mercoledì 30 novembre 2011

Bambini: quando dirgli di “no”

Nello sviluppo psichico del bambino gioca un ruolo fondamentale il controllo delle pulsioni, meccanismo indispensabile per la formazione di una personalità autonoma, capace di dominare gli istinti e a rimandare, se necessario, la soddisfazione dei propri bisogni (si veda l’analisi dal punto di vista psicologico e psicanalitico qui). A questo proposito segnaliamo alcune situazioni in cui i genitori si trovano di fronte al dilemma se concedere o vietare, spronare o aspettare.
I tempi per parlare, camminare e imparare ad andare in bagno per i bisogni fisiologici sono diversi da soggetto a soggetto. I tempi massimi previsti per l’apprendimento di tali funzioni (fissati nella pediatria) sono molto ampi, per cui i genitori non dovrebbero preoccuparsi quasi mai se il bambino di 12 mesi ancora non cammina o se verso i tre anni ancora non può fare a meno del pannolino.
L’apprendimento nei piccoli avviane sostanzialmente per imitazione: gli adulti non devono quindi avere comportamenti che poi vorranno vietare ai bambini, devono cioè dare il buon esempio.
È necessario stabilire delle regole di comportamento: queste devono essere chiare e coerenti. Tutti gli adulti che si occupano dell’educazione del bambino (genitori, parenti, baby-sitter) devono essere d’accordo sulle stesse regole. I divieti devono essere pochi (il bambino ha bisogno di tempo per apprendere autonomamente i comportamenti da evitare), ma è assolutamente necessario che non vi siano deroghe. Se al bambino non vengono fissate alcune regole da seguire diventa insicuro.
Niente televisione fino al compimento dei due anni di età: numerosi studi hanno dimostrato che la televisione può ritardare lo sviluppo del linguaggio e causare deficit dell’attenzione. Dopo i due anni, la televisione può essere vista, ma con molta moderazione (non più di due ore al giorno), in presenza di un adulto e scegliendo programmi adatti. Per favorire lo sviluppo del linguaggio e della creatività è dimostrato il ruolo centrale che assume il leggere al piccolo fiabe e filastrocche adatte alla sua età: il momento più favorevole è la sera prima di addormentarsi.
Quando andare a “nanna”? Ancora a due-tre anni il bambino ha bisogno di molte ore di sonno, che possono arrivare anche a 16 ore giornaliere. In genere è ottimale un sonno notturno di 10-12 ore e un sonno pomeridiano di 1-3 ore. I piccoli quindi vanno messi a letto presto e devono imparare ad addormentarsi da soli e nel loro letto. Durante il riposo pomeridiano è preferibile che la stanza non sia completamente al buio e l’ambiente completamente silenzioso: il bambino deve apprendere lentamente che il giorno è dedicato alla veglia e la notte al sonno.
Le sberle non vanno mai date. Uno scapaccione, anche se non fa male, è comunque un gesto violento che se usato porta il bambino a credere che sia giusto. Se il bambino disobbedisce, però, è assolutamente necessario che segua una punizione. Questa deve essere immediata e di breve durata: solitamente si tratta di una punizione “privativa”.

Dislessia: descrizione dei disturbi

Le cause della dislessia, ovvero la cattiva strutturazione spazio-temporale e la cattiva lateralizzazione, posso manifestarsi in modi differenti, ma ciascuno di essi può anche concludere, in mancanza di sufficienti compensazioni, nel fissare la relazione dell'io con l'universo in modo ambiguo e instabile. le conseguenze possono anche essere differenti senza escludersi: è possibile registrare manifestazioni di disturbi del linguaggio e della lettura insieme a disturbi psico-motori, turbe affettive e nevrosi infantili. Quando i disturbi sono associati, la dislessia ne è la manifestazione privilegiata più comune e, in qualche modo, inevitabile, poiché essa li rappresenta tutti.
I sintomi più frequenti della dislessia sono confusione di lettere con grafia simile, confusione di suoni, inversione di lettere, sillabe e parole, scomparsa della punteggiatura, mancanza di "tono" nella lettura, difficoltà nella decifrazione letterale, impossibilità di comprendere le parole lette o scrotte. Tra questi disturbi è utile distinguere quelli dovuti a difetti della percezione uditiva e quelli dovuti a difetti della percezione visiva.

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martedì 29 novembre 2011

Dislessia: disturbi dovuti a una cattiva percezione uditiva

Se il bambino presenta disturbi di questo genere può trovare difficoltà, per esempio, a distinguere fonemi acusticamente simili fra loro (p-b; t-d; ca-ga; ci-gi; f-v; s-z; m-n). È possibile che egli capisca "pitone" al posto di "bidone", oppure può ripetere le parole sentite per generalizzazione: "ippopopamo" al posto di ippopotamo); può compiere delle inversioni: "areoplano" al posto di aeroplano; delle omissioni: "parapoggia" al posto di parapioggia ecc. Conseguentemente il linguaggio orale è turbato anche nell'aspetto semantico e sintattico, per esempio, quando il bambino confonde e usa in modo non appropriato termini come "quanto" e "quando".
Oltretutto questa difficoltà di analisi dei dati uditivi porta il bambino a percepire come un tutto indissociabile alcune parole o frasi, e la comprensione rimane parziale o deformata. Il fanciullo non percepisce la funzione esatta delle diverse parole (verbi, nomi, aggettivi ecc.) Riguardo all'ortografia si hanno i seguenti tipi di errori:
- errori fonetici: il bambino scrive con gli stessi errori le parole che pronuncia male;
- inversioni cinetiche: il bambino scrive "clo" invece di "col", anche se ha ripetuto correttamente questo tipo di lettere prima di scriverle. Egli ha colto gli elementi del suono ma non ha preso coscienza del fatto che nella frazione di secondo durante la quale è stata pronunciato, la "o" viene prima della "l" e dopo la "c": non ha percepito tutte le relazioni esistenti fra questi tre elementi e non è giunto a situare prima nel tempo e poi nello spazio gli elementi dell'insieme. Si può pensare che le nozioni temporo-spaziali "prima" e "dopo" siano state esse stesse confuse;
- mancata individuazione delle parole: il bambino scrive "non s'intende" al posto di "non si tende", coinvolgendo il livello semantico.

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lunedì 28 novembre 2011

L’economia curtense e le rivolte contadine

L’unica fonte di reddito della classe dominante nel Medioevo era data dal plus lavoro dei contadini.
La proprietà feudale era divisa in due parti:
- la pars dominicia, ovvero la parte del signore, costituita da campi che egli amministrava direttamente, dalla sua residenza privata e dalle dimore per schiavi e servi della gleba;
- la pars massaricia, costituita da piccoli poderi (mansi) che venivano dati in affitto ai contadini.
L’affitto dei mansi poteva essere pagato dai contadini in tre modi:
- in cambio di denaro;
- in cambio dei prodotti agricoli necessari al mantenimento del signore;
- in cambio di giornate lavorative nella “pars dominicia”.
Poiché la produttività del lavoro era molto scarsa, se crescevano le necessità di reddito della classe dominante, il plus prodotto poteva essere aumentato solamente  a spese del contadino.
Per soddisfare le maggiori richieste del signore, il contadino poteva:
- aumentare le ore dedicate alla pars dominicia a scapito del lavoro sulle proprie terre;
- mantenere lo stesso rapporto di tempo, ma aumentare l’intensità del lavoro nella pars dominicia.
Entrambe le soluzioni erano comunque sfavorevoli alla classe contadina.
Dal 1300 al 1600 si susseguirono quindi una serie di rivolte, non supportate da alcun progetto a base politica, ma spinte solamente dalla fame e dalla disperazione.
Le prime rivolte nacquero in Francia e presero il nome di “Jacqueries”, da Jacques Bon Homme (Giacomo Buon Uomo), nome con cui la nobiltà era solita soprannominare il contadino. I contadini chiameranno con questo nome il loro capo durante le rivolte. Presto le rivolte dilagarono anche in Inghilterra, Boemia e Germania.
La situazione si inasprì ulteriormente con la diffusione della peste e della sifilide, e col fenomeno l’inurbamento, che diede luogo al vagabondaggio e al brigantaggio.
La reazione della nobiltà fu di due tipi:
- in alcuni casi i signori feudali furono costretti a fare delle concessioni ai contadini, sostituendo il rapporto di lavoro obbligatorio con un rapporto di tipo contrattuale;
- in altri casi si assistette a un inasprimento degli obblighi feudali, che vide addirittura tornare in vigore obblighi ormai caduti in disuso. Le misure miravano a legare il contadino alla terra e a togliergli ogni margine di libertà. Questo tipo di reazione si registrò soprattutto nell’Europa orientale e centrale).
Le due diverse scelte porranno successivamente le premesse alle differenze economiche nei diversi paesi europei.

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Dislessia: disturbi dovuti a una cattiva percezione visiva

È in buona misura attraverso l’esperienza che noi giungiamo a fare l’analisi e la sintesi degli elementi che costituiscono gli oggetti che vediamo. E si può quindi capire facilmente che questa attività sia poco sviluppata nel bambino. Ora, poiché il bambino dislessico presenta difficoltà di analisi e sintesi di ciò che percepisce uditivamente, avrà pure difficoltà a organizzare in un senso preciso l’analisi e la sintesi di ciò che percepisce anche visivamente, cioè nello spazio. Nel giovane dislessico, la cattiva organizzazione dello spazio si manifesta in particolare con una iniziale difficoltà a situare le diverse parti del proprio corpo le une in rapporto con le altre. Le nozioni “alto”, “basso”, “davanti”, “dietro” e soprattutto “sinistra” e “destra” possono essere confuse. Nel campo della lettura questa incapacità porta a confondere alcune lettere che si distinguono principalmente dalla posizione di alcune parti grafiche, come le aste discendenti o ascendenti posizionate a destra o a sinistra e le “gambette” che vanno giù o su (“p” e “q”; “b” e “d”;  “u” e “n”; “p” e “d” ecc.). Ogni elemento della lettera (cerchio, asta, gamba) preso isolatamente è percepito correttamente, ma i rapporti che il dislessico stabilisce fra essi non sono stabili: così la differenza di un cerchio posto a destra dell’asta ("p") oppure alla sua sinistra ("q") può essere mal percepita. Il senso “sinistra-destra” della lettura, cioè l’analisi e sintesi in una determinata direzione di eccitazioni visive complesse, si realizza con difficoltà. Ecco, a titolo di esempio, il testo che è stato presentato a un dislessico di nove anni, di intelligenza normale:
«Il vignaiolo pota la vigna perché l’uva venga in abbondanza. Ha lavorato ieri sera fino a tardi. Questa mattina la prima luce del giorno lo trova già al lavoro. Bravo vignaiolo, il tuo lavoro merita di essere ricompensato» (Édouard Claparède, Comment diagnostiquer les aptitudes chez les écoliers, pag. 180).
Ecco ciò che il soggetto ha pronunciato: «Il vaiolo poto… pota la vena… Il vaiolo pota. Il vaiolo pota… pota perché l’uva venga in ado… adon… abbondanza. Egli ha lao… lavora… egli ha lavorao ieri fino a tardi. Questa mattina la pia… la prima… la prima cuce…. c… lu… lu luce del giorno lo to… lo tor… va già al lora davo… darve… vi… vila… iolo il tuo lan… oro… lavoro merita di essere r…. ric… ricompensa… ricompensato».

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Esaù viene respinto da Isacco (paternità incerta)

La scena descritta nell'affresco della Basilica superiore di San Francesco, ad Assisi, segue la precedente (vedi articolo). Giacobbe è riuscito con l'astuzia e l'inganno ad ottenere la primogenitura e la benedizione del padre a discapito del gemello Esaù. Quando Esaù si presenta al cospetto del padre ormai cieco, Isacco (pensando che si tratti dell'altro figlio) lo respinge. La scena ha un'ambientazione simile alla precedente, con in primo piano il vecchio patriarca sdraiato sul letto. Esaù reca in mano un piatto di cibo che intende offrire al padre, ma Isacco alza la mano destra in segno di rifiuto, perché pensa che sia Giacobbe che vuole ingannarlo. Dietro Esaù si vede una figura femminile, probabilmente Rebecca, con una brocca in mano. Sullo sfondo un'altra figura femminile il cui volto è ormai andato perduto (si potrebbe trattare di una serva), che ha chiuso il drappo del letto elegantemente ricamato. I colori dominanti, come nel precedente affresco, sono il giallo oro e il rosso tenue. La paternità è senz'altro la stessa, in dubbio fra Giotto, il Maestro di Isacco e Arnolfo di Cambio.
Assisi, Basilica superiore di San Francesco, affresco cm. 300x300, 1291-1295.

domenica 27 novembre 2011

Dislessia: la lettura come rivelatore

Appare evidente che la lettura rivela questo universo ambiguo e mette duramente alla prova i sistemi di riferimento che il bambino si è costruito. La lettura effettivamente esige:
- un orientamento fisso: si legge da sinistra a destra, in tutte le righe e dall’alto al basso del foglio;
- una visualizzazione e una fissazione delle forme. Ogni parola e ogni lettera hanno una loro forma orientata;
- una “distanza”, in relazione alle parole, alla loro lettura e alla punteggiatura. Si deve prevedere il significato che la parola avrà nella frase per padroneggiare il ritmo del suo svolgimento. Questa “distanza” richiama la memorizzazione del significato delle parole passate per seguire gli orientamenti che prevede il testo. A proposito di questo particolare lavoro intellettuale, il filosofo francese Henri-Louis Bergson scrive nella sua celebre lezione sullo “sforzo intellettuale”: «Questo lavoro di interpretazione è troppo facile quando sentiamo parlare la nostra lingua, poiché abbiamo il tempo di scomporla nelle sue varie frasi. Ma ne abbiamo una chiara coscienza quando conversiamo in una lingua straniera che conosciamo imperfettamente. Ci rendiamo conto allora che i suoni distintamente intesi ci servono come punti di riferimento che ci collochino di primo acchito in un ordine di rappresentazione più o meno astratta, suggerito da ciò che l’orecchio sente (o da ciò che l’occhio vede nella selezione delle parole caratteristiche) e che, una volta adottato questo “tono” intellettuale proseguiamo con il significato concepito, incontro al percepito…» (Henri-Louis Bergson, L’energie spirituelle, conferenza 6);
- una padronanza della relazione significato-suono che permette di discriminare significati differenti e suoni uguali (omonimi), così allo stesso modo suoni differenti e significati uguali (sinonimi);
- una capacità di organizzazione superiore per padroneggiare la sintessi;
- una sincronizzazione della lettura, che comporta movimenti loculo-motori, un linguaggio interiore, articolazione e pronuncia coordinati con movimenti respiratori.
A queste condizioni particolari se ne aggiungono tre generali quali la padronanza della comunicazione verbale (scioltezza nel linguaggio parlato), il passaggio permanente dall’analisi alla sintesi e viceversa, la stabilità affettiva necessaria per ogni tipo di apprendimento.

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La ripresa economica nel Medioevo

L’epoca dei regni romano-barbarici fu responsabile attorno al 400 di una caduta dell’economia e una decadenza sociale. Durante questo periodo si era infatti consolidata un’economia di sperpero caratterizzata da precarie condizioni di vita e disaffezione al lavoro: viene prodotto quanto basta per sopravvivere, ovvero un tipo di economia che non ha carattere stanziale. Alla fine della grande depressione economica, verso l’anno 800, nel periodo del Sacro Romano Impero, si assiste a un periodo di stagnazione dell’economia feudale, molto simile a quella precedente  con la sola differenza che le attività economiche hanno un carattere più stazionale: chi lavora la terra abita su quella terra e la popolazione comincia a stabilizzarsi insieme al sistema politico.
Le forze che spinsero verso il basso l’andatura dell’economia furono senz’altro la saturazione delle campagne (la terra non riesce a produrre quanto necessario); gli scarsi investimenti nelle tecnologie (i romani preferiscono sfruttare la manodopera piuttosto che investire in nuovi mezzi e animali); i conflitti fra la grande proprietà schiavile e la piccola proprietà contadina (i grandi proprietari facevano lavorare gli schiavi e quindi i contadini non potevano reggere la concorrenza); epidemie, carestie e guerre contribuiscono a far diminuire la forza lavoro e inoltre la rozzezza dei barbari dequalifica la popolazione; poiché i barbari non erano abili coltivatori i terreni decadono si rovinano e per ultimo collassa il commercio.
A partire dall’anno 1000 si registra in tutta Europa una ripresa del commercio, che avrà degli effetti rompenti sul sistema feudale. I mercanti che arrivarono in Europa con il loro seguito posero le basi lì dove commerciarono: si avvertì quindi la presenza di un nuovo ceto sociale, che aveva bisogno dei prodotti agricoli per la propria sussistenza. Si passa così a un sistema di scambio e inizia a circolare la moneta, si incoraggia la tendenza alla produzione per il mercato dei beni eccedenti, non solo dei beni necessari al consumo interno. Nasce così una sorta di borghesia di campagna, che sarà nel divenire indispensabile per l’affermazione della classe borghese in genere. Conseguenze della ripresa del commercio furono un incremento demografico, la nascita di nuovi insediamenti rurali, il dissodamento di nuovi terreni, il recupero all’agricoltura di terre abbandonate, una sorta di ristrutturazione merceologica con la valorizzazione di alcuni prodotti meno affinati ma più facili da produrre, l’investimento in nuove tecnologie come i mulini a acqua, l’introduzione del sistema di rotazione agraria.
Anche se non si può parlare di una dipendenza diretta, il declino del sistema feudale procedette di pari passo con lo sviluppo del commercio. 


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Trovati i reperti archeologici della prima guerra punica

Sono stati recuperati la scorsa estate nel mare delle Egadi, al largo di Trapani, i resti dello scontro navale della prima guerra punica fra romani e cartaginesi, l'epica battaglia che cambiò il corso della storia antica. La ricerca è stata coordinata dalla Soprintendenza del mare della regione Sicilia. Cuore tecnologico dell'operazione un "Rov"(Remote operating vehicle), ovvero un sottomarino telecomadato che avrebbe fornito indicazioni sulla posizione dei reperti sparsi sui fondali. I sub che si sono fatti carico del recupero del prezioso ritrovamento hanno riportato a galla rostri di navi e parecchi elmi dei soldati sopra imbarcati. Il sospetto che quel tratto di mare (a nord-ovest dell'sola di Levanzo) custodisse importanti reperti archeologici era nato già qualche anno fa, quando un subacqueo aveva riferito circa il ritrovamento di un considerevole numero di ceppi di ancore allineati lungo il fondale marino. Dagli scritti originali di alcuni storici greci venne il sospetto che potesse trattarsi appunto dell'agguato che i romani tesero a Cartagine nascondendosi dietro un promontorio dell'isola di Levanzo. Grazie all'effetto sopresa i romani ebbero la meglio nella battaglia nel giro di sole due ore. Fonti storiche riferiscono che nella prima guerra punica furono coinvolti 200 mila uomini a bordo di 350 navi romane e 700 cartaginesi. Dopo quella battaglia Roma cambiò il suo volto: da piccola potenza regionale divenne un'impero globale.

La politica economica del fascismo: l’autarchia

Un manifesto che promuove l'autarchia
Il passo deciso verso il regime autarchico si ebbe nel 1935, quando tutte le importazioni dovettero avere un permesso ministeriale. Verso la fine del 1935 l’Italia dichiara guerra all’Etiopia, che si rivolge alla Società delle Nazioni a cui appartiene. All’Italia vengono imposte sanzioni e limitazioni al commercio internazionale. Le direttive della Società delle Nazioni scatenano in patria una propaganda a favore dell’autarchia. L’Italia vince la guerra e crea il suo impero nel momento in cui gli altri paesi cambiano rotta e abbandonano le colonie, visti gli alti costi per le opere pubbliche e per il mantenimento dell’esercito. Con le colonie l’Italia si accolla grosse spese, ma avvantaggia le esportazioni.
Il regime autarchico favorisce lo sviluppo di una serie di produzioni autonome e incentiva quelle già in atto; vieta l’importazione e si lancia nella ricerca del combustibile (il petrolio libico era impossibile da estrarre con le tecniche estrattive dell’epoca). Si costituiscono l’Agip e la Finsider (che controlla i più grandi impianti siderurgici), viene sviluppata l’industria chimica, che con le ricerche sulle fibre artificiali incrementa il settore tessile, vengono sperimentati nuovi tipi di carburante aggiungendo alcool etilico alla benzina. È il momento del trionfo del surrogato, prodotto che sostituisce la materia prima. L’obiettivo di Mussolini è quello di realizzare, attraverso l’autarchia, l’indipendenza politica.
Già da quegli anni si registra un divario importante fra la zona settentrionale (dove si sviluppa in modo considerevole l’industria) e il mezzogiorno, dove ancora sussistono zone di depressione. Per la prima volta la produzione industriale supera quella agricola.
Sul fronte salariale, per fronteggiare la crisi del 1929 e il conseguente calo di produzione, viene ridotto l’orario di lavoro a 40 ore la settimana, con aumento del numero degli occupati. Ma i salari diminuiscono in conseguenza alla riduzione delle ore lavorative, facendo aumentare l’inflazione. Lo stato compensa con una serie di previdenze: assegni familiari, tutela della maternità e dell’infanzia, viene costituito l’Inps, viene assicurato il posto di lavoro anche in caso di malattia. L’età della pensione viene portata a 65 anni per gli uomini e a 55 per le donne.
Pur non essendone preparata, l’Italia decide di entrare nel secondo conflitto mondiale. L’industria varia e differenziata, caratteristica dell’uscita dal regime fascista, servirà da base nel dopoguerra all’opera di ricostruzione, con un programma molto forte di assistenzialismo, grandi concentrazioni oligopolistiche e manodopera sottopagata. Questa politica sarà seguita in tutto il dopoguerra. 

sabato 26 novembre 2011

La politica economica del fascismo: finanza e opere pubbliche

Una immagine della propaganda
per la battaglia del grano
Dal 1925 finisce la prima fase liberista e si passa alla “fascistizzazione” dello stato. Il ministro delle finanze De Stefani viene sostituito da Giuseppe Volpi di Misurata, che imposta una politica nettamente dirigistica (1926). Il provvedimento di maggiore rilevanza è quello noto come “portare la lira a quota 90”.
L’Italia aveva finito di pagare i debiti di guerra, aveva stabilito buoni rapporti economici con Stati Uniti e Inghilterra che vedevano nella soluzione fascista un argine al bolscevismo. Usa e Inghilterra sono ben lieti di finanziare la rivalutazione della lira richiesta da Mussolini. Il nuovo rapporto di cambio con la sterlina passa da “120” a “90”.
Questa operazione dà notevole prestigio all’Italia, che però deve indebitarsi per aumentare la riserva monetaria. Con l’aumento del costo della lira i paesi stranieri sono meno interessati a comprare le nostre merci, ma sono favorite le importazioni, fattore positivo visto che l’Italia è principalmente un paese importatore. La manovra economica però danneggia alcuni settori dell’industria: quello automobilistico, che risente subito della concorrenza straniera, quello tessile e quello del vino, settore di industrie tipicamente esportatrici. Per abbassare i prezzi delle merci viene attuata una politica di contenimento dei salari e di compressione delle importazioni.
Oltre alla rivalutazione della lira e le conseguenze nel settore import-export, altre misure di tipo dirigistico furono quelle della “battaglia sul grano”, campagna per estendere la produzione granaria. L’Italia non aveva un terreno adatto a tale coltivazione e quindi lo importava, con grande squilibrio per il bilancio economico. Per limitare il tasso di importazione del grano fu necessario limitarne il consumo ed estenderne la coltura anche a danno di coltivazioni più ricche e specializzate (viti e olivi). Un’altra misura che ebbe più successo fu quella della bonifica integrale. Ampie zone acquitrinose vengono bonificate con i capitali dello stato, ma l’operazione fu svalutata perché i proprietari dei terreni non furono obbligati alla bonifica.
Sul fronte delle opere pubbliche, furono elettrificati più di 2 mila chilometri di linee ferroviarie e introdotti nuovi tipi di vagoni (le “vettorine”). Si registrò un aumento del reddito pro-capite e, tra il 1922 e il 1929, fu raddoppiata la produzione industriale.
Con la rivalutazione della lira si verificò un processo di concentrazione di proprietà, anche con il consenso statale; in seguito alla costituzione dell’impero si amplieranno nuovamente i compiti delle corporazioni preposte al controllo industriale nelle colonie.
Per quanto riguarda il commercio internazionale le misure prese per fronteggiare la crisi registrata nel periodo 1929-1934 riguardano innanzitutto la limitazione delle importazioni: tutte le nazioni alzano le barriere doganali a difesa dell’economia.
Sul piano finanziario l’Italia si stacca dalla politica delle altre nazioni che esportano poco e che svalutano immediatamente per facilitare le esportazioni: l’Italia, al contrario, mantiene la lira a quota “90”, sfavorendo anche il turismo. In previsione della necessaria svalutazione monetaria, la popolazione comincia ad acquistare valuta straniera: lo stato interviene ancora una volta vietando il cambio e l’esportazione del denaro.
Si entra piano piano in un regime di autarchia. Viene costituito l’Iri (Istituto di ricostruzione industriale), per affrontare le difficoltà incontrate dalle aziende a causa della crisi economica. Le industrie colpite dalla crisi erano ormai proprietà del sistema bancario che le aveva finanziate: l’Iri aveva il compito di finanziare le industrie in difficoltà, rilevarne le azioni dalle banche e riprivatizzarle rimettendo le azioni sul libero mercato.
Questo meccanismo, che salvò tante industrie dal fallimento e contenne quindi la disoccupazione, produsse però anche un effetto negativo e cattive operazioni di privati andarono a pesare sulla comunità, visto che l’Iri era sovvenzionato dallo stato. Poco contenti dell’iniziativa furono gli industriali a capo di aziende “sane”, che non ebbero bisogno di finanziamenti pubblici ma si videro costretti a pagare i finanziamenti degli altri.

venerdì 25 novembre 2011

La creazione

Storia del popolo ebraico
(dalle origini alla costituzione dello stato di Israele)
Capitolo 9 

La narrazione biblica parte dall’origine del mondo, per collegare fra loro la creazione e la storia di Abramo, e si svolge su temi fondamentali interconnessi: la terra promessa, il culto di YHWH e l’Alleanza (Testamento) stretta fra Dio e il popolo di Israele.
Nella Genesi troviamo un doppio racconto della creazione: uno di redazione sacerdotale ed uno di redazione Jahvista.
Il mito della creazione descritto in entrambi i racconti della Genesi mostra somiglianze a quelli circolanti in tutta la zona mediorientale. Gli Israeliti, quindi, fanno riferimento a un patrimonio culturale comune di credenze tipico delle zone mesopotamiche e egizie. Ma in questo racconto viene inserito un elemento nuovo: il rapporto speciale che lega il Dio di Israele agli uomini. Tutti gli dei della natura comuni alle civiltà delle origini vengono identificati in un Dio individuale che consegna al suo popolo un chiaro e rigido codice etico. Se il popolo di Israele si atterrà al patto di osservare un comportamento in linea con quanto stabilito dal Creatore, questi ne farà il suo popolo eletto.
Il racconto sacerdotale è quello che usa i sette giorni (sei di lavoro e uno di riposo), con il famoso incipit “In principio…”. Il racconto presuppone che all'inizio ci sia uno stato iniziale informe e la creazione avviene per separazioni successive giorno per giorno (la luce dalle tenebre, le acque superiori e inferiori, le acque inferiori e la terra, ecc.). Il sesto giorno vengono creati gli animali e poi viene creato l’uomo, destinato a dominare su tutto il resto della creazione; l’uomo viene creato a immagine e somiglianza di Dio e benedetto perché sia fecondo. Il settimo giorno Dio porta a termine il lavoro e cessa ogni attività. Dio benedice e consacra il settimo giorno: ciò diventerà, nell’ebraismo, il precetto del riposo del sabato.
Il racconto jahvista è quello ambientato invece nel giardino dell’Eden, dove Dio crea l’uomo dalla polvere e la donna da una sua costola. Il paesaggio descritto ha lo sfondo proprio della società mesopotamica dell'epoca: i canali, i fiumi ed una civiltà già agricola, dove si coltiva la terra. Viene quindi inserito l’aneddoto che presenta il peccato originale e il racconto di Caino e Abele. Le figure dei due fratelli rappresentano le forme di comunità proprie dell’epoca, i pastori nomadi (Abele) e gli agricoltori stanziali (Caino). Le tensioni fra i due gruppi erano all’ordine del giorno nel mondo antico. Segue poi la genealogia jahvista di Caino, condannato per il fratricidio a vagare errante e a una vita di duro lavoro. Caino si dirige verso il paese di Nod dove trova una moglie, di cui il racconto non fornisce nessuna spiegazione circa la sua presenza sulla terra, a favore di una lettura del racconto come mito popolare sulle origini dell’umanità. A contraddire la condanna a vagare per la terra, lo si trova poi fondatore del primo insediamento urbano, a cui darà il nome del suo primogenito, Enoch
Nel racconto sacerdotale invece viene ignorato il peccato originale e l’omicidio di Abele per descrivere la genealogia di Set (fratello minore di Caino nato dopo la morte di Abele), discendenza più importante perché condurrà direttamente a Noè e ai patriarchi prediluviani. Le genealogie per questa fonte rivestono un’importanza particolare per colmare il vuoto tra Adamo e Noè e tra Noè e Abramo. 
Successivamente, il racconto combina le storie jahvista e sacerdotale senza sopprimere le loro divergenze di dettaglio per affrontare il tema del diluvio universale.
Vi sono anche narrazioni sumere e babilonesi sul diluvio molto simili al racconto biblico che comunque rimane indipendente dalle altre, ma potrebbe fare riferimento alle inondazioni avvenute nella valle del Tigri e Eufrate. Anche nel poema epico sumero Gilgamesh, la prima leggenda scritta conosciuta, si racconta di una grande inondazione dalla quale gli uomini si salvarono costruendo un’arca.
Il racconto del diluvio viene sovente visto come anticipazione del battesimo. Qui ha inizio molto del simbolismo biblico: Dio vede la malvagità dell’uomo sulla terra e si pente di averlo creato. Decide quindi di cancellare ogni forma vivente, e salvare solo Noè (discendente di Adamo) e la sua famiglia perché sono gli unici a meritarlo. Ordina a Noè di costruire una tebah (cassa o scatola) di legno e di imbarcarvi l’intera famiglia (moglie, figli, nuore e nipoti) insieme a una coppia di animali. Sulle coppie di animali la fonte jahvista e sacerdotale non sono convergenti: una sostiene che Noè avrebbe imbarcato una coppia per ciascuna specie animale; l’altra che sull’arca avrebbero trovato posto sette paia di animali mondi, sette di animali immondi e sette paia di ogni specie di uccello.
L’acqua del diluvio, oltre a provenire dal cielo sottoforma di pioggia, scaturisce anche dagli abissi sottostanti la terra. Essa ricopre il mondo facendo morire ogni specie vivente. Secondo una versione piove per quaranta giorni e quaranta notti, secondo un’altra versione per centocinquanta giorni. Quando le acque finalmente si ritirano l’Arca di Noè si ferma sulle montagne di Ararat. Dio ordina a Noè di lasciare l’Arca e “essere fecondo e moltiplicarsi”, come era già stato ordinato a Abramo.
Dopo il diluvio Dio stabilisce una nuova Alleanza con l’uomo. Promette a Noè che non maledirà più la terra a causa dell’uomo, poiché l’istinto umano è incline al male fin dalla adolescenza e non sterminerà più gli esseri viventi. Per suggellare questo patto traccia un arcobaleno nel cielo. Inizia qui il grande tema biblico dell’Alleanza. Vengono poi impartite a Noè una serie di norme dietetiche, ammettendo la carne insieme ai cibi vegetali, unici ammessi nei capitoli precedenti. Viene poi ribadita a condanna dell’omicidio.
Finora non si è scoperto ove fosse situato l’Eden e non furono mai ritrovati i resti dell’Arca. Le montagne di Ararat sono localizzate nella regione che circonda il lago di Van, nell’attuale Turchia, a metà strada tra il Mar Nero e il Mar Caspio. 
L’episodio seguente sembra introdotto per giustificare la conquista della terra di Canaan e la pratica della schiavitù. Il figlio Cam vede incidentalmente il padre Noè nudo e di conseguenza il figlio di Cam, Canaan, viene maledetto a essere schiavo dei suoi fratelli. Gli Israeliti si sentono così chiamati a dominare sui discendenti di Canaan (i Cananei), che avevano pratiche sessuali dissolute. Il vedere la nudità del padre potrebbe aver simboleggiato la pratica all’omosessualità o comunque poteva venire associata con gli osceni costumi sessuali dei Cananei. Gli altri due figli di Noè, Sem e Jafet ricevono invece grandi benedizioni da parte del padre. Il nome Sem è la radice della parola “semita” che si applica a varie popolazioni, compresi Ebrei e Arabi. La discendenza di Sem condurrà fino ad Abramo.
Segue poi il racconto jahvista della torre di Babele, che offre una spiegazione della diversità dei popoli e delle lingue. Il tutto viene visto come un castigo di Dio per una colpa collettiva. Gli uomini emigrano dall’oriente e si stabiliscono in una pianura del paese di Sennaar. Parlano tutti la stessa lingua e decidono di costruire una torre altissima che li riempia di gloria. Dio non gradisce che gli uomini si costruiscano una strada verso il cielo, quindi li punisce facendogli parlare lingue diverse in modo che non si capiscano più fra loro e li disperde sulla faccia della terra in modo da interrompere da costruzione della torre. La narrazione fornisce una spiegazione sulle aspirazioni trascendentali dell’uomo a essere come Dio e attesta l’esistenza di costruzioni monumentali rinvenute soprattutto in Mesopotamia, costituite da grandi torri sovrapposte, chiamate ziggurat (da un antico termine accadico che significa “alto”) e che facevano parte del complesso del Tempio. Le costruzione delle ziggurat potè essere stata influenzata dalle piramidi egiziane, più vecchie  di qualche centinaio di anni. La pianura di Sennaar indica infatti la pianura al di là del Tigri e l’Eufrate, ovvero la Mesopotamia, attualmente l’Iraq meridionale. La Mesopotamia, parte della cosiddetta “mezzaluna fertile”, che partendo dall’Egitto passa lungo la costa del Mediterraneo comprendendo gli attuali Libano e Israele fino a comprendere Siria e Iraq, fu la culla della civiltà e della storia con la popolazione dei sumeri verso il 6500 a.C. 
La storia della torre di Babele fornisce una spiegazione circa il nome della città di Babilonia, che in lingua sumera significa “porta degli dei” ma che in ebraico ricorda un verbo che indica l’azione di confondere. Gli autori della Genesi sembrano qui usare il gioco di parole per screditare il popolo che più tardi li avrebbe deportati come schiavi proprio in quella città.
La redazione sacerdotale prosegue invece con la descrizione degli ascendenti di Abramo, quasi a dire che Dio poco alla volta viene a costruirsi il suo popolo prediletto, lasciando in secondo piano gli altri popoli.
Per la descrizione dell’epoca dei patriarchi (Abramo, Isacco e Giacobbe e Giuseppe), la storia si sofferma su aneddoti personali e tratti pittoreschi, senza alcuna preoccupazione di unire questi racconti alla storia generale. La datazione dei patriarchi, tradizionale ma ipotetica si colloca intorno al 1800-1700 a.C.


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La politica economica del fascismo: commercio e industria

Benito Mussolini
Anche nell’era repubblicana, l’Italia mantiene i caratteri economici del periodo fascista, ovvero un’economia mista, in cui la produzione privata è strettamente unita a quella statale e caratterizzata dall’assistenzialismo, con bassi salari e provvedimenti in difesa del lavoro. Alla fine della prima guerra mondiale l’Italia si era distinta per un forte squilibrio industriale: molti settori erano stati sacrificati all’industria bellica, in particolare quello dei beni di consumo; altri, legati all’economia del momento si erano fortemente dilatati, come quello dell’abbigliamento miliare e dei loro accessori. Queste industrie vennero chiamate ‘pescecani di guerre” per il carattere predatorio dei loro profitti.
Lo squilibrio sociale era molto forte: le famiglie contadine avevano abbandonato le campagne perché gli uomini erano al fronte e le donne era costrette a trovare lavoro nelle fabbriche in città. All’abbandono delle campagne segue un ampio processo di urbanizzazione a cui, in concomitanza col “biennio rosso” di occupazione nell’immediato dopoguerra, segue un periodo di forte tensione sociale. 
Il governo gestisce con grosse difficoltà questa situazione: minacce di confisca per gli industriali che avevano avuto grossi profitti durante a guerra, creando un clima di forte insicurezza all’interno della proprietà. Le industrie che avevano aumentato la produzione per le necessità belliche non riescono più a smerciare la loro produzione e quindi minacciano un crollo che avrebbe trascinato nel baratro anche le banche che le finanziavano. Anche i piccoli risparmiatori esprimono sfiducia nel governo che rischia di non avere più il sostegno della piccola borghesia. Sostegno già messo in discussione dall’alta borghesia agraria che avverte un pericolo nelle continue rivendicazioni salariali dei lavoratori
Nel biennio 1921/1922 la situazione sembra un poco migliorare: la guerra è ormai alle spalle, diminuisce a tensione sociale, cessa l’occupazione nelle fabbriche. Si registra anche una ripresa del commercio internazionale. In Italia si afferma sempre più il fascismo, che è ben visto all’estero (migliora il rapporto di cambio a favore della lira, indice di fiducia nel governo). 
Una volta al potere, il programma del fascismo non è molto chiaro fin dall’inizio: promesse di miglioramento sociale e previdenza a favore dei lavoratori in contrapposizione con tendenze fortemente autoritariste. La prima fase della politica economica fascista è liberista, o pseudo-liberista, ovvero si pongono limiti all’iniziativa privata, in particolare dei lavoratori privati. Viene contentuto il potere contrattuale del lavoratori, riducendo la possibilità di associarsi e contrattare il salario, si privatizzano industrie che prima erano statali, come le compagnie di assicurazione sulla vita e l’azienda dei telefoni. Viene bloccata la distribuzione delle terre promessa durante la guerra e viene stretta la morsa fiscale sui redditi bassi con l’abolizione dell’imposta progressiva sul reddito.
Ma come accolgono queste misure i diversi ceti sociali? I grandi proprietari terrieri sono favorevoli al fascismo (alcuni di essi finanziano le “squadre”). Gli industriali, invece, non vedono con grande favore i disordini provocati dalle squadre di picchiatori nelle fabbriche. In risposta all’opposizione degli industriali segue nel 1924 l’assassinio di Giacomo Matteotti, che fa sorgere il dubbio alla Confindustria se il fascismo sia la scelta migliore. Viene chiesto a gran voce un ridimensionamento della violenza, ma gli industriali si accorgono ben presto che i benefici dati dal regime sono superiori al rischio delle tensioni sociali. Gli industriali si accontentano di una promessa di normalizzazione: nel 1924 Mussolini promette di controllare le squadre fasciste.

Composizione dei Libri

Storia del popolo ebraico
(dalle origini alla costituzione dello stato di Israele)
Capitolo 8 

TORAH o PENTATEUCO
Composizione: redazione definitiva indicativamente in Giudea nel V secolo a.C. su fonti precedenti parzialmente redatte durante l’esilio di Babilonia (587-539 a.C.)
Genesi (Gn o Gen)
Lingua: ebraico. Capitoli: 50. Versetti: 1533. Periodo descritto: 1800-1700 a.C. (?). Contenuto: capitoli 1-11: “preistoria biblica” (creazione, peccato originale, diluvio universale); capitoli 12-24: storia di Abramo; capitoli 25-36: storia di Isacco e Giacobbe-Israele; capitoli 37-50: storia di Giuseppe.
Esodo (Es)
Lingua: ebraico. Captoli: 40. Versetti: 1213. Periodo descritto: 1300-1200 a.C. (?). Contenuto: capitoli 1-14: soggiorno degli Ebrei in Egitto, schiavitù, liberazione tramite Mosè (esodo); capitoli 15-40: soggiorno nel deserto del Sinai.
Levitico (Lv)
Lingua: ebraico. Capitoli: 27. Versetti: 859. Contenuto: insieme di leggi religiose e sociali. I Leviti erano membri della tribù di Israele di Levi. A essi era affidato il compito di sorvegliare il tabernacolo e il Tempio, perché durante la permanenza in Egitto avevano mantenuto fede alla religione dei loro Padri e non avevano adorato il vitello d’oro nel deserto. Lo stesso Mosè era della tribù di Levi. Durante l’esilio a Babilonia si rifiutarono di cantare “il canto del signore” in terra straniera e si tagliarono i pollici per non essere costretti a suonare durante le cerimonie idolatre della corte babilonese. Faceva parte dei Leviti la linea sacerdotale di Aronne, i cui membri erano detti cohanim, che si occupava dei sacrifici rituali; gli altri avevano il compito di cantare, suonare e assistere. I Leviti sono descritti come i guardiani di Dio, ovvero il suo esercito personale. Essi trasportavano scalzi l’Arca dell’Alleanza. Non ottennero nessuna parte della terra di Israele, perché servire Dio era la loro eredità. Le città levitiche erano sparse per tutta Israele. La loro sussistenza era legata alle decime che versava loro il popolo.
Numeri (Nm)
Lingua: ebraico. Capitoli: 36. Versetti: 1288. Periodo descritto: attorno al 1200 a.C. (?). Contenuto: storia di Israele nel deserto.
Deuteronomio (Dt)
Lingua: ebraico. Capitoli: 34. Versetti: 959. Periodo descritto: attorno al 1200 a.C. (?). Contenuto: storia di Israele nel deserto e varie leggi religiose e sociali.

PROFETI ANTERIORI o LIBRI STORICI
Composizione: indicativamente redatti definitivamente in Giudea nel V secolo a.C. su fonti precedenti parzialmente redatte durante l’esilio a Babilonia, in particolare la fonte deuteronimista parzialmente redatta nel VII-VI a.C.
Giosuè (Gs)
Lingua: ebraico. Capitoli: 24. Versetti: 658. Periodo descritto: circa 1200-1150 a.C. (?). Contenuto: storia della conquista della terra di Canaan (Palestina) da parte delle dodici tribù guidate da Giosuè.
Giudici (Gdc)
Lingua: ebraico. Capitoli: 21. Versetti: 618. Periodo descritto: circa 1150-1050 a.C. (?). Contenuto: storia delle dodici tribù in Canaan e dei Giudici, carismatici capi militari occasionali.
1 Samuele (1Sam)
Lingua: ebraico. Capitoli: 31. Versetti: 810. Periodo descritto: circa 1100-1010 a.C. (?). Contenuto: ministero profetico di Samuele; Regno di Saul; gioventù di Davide.
2 Samuele (2Sam)
Lingua: ebraico. Capitoli: 24. Versetti: 695. Peridoo descritto: circa 1010-970 a.C. (?). Contenuto: Regno di Davide.
1 Re (1Re)
Lingua: ebraico. Capitoli: 22. Versetti: 816. Periodo descritto: circa 970-850 a.C. Contenuto: morte di Davide; Salomone; scissione del Regno di Israele dal Regno di Giuda; ministero del profeta Elia (nel nord); vari re di Israele e Giuda.
2 Re (2Re)
Lingua: ebraico. Capitoli: 25. Versetti: 719. Periodo descritto: circa 850-587 a.C. Contenuto: ministeri dei profeti Eliseo (nel nord) e Isaia (nel sud); vari re di Israele e Guida; distruzione e deportazione del regno di Israele e del Regno di Giuda.

PROFETI POSTERIORI: PROFETI MAGGIORI
Isaia (Is)
Composizione: redazione definitiva in Giudea nel V secolo a.C. di oracoli precedenti di diversa datazione proferiti in Giudea. “Proto-Isaia” circa 740-700 a.C.; “Deutero-Isaia” 550-539 a.C.; “Trito-Isaia” 537-520 a.C. Lingua: ebraico. Capitoli: 66. Versetti: 1292. Contenuto: capitoli 1-39 - Proto-Isaia: fiducia in Dio, trascendente e fedele; capitoli 40-55 - Deutero-Isaia: esortazione al Popolo oppresso; il “Servo di YHWH”; capitoli 56-66 - Trito-Isaia: contro l’idolatria; conversione delle nazioni pagane.
Geremia (Ger)
Composizione: redazione definitiva in Giudea nel V secolo a.C. di oracoli precedenti datati tra il 626-586 a.C. circa, proferiti nel Regno di Giuda. Lingua: ebraico, con un solo versetto (10,11) in aramaico. Capitoli: 52. Versetti: 1364. Contenuto: oracoli esortanti alla sottomissione a Babilonia.
Ezechiele (Ez)
Composizione: redazione definitiva in Giudea nel V secolo a.C. di oracoli precedenti datati tra il 592-571 a.C. circa, proferiti nel Regno di Giuda e nell’Esilio di Babilonia. Lingua: ebraico. Capitoli: 48. Versetti: 1273. Contenuto: Dio è sempre con il suo popolo anche se questo è in esilio a Babilonia, alla fine Israele sarà vittorioso e Gerusalemme e il Tempio saranno ricostruiti.

PROFETI POSTERIORI: PROFETI MINORI O DODICI
Osea (Os)
Redazione: nel Regno di Israele, circa 750-725 a.C. Lingua: ebraico. Capitoli: 14. Versetti: 197. Contenuto: amore di Dio per Israele, che però è infedele con l’idolatria. Annuncio del castigo per Efraim-Samaria (conquista assira).
Gioele (Gl)
Redazione: nel Regno di Giuda, circa fine VII-inizio VI secolo a.C. (?). Lingua: ebraico. Capitoli: 3. Versetti: 73? Contenuto: calamità su Giuda, giorno del Signore, sconfitta dei nemici, salvezza di Guida.
Amos (Am)
Compostone: nel Regno di Giuda, circa 775-750 a.C. Lingua: ebraico. Capitoli: 9. Versetti: 146. Contenuto: invito alla preghiera, minaccia di castighi, esortazione alla speranza.
Abdia (Abd)
Composizione: Regno di Giuda, poco dopo il 587 a.C. Lingua: ebraico. Capitoli: 1. Versetti: 21. Contenuto: oracoli contro Edom, rivincita finale degli Israeliti.
Giona (Gio)
Redazione definitiva in Giudea, dopo l’esilio di Babilonia (circa 530-500 a.C.). Lingua: ebraico. Capitoli: 4. Versetti: 48. Periodo descritto: ambientato nell’VIII secolo a.C. Contenuto: predicazione di Giona a Ninive, invito alla conversione per tutti i popoli, non solo gli Ebrei.
Michea (Mic)
Composizione: Regno di Giuda, 750-697 a.C. circa, oppure 725-680 a.C. circa. Lingua: ebraico. Capitoli: 7. Versetti: 105. Contenuto: esortazione contro ingiustizia sociale, idolatria, annuncio di castigo, speranza messianica.
Naum (Na)
Composizione: Regno di Giuda, in un periodo imprecisato fra il  663 e il 612 a.C. Lingua: ebraico. Capitoli: 3. Versetti: 47. Contenuto: profetizza la conquista e la distruzione di Ninive, capitale degli Assiri, minaccia degli Ebrei.
Abacuc (Ab)
Composizione: regno di Giuda, fine VII-inizio VI secolo a.C. Lingua: ebraico. Capitoli: 3. Versetti: 56. Contenuto: esortazione alla fedeltà a Dio nonostante le avversità.
Sofonia (Sof)
Composizione: Regno di Giuda, tra il 630-609 a.C. circa. Lingua: ebraico. Capitoli: 3. Versetti: 53. Contenuto: esortazione agli Ebrei, giudizio delle nazioni, promessa di restaurazione.
Aggeo (Ag)
Composizione in Giudea nel 520 a.C. Lingua: ebraico. Capitoli: 2. Versetti: 38. Contenuto: esortazione a ricostruire il Tempio di Gerusalemme, speranza messianica.
Zaccaria (Zac)
Proto-Zaccaria”: oracoli proferiti in Giudea nel 520-518 a.C. “Deutero-Zaccaria”: redazione in Giudea circa 330-300 a.C. o II secolo a.C. Lingua: ebraico. Capitoli: 14. Versetti: 211. Contenuto: capitoli 1-8 “Proto-Zaccaria”: esortazione alla ricostruzione del Tempio di Gerusalemme, governo ideale sacerdotale e principe, speranza messianica (in Zorobabele); capitoli 9-14 “Deutero-Zaccaria”: esaltazione del re-messia, il sacrificio di un trafitto dal quale deriva salvezza (riferito all’uccisione di Onia III o Simone Maccebeo).
Malachia (Mal)
Composione in Giudea, circa 480-460 a.C. Lingua: ebraico. Capitoli: 4. Versetti: 55. Contenuto: esortazione al culto di Dio, contro l’infedeltà.

SCRITTI
Salmi (Sal)
Composizione estremamente variegata, redatta definitivamente in Giudea, forse alla fine del III secolo a.C. Lingua: ebraico. Capitoli: 150. Versetti: 2461. Contenuto: 150 salmi (o inni) di vario genere: lodi, suppliche, meditazioni sapienziali.
Proverbi (Pr)
Composizione definitiva in Giudea nel V secolo a.C. di materiale risalente all’XI-X secolo a.C. Lingua: ebraico. Capitoli: 31. Versetti: 915. Contenuto: vari proverbi e detti sapienziali.
Giobbe (Gb)
Composizione: poetica sapienziale risalente all’XI-X secolo a.C., con redazione definitiva (prologo ed epilogo) in Giudea verso il 575 a.C. Lingua: ebraico. Capitoli: 42. Versetti: 1070. Contenuto: meditazione circa il perché Dio permette il male all’uomo giusto. Nucleo poetico antico: Dio è troppo distante dall’uomo perché questi possa capirlo e giudicarlo, speranza di un “redentore” che riscatterà il male. Epilogo tardivo: Dio retribuisce in terra il male subíto dal giusto.
Cantico dei cantici (Ct)
Redazione definitiva in Giudea nel V secolo o III secolo a.C. con qualche testo più antico (forse X secolo a.C.). Lingua: ebraico. Capitoli: 8. Versetti: 117. Contenuto: poemi in forma dialogica tra un uomo (anonimo)  e una donna (“Sulammita”).
Libro di Rut (Rt)
Composizione in Giudea, V secolo a.C. Lingua: ebraico. Capitoli: 4. Versetti: 85. Periodo descritto: ambientato nell’XI secolo a.C. Contenuto: romanzo descrivente la vita di Rut, non ebrea, modello di pietà e nonna del futuro Re Davide.
Lamentazioni (Lm)
Composizione in Giudea, poco dopo la distruzione di Gerusalemme (587 a.C.). Lingua: ebraico. Capitoli: 5. Versetti: 154. Contenuto: inni poetici descriventi la desolazione di Gerusalemme distrutta, castigo per i peccatori.
Qoelet o Ecclesiaste (Qo o Ecc)
Composizione in Giudea, III secolo a.C. Lingua: ebraico. Capitoli: 12. Versetti: 222. Contenuto: considerazioni pessimiste sulla vita.
Ester (Est)
Composizione in Mesopotamia (forse Babilonia), fine II secolo a.C. Lingua: ebraico e aggiunte in greco. Capitoli: 10. Versetti: 167. Periodo descritto: ambientato nel 485 a.C. (o 464 a.C.). Contenuto: l’ebrea Ester, figlia di Mardocheo, diventa moglie del re persiano Assuero e salva il popolo ebraico dai complotti del malvagio Aman.
Daniele (Dan)
Composizione in Giudea, attorno al 164 a.C. Lingua: ebraico e aramaico (2,4 -7,28), aggiunte in greco. Capitoli: 12. Versetti: 357. Periodo descritto: ambientato nell’esilio a Babilonia (587-538 a.C.). Contenuto: vicende del saggio ebreo Daniele che rimane fedele a Dio, visioni apocalittiche preannuncianti il Figlio dell’Uomo/Messia e il Regno di Dio
Esdra (Esd)
Composizione in Giudea, fine IV-metà III secolo a.C. Lingua: ebraico e aramaico (4,8-6,18-7,12-26). Capitoli: 10. Versetti: 280. Periodo descritto: capitoli 1-6: 538-515 a.C.; capitoli 7-10: dal 398 a.C. (?). Contenuto: capitoli 1-6: ritorno dall’esilio di Babilonia, ricostruzione del Tempio; capitoli 7-10: attività riformatrice di Esdra a Gerusalemme, riforma religiosa.
Neemia (Ne)
Composizione in Giudea, fine IV-metà III secolo a.C. Lingua: ebraico. Capitoli: 13. Versetti: 406. Periodo descritto: 445-432 a.C. Contenuto: attività riformatrice di Neemia a Gerusalemme, ricostruzione delle mura.
1 Cronache (1Cr)
Composizione in Giudea, tra il 330-250 a.C. Lingua: ebraico. Capitoli: 29. Versetti: 942. Periodo descritto: dalla creazione alla mor rte di Davide, 970 a.C. circa. Contenuto: capitoli 1-9: genealogia da Adamo a Davide; capitoli 10-29: regno di Davide.
2 Cronache (2Cr)
Redazione: in Giudea, tra il 330-250 a.C. Lingua: ebraico. Capitoli: 36. Versetti: 822. Periodo descritto: dal 970 circa al 538 a.C. Contenuto: capitoli 1-9: regno di Salomone; capitoli 10-36: regno di Giuda, distruzione, esilio, ritorno.

DEUTEROCANONICI
Ester (Est)
Redazione: in Egitto (forse Alessabdria), circa 114-113 a.C. (o 48-47 a.C). Lingua: greco. Capitoli: 10. Versetti: 260. Periodo descritto: ambientato nel 485 a.C. (o 464 a.C.) Contenuto: come il libro di Ester ebraico con alcune aggiunte di carattere meraviglioso-miracoloso.
Giuditta (Gdt)
Redazione: Giudea, fine II secolo a.C. (testo ebraico di metà II secolo a.C.). Lingua: greco (su proto-testo ebraico perduto). Capitoli: 16. Versetti: 340. Periodo descritto: ambientato al tempo di Nabucodonosor; “re degli Assiri” (605-562 a.C.). Contenuto: la città giudea di Betulla è sotto assedio da parte di Oloferne, generale assiro, e viene liberata grazie all’ebrea Giuditta.
Tobia (Tb)
Composizione in Giudea, circa 200 a.C. Lingua: greco (su proto testo aramaico perduto). Capitoli: 14. Versetti: 249. Periodo descritto: ambientato nell’VIII-VII secolo a.C. Contenuto: Tobi, un pio ebreo deportato dagli Assiri, diventa cieco. Il figlio Tobia compie un viaggio e lo guarisce con l’aiuto di Raffaele.
1 Maccebei (1Mac)
Composizione in Giudea, circa 100 a.C. Lingua: greco (su proto-testo ebraico perduto). Capitoli: 16. Periodo descritto: dal 332 a.C. al 134 a.C. Contenuto: descrive la lotta per l’indipendenza della Giudea dei fratelli Maccabei (Giuda, Gionata, Simone) contro i re Seleucidi.
2 Maccebei (2Mac)
Composizione: riassunto composto poco dopo al 124 a.C., forse ad Alessandria d’Egitto di un’opera di Giasone di Cirene, di poco dopo il 160 a.C. Lingua: greco. Capitoli: 15. Periodo descritto: dal 180 a.C. al 161 a.C. Contenuto: descrive la lotta per l’indipendenza della Giudea di Giuda Maccabeo contro i re Seleucidi.
Sapienza (Sap)
Composizione ad Alessandria d’Egitto, circa 50 a.C. Lingua: greco. Capitoli: 19. Contenuto: esaltazione della sapienza divina personificata.
Siracide (Sir)
Redazione: composto in ebraico, circa nel 180 a.C. a Gerusalemme da “Giosuè figlio di Sirach”, tradotto in greco dal nipote poco dopo il 132 a.C. Lingua: greco (su proto-testo ebraico perduto e poi in parte ritrovato). Capitoli: 51. Contenuto: sintesi della religione tradizionale e della sapienza comune.
Baruc (Bar)
Composizione: capitoli 1,1-3,8: forse Antiochia, forse poco dopo il 164 a.C.; capitoli 3,9-4,4: II secolo a.C.; capitoli 4,5-5,9: seconda metà II secolo a.C. Lingua: greco. Capitoli: 5. Periodo descritto: incipit pseudoepigrafo ambientato nel 582 a.C. Contenuto: 1,1-14: introduzione storica pseudoepigrafa; 1,15-3,8: preghiera penitenziale; 3,9-4,4: meditazione sulla sapienza; 4,5-5,9: esortazione e consolazione di Gerusalemme.
Lettera di Geremia (Let-ger o Bar 6)
Composizione in Giudea, fine II secolo a.C. Lingua: greco. Capitoli: 51. Versetti: 72. Contenuto: contro l’idolatria.
Aggiunte a Daniele
Composizione ad Alessandria, metà del II secolo a.C. Lingua: greco (forse su prototesto ebraico perduto). Contenuto: 3: preghiera di Azaria e Cantico dei tre giovani nella fornace; 13: storia di Susanna; 14: Bel e il drago.


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Elenco dei Libri

Storia del popolo ebraico
(dalle origini alla costituzione dello stato di Israele)
Capitolo 7 

Canonici per Ebrei, Cattolici, Ortodossi, Protestanti
Torah o Pentateuco: Genesi, Esodo, Levitico, Numeri, Deuteronomio
Pofeti anteriori o Libri storici: Giosuè, Giudici, I e II Samuele, I e II Re
Profeti posteriori. Profeti maggiori: Isaia, Geremia, Ezechiele). Profeti minori o Dodici: Osea, Gioele, Amos, Abdia, Giona, Michea, Naum, Abacuc, Sofonia, Aggeo, Zaccaria, Malachia
Scritti: Salmi, Proverbi, Giobbe (Meghillot: Rut, cantico dei cantici, Qoelet o Ecclesiaste, Lamentazioni, Ester, Daniele, Esdra, Neemia, I e II Cronache

Canonici per cattolici e ortodossi, non canonici per Ebrei; i protestanti li definiscono apocrifi perché presenti nel canone cristiano ma non in quello ebraico
Deuterocanonici: Tobia, Giuditta, I Maccabei, II Maccabei, Sapienza (di Salomone), Siracide (o Sapienza di Sirach, o Ecclesiastico), Baruc, Lettera di Geremia (o Baruc c.6), Aggiunte a Daniele (Preghiera di Azaria o Cantico dei tre giovani nella fornace, Storia di Susanna, Bel e il drago), Aggiunte a Ester

Canonici per soli ortodossi
- I Esdra (o Esdra greco), III Maccabei, IV Maccabei (in appendice), Odi, Preghiera di Manasse (o Odi c.12), Salmo 151

Canonici per soli copti
- Giubilei, Enoch

Canonici per soli siriaci (Peshitta)
- Salmi 152-155, II Baruc


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I libri dell’Antico Testamento e i diversi canoni

Storia del popolo ebraico
(dalle origini alla costituzione dello stato di Israele)
Capitolo 6 

L’elenco dei testi ritenuti ispirati da Dio e quindi sacri e normativi per una determinata comunità di credenti in materia di fede e morale sono: Canone ebraico, Canone samaritano, Canone ortodosso, Canone cattolico, Canone protestante, Canone copto, Canone siriaco.
Canone cattolico o canone alessandrino. I libri della Bibbia abbracciano circa duemila anni di storia. Durante questo periodo grandi imperi si succedettero sulla scena del vicino oriente e l’ebraico e l’aramaico caddero in disuso e furono sostituiti dal greco. Attorno al 250 a.C., quando molti Ebrei ormai non conoscevano più la lingua della loro antica religione, si decise di tradurre le Sacre Scritture in lingua greca. Vuole la tradizione che la traduzione fosse commissionata da Tolomeo II (282-246 a.C.), erede di Alessandro Magno, che governò l’Egitto dopo il Macedone. Per questa traduzione furono usati manoscritti della famosa biblioteca di Alessandria e che provenivano direttamente da Gerusalemme. Secondo la leggenda, la traduzione fu affidata a settantadue saggi, che seppur lavorando separatamente, ottennero lo stesso risultato in settantadue giorni. Il numero, arrotondato, dà così il nome alla versione dei Settanta (Septuaginita, in latino; O’ in greco). Al di là della leggenda di Tolomeo e dei Settanta, gli studiosi moderni concordano nel dire che la traduzione fu iniziata perché la vasta comunità ebraica che viveva in Egitto e nelle altre regioni del mondo ellenistico aveva difficoltà a capire l’antica lingua ormai in disuso. La Chiesa cattolica e ortodossa seguono questo canone alessandrino. I sette libri contenuti in più nella versione dei Settanta sono chiamati deuterocanonici e vengono inclusi nelle Bibbie moderne fra gli apocrifi (dal greco: nascosti).
Canone ebraico. Sette dei libri dei Settanta non furono considerati sacri (ovvero ispirati direttamente da Dio) dai rabbini ebraici che stabilirono il loro canone ufficiale (la Tanakh, acronimo formato con le parole ebraiche iniziali che designano rispettivamente la Torah, Legge o Insegnamenti; i Nevi’im, i Profeti, e i Kethvim, gli Scritti).
Canone protestante.Le comunità ecclesiali scaturite dalla riforma protestante del XVI secolo hanno ripreso ad usare, in opposizione al cattolicesimo, il canone che si è consolidato a partire dal II secolo nella corrente spirituale ebraica dei Farisei, unica superstite dopo la ribellione ai romani (prima guerra giudaica) culminata con la distruzione di Gerusalemme nel 70 d.c. e dalla quale ha avuto origine l’ebraismo moderno. Ecco perché l’Antico Testamento nella Bibbia protestante è identico a quello della Bibbia ebraica, eccetto che per l’ordine e la numerazione di alcuni libri.
Altri canoni. Le chiese ortodosse e orientali riconoscono come sacri un numero di libri ancora maggiore.
La traduzione in latino. Quando il latino, la lingua ufficiale dell’impero romano, sostituì il greco come lingua comune del mondo occidentale, cominciarono a circolare traduzioni in latino di parti delle Sacre Scritture, anche in conseguenza del fatto che il cristianesimo aveva cessato di essere una religione fuorilegge per effetto dell’editto di tolleranza emanato dall’imperatore Costantino nel 313 d.C.
La versione latina ufficiale di deve però a un sacerdote, Girolamo, che a partire dal 382 d.C. traspose in latino sia le Antiche Scritture sia il Nuovo Testamento. Girolamo lavorò alla traduzione  operando per vent’anni a Betlemme, nella città natale di Gesù. Anziché basarsi sulla traduzione greca dei Settanta, utilizzò i testi ebraici e aramaici originali. L’opera venne completata nel 405 d.C. ed è nota come Versio vulgata, o Vulgata. Girolamo mantenne nella traduzione il nome di Gesù, così come i traduttori greci del I secolo del Nuovo Testamento avevano tradotto la parola ebraica Joshua.
I masoreti. Quasi contemporaneamente alla stesura della Vulgata, una scuola di biblisti Ebrei attivi nel Medioevo tra il 500 e il 1000 d.C., i masoreti, aggiunsero ai testi delle Antiche Scritture le vocali mancanti e gli accenti. Tuttavia anche le copie integrali più antiche del testo masoretico (il codice di Leningrado e quello di Aleppo) risalgono solamente all’anno 1000 d.C.
Le traduzioni nelle lingue moderne. Fu a seguito della riforma protestante che le Sacre Scritture vennero tradotte dall’ebraico, greco e latino dalle lingue usate dal popolo, prime il tedesco e l’inglese.

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