mercoledì 8 gennaio 2014

I profeti anteriori

Storia del popolo ebraico
(dalle origini alla costituzione dello stato di Israele)
Capitolo 22 

Nelle Scritture ebraiche seguono i libri dei tre profeti maggiori, ovvero i libri più lunghi (Isaia, Geremia ed Ezechiele) e dei dodici minori, i libri più corti. Questi libri seguono i Libri storici, da Giosuè fino ai Re e sono riuniti in un’unica sezione intitolala Profeti (Nevi’im). Nella Bibbia cristiana, invece, la progressione storica continua con i Libri delle Cronache, di Esdra, di Neemia e di Ester, e i libri dei profeti sono collocati più avanti. I libri dei profeti sono suddivisi in due gruppi: il primo comprende gli otto profeti antecedenti l’esilio babilonese, il secondo i profeti dell’esilio e del periodo successivo.
Tra i libri dei profeti anteriori l’esilio, il Libro di Amos contiene il versetto che fa riferimento al popolo di Israele come popolo eletto: “Soltanto voi vi ho eletto fra le stirpi di tutta la terra; perciò io vi farò scontare tutte le vostre iniquità”. Fin dai tempi di Abramo, gli Israeliti si sono sentiti eletti, anche se l’idea non era esclusiva di questo popolo: il fenomeno dell’”etnocentrismo” è prerogativa anche dei cristiani e del musulmani. Ma il concetto di elezione, strettamente legato al fenomeno che troverà la sua espressione nell’antisemitismo, non ha nulla a che vedere con il favoritismo. Essere “eletti” non implica infatti godere di particolari favori, piuttosto aggrava la responsabilità di obbedire alla legge divina. Lo scopo dell’elezione si fa chiaro solamente nel Libro di Amos: rendere nota al mondo la parola di Dio e le sue leggi. L’essere prescelti non ha, in sostanza, alcun rapporto con l’idea di razza.
Il Libro di Isaia, invece, costituirà un ruolo centrale nel cristianesimo, poiché tante sono le profezie contenute nel libro che i cristiani vedono avverarsi nella vita di Gesù. Quanto agli Ebrei, Isaia avrebbe fatto riferimento a un futuro messianico che ancora si deve compiere.
Una traduzione errata di un passo del Libro di Isaia sta alla base del dogma cristiano dell’immacolata concezione. Il passo si riferisce alla profezia che Isaia pronuncia nei confronti del re Acaz, intorno al 735 a.C. La lingua ebraica usa parole differenti per indicare “giovane donna” e “vergine”, poiché una giovane donna potrebbe anche non essere vergine. L’esegesi ebraica sottolinea che Isaia si riferisce alla mogie di Acaz, a cui predice la nascita di un figlio, con l’appellativo di “giovane”, non con quello di “vergine”, come avrebbero poi interpretato i cristiani.
Per l’interpretazione cristiana, la profezia di Isaia ad Acaz, non si riferisce soltanto alla nascita di un figlio, Ezechia, che sarebbe poi diventato un buon re, bensì all’avvento di un nuovo principe di Israele, un futuro liberatore messianico quale ritenevano fosse Gesù. Nei Vangeli viene quindi ripetuta l’errata traduzione greca di “vergine”, citando la profezia di Isaia riferita a Maria.
Un’altra discussione sulla traduzione delle parole di Isaia sorta tra Ebrei e cristiani riguarda un altro elemento chiave delle profezie di Isaia, quella del “servo sofferente”, un uomo disprezzato e reietto che viene portato al massacro come un agnello. Gli Ebrei vedono in questa figura lo stesso Isaia, o anche tutto il popolo di Israele, mentre per i cristiani è chiaro al riferimento alla crocifissione di Gesù.


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1 commento:

  1. Basta un errore di traduzione per cambiare il senso delle cose... :-)

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