sabato 1 novembre 2014

Il linguaggio di Proust e Kafka

La crisi del positivismo si riflette nella opere letterarie del primo ‘900, ambito nel quale si inseriscono Marcel Proust e Franz Kafka, entrambi appartenenti alla classe medio-alto borghese dell’epoca. Ed è proprio quella borghesia stanca, vuota di valori e carica di apparenze, in cui sono quasi scomparsi i fermenti innovativi che l’avevano caratterizzata nei secoli precedenti.
Marcel Proust
Un tipo di realtà che richiede vinti e vincitori (il padre di Kafka è il tipico “self made man”), dove i vinti sembrano proprio quelli non adatti e, di conseguenza, che vivono acutamente esperienze di fallimento e di emarginazione o comunque di disagio. L’apparato borghese e sociale assume l’aspetto di una “macchina” immensa e schiacciante, che condanna chi non vi si adegua.
Proust e Kafka vivono questa realtà e vi si rapportano con una tale consapevolezza e lucidità da divenirne testimoni. La mancanza di identificazione, l’oggettività che si frantuma in mille sfaccettature diverse e soggettive di una stessa realtà sfoceranno, in entrambi gli autori, nell’interiorità e nell’introspezione psicologica, laddove altri filosofi (come Nietzsche) sconfineranno nell’irrazionalismo.
Con la crisi della concezione positivista (crisi dell’uomo del Novecento), si lacera anche, dal punto di vista letterario, l’esatta rispondenza fra causa ed effetto: si parla ora di “relatività” e non tanto di “necessità” di un rapporto di questo tipo.
Franz Kafka
Il linguaggio muta in connotazione: i canoni grammaticali tradizionali vengono rispettati, tuttavia, crollata la corrispondenza biunivoca tra soggettività e oggettività, il linguaggio diventa strumento di evocazione e di analisi della realtà interiore oltre che della realtà descrittiva. Il linguaggio diventa “denotativo”, coincide con ciò che l’autore vuole descrivere e doppia è la finalità, che si articola sempre in due momenti distinti: da un lato la descrizione della realtà esterna, dall’altro l’analisi psicologica dei personaggi.
Kafka è convinto che le parole sbarrano il cammino, poiché il loro nome è una connotazione empirica (e quindi ingannevole) di una realtà più alta; il linguaggio non deve essere quello dell’inganno, bensì un linguaggio simbolistico con il quale cifrare la realtà.
Per Proust il linguaggio è, in particolare, il mezzo con cui descrivere minuziosamente le sue sensazioni. È necessario che ogni frase conservi la complessità, lo spessore e l’emotività che erano dal principio dei pensieri e delle immagini; il suo periodo grammaticale è dunque un flusso psicologico in continuo movimento, contenente decine di similitudini, di subordinate articolate in altrettante parentesi.
L’oggettività della realtà esterna si disgrega in mille realtà diverse, in visioni puramente soggettive e personali che vengono descritte dall’autore. Anche la successione cronologica degli eventi scompare quasi del tutto per sfociare in una dimensione personale e intima di concetti quali lo spazio e il tempo (si prenda, per esempio il fenomeno della memoria involontaria di Proust e l’introspezione psicologica di Svevo) e di conseguenza si infittisce l’interdipendenza tra la rappresentazione della realtà e la caratterizzazione dei personaggi: i due piani si sovrappongono continuamente. L’opera d’arte diventa soggettiva. Sono questi i connotati generali della nuova letteratura novecentesca, passata tra l’altro attraverso l’esperienza simbolista e decadentista di cui ancora per molti versi faceva parte.

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