martedì 31 gennaio 2012

Heidegger, il progetto di realizzazione dell’uomo e l'essere per la morte

Ogni uomo ha necessità di un rapporto con le cose e con gli altri uomini, perché ha bisogno di costruirsi un mondo di possibilità. Se per realizzarsi non ci si può finalizzare all’essere generale e al nulla, ci si finalizza alle cose e agli altri. Si esce da sé in modo unidirezionale, utilizzando le cose del mondo e attuando un interscambio con gli altri uomini. L’uomo deve sempre e comunque oltrepassare se stesso. Vedendosi proiettati fuori di sé la vita ha un filo da seguire, un’unica via possibile, che è quella del progetto di realizzazione, che è un progetto esistenziale e riguarda il futuro. Il concetto di tempo è l’unità del passato nel presente, venire a sé, essere quello che non è possibile non essere, progettare una realizzazione dell’uso delle cose e un interscambio con gli altri. La realizzazione non fa uscire da se stessi, dall’esserci, perché la realizzazione di un progetto non cambia quello che si è. Il futuro è portare avanti il passato attraverso il presente, sintesi di quello che si è e di quello che ancora non si è.
Il progetto di realizzazione viene a noi perché qualcosa di noi non cambia: l’esserci. Esistere è temporalizzarsi, il tempo porta con sé il rapporto con le cose e con gli altri. Le cose si presentano come indirizzate alla soddisfazione di un bisogno, non sono definite in sé e per sé, ma per l’uso a cui sono finalizzate. Gli oggetti si usano, non si conoscono. L’uso delle cose è la “cura”. Il mondo è un sistema di rinvii strumentali e l’uomo vi si realizza come soggetto economico
Il lavoro è una semplice cura, un semplice occuparsi delle cose. Quando gli altri utilizzano le stesse cose del soggetto che conosce, si ha la conoscenza degli altri. Siamo compagni di progetti, aggrappati alle cose per strappare da queste la realizzazione del “nostro progetto”: gli uomini non si strumentalizzano; ciò che è utilizzabile da uno deve essere utilizzabile anche per gli altri. Riconoscendo gli altri come soggetti si capisce che esserci è in realtà “coesserci”, aprirsi agli altri, avere affetto per loro. Solo comprendendo che nella cura gli altri sono come noi cominciamo a interessarci ai loro progetti.
Ci si imbatte in un’esistenza non nostra. Assumere o perdere se stessi? Se ci si ripiega su se stessi e si resta presso le cose come se non si esistesse, subentra l’angoscia, la stessa che ci ha portato nel mondo e ora ci porta all’interno di noi stessi, uscendo dal modo della cura. La cura comincia a essere una fuga da noi stessi e il lavoro è figlio della paura di rimanere soli. Il lavoro aliena dall’essere, mettendolo in contatto con un mondo improprio, tendendo a far riversare un soggetto negli altri. Il problema deve essere risolto dall’essere nell’essere, rientrando in se stessi. Entrando in rapporto con gli altri esseri, nella “cura”, l’uomo rischia  di fuggire da sé, ripiegandosi su se stesso.
Perché progettare sulle proprie possibilità, perché utilizzare le cose del mondo, perché realizzarsi. La riposta non ci può essere. L’affacendarsi sulle cose fa nascere la noia, ci si sente isolati, si sente di avere ancora delle esigenze non soddisfatte. Le esigenze risorgono perché esiste qualcosa che il mondo e la società non possono soddisfare. Il mondo, che era sede del progetto e dell’appagamento della propria realizzazione, ritorna a essere il problema. La noia si trasforma in nausea. Il mondo viene percepito come improprio, non autentico. Si comprende allora che la cura era solo una distrazione per sfuggire all’inquietudine creata dalla problematica dell’esistenza.
È la coscienza a questo punto che grida di tornare a essere noi stessi. È il grido dell’io esistenziale, personale, quello che si è perso nel mondo a causa della cura. Il grido della coscienza è il silenzio, la coscienza può proporre solo se stessa e quindi può offrirci solo noi stessi. L’io ritorna depurato dai contatti sociali. Il mondo ci è estraneo, ci oltrepassa, è assolutamente altro da noi stessi, senza possibilità di incontro. La coscienza torna allo stadio di autenticità.
L’io è una determinazione dell’essere e quindi non si può cogliere l’essere nella sua totalità, l’essere viene dal nulla ed è nulla, perché l’io non riuscirà mai a cogliere se stesso. L’uomo non è fasciato da nulla, la sua è una pura esistenza. L’esperienza del nulla è l’esperienza dell’angoscia, la lontananza dall’essere nella sua totalità, la consapevolezza di essere estraneo al mondo. Vivere o morire diventano la stessa cosa. Il soggetto avverte di essere nel “suo proprio”, ma anche nella disperazione. Non resta altro che la rassegnazione. Ci si deve accettare come si è, nell’assurdità dell’esistere, avvertendo di essere progettati per la morte. Un essere fasciato di nulla è per la morte, accetta la vita come possibilità di morte. Se l’uomo esiste non riesce a oltrepassarsi, l’unica via per poter far questo è dunque la morte, perché lo toglie da tutte le situazioni che lo determinano. L’uomo è predisposto a morire dal momento che è nato. Morire non significa essere alla fine, ma essere per la fine. Ma per oltrepassare noi stessi non basta “essere per la morte”, bisogna portare a sé la morte, avvicinarla, vivere nella sua finalità. 

2 commenti:

  1. Io direi, per abbattere la noia, prima che arrivi la nausea, organizziamoci qualche giorno lontano dal progetto... si si, ho bisogno di riposarmi un po' ;-)

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    1. sono d'accordo con te. infatti sulla conclusione non concordo con heidegger. sarà perché lui non conosceva le vacanze?
      m.c.

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