere doganali a difesa dell’economia.
Sul piano finanziario l’Italia si stacca dalla politica delle altre nazioni che esportano poco e che svalutano immediatamente per facilitare le esportazioni: l’Italia, al contrario, mantiene la lira a quota “90”, sfavorendo anche il turismo. In previsione della necessaria svalutazione monetaria, la popolazione comincia ad acquistare valuta straniera: lo stato interviene ancora una volta vietando il cambio e l’esportazione del denaro.
Si entra piano piano in un regime di autarchia. Viene costituito l’Iri (Istituto di ricostruzione industriale), per affrontare le difficoltà incontrate dalle aziende a causa della crisi economica. Le industrie colpite dalla crisi erano ormai proprietà del sistema bancario che le aveva finanziate: l’Iri aveva il compito di finanziare le industrie in difficoltà, rilevarne le azioni dalle banche e riprivatizzarle rimettendo le azioni sul libero mercato.
Questo meccanismo, che salvò tante industrie dal fallimento e contenne quindi la disoccupazione, produsse però anche un effetto negativo e cattive operazioni di privati andarono a pesare sulla comunità, visto che l’Iri era sovvenzionato dallo stato. Poco contenti dell’iniziativa furono gli industriali a capo di aziende “sane”, che non ebbero bisogno di finanziamenti pubblici ma si videro costretti a pagare i finanziamenti degli altri.

Nessun commento:

Posta un commento