venerdì 30 dicembre 2011

Alla ricerca del tempo perduto: i contenuti dell’opera di Proust

Emile Blanche,
Portrait de Marcel Proust
Scritta durante il periodo del peggioramento della polmonite (che lo porterà alla morte a soli 51 anni), la “Recherche” di Marcel Proust è l’opera di un uomo che ormai ha conosciuto il legame tra la malattia e la morte. I racconti sono una molteplicità di ricordi in cui la successione cronologica lascia lo spazio all’affluire degli avvenimenti così come si presentano alla memoria dell’autore, in quella casualità di associazioni e collegamenti degli avvenimenti che costituisce la memoria involontaria, una cronaca del pensiero, della vita interiore e dell’introspezione.
La “Recherche” è la storia di un uomo che, dopo aver sognato da ragazzo il mondo dei grandi (anche nel senso del sogno dell’alta borghesia, della nobiltà), vi entra, lo conosce e infine ne prova soltanto un cortese e sereno disprezzo, che non si manifesta mai apertamente. Si assiste all’evoluzione continua e incessante di un vastissimo numero di personaggi schiavi della loro natura e dunque pieni di contraddizioni.  L’abbondanza della similitudine nella narrativa proustiana è l’ovvia espressione della sensibilità, ma questa non può articolarsi in continui paragoni a oggetti e concetti più o meno simili. Anche la metafora è chiaramente alla base della narrativa di Proust secondo la quale si esprime, sulla base di una similitudine, una cosa diversa da quella nominata. Nella “Recherche” si possono distinguere diversi filoni di contenuto, saldamente intrecciati fra di loro.
Intelligenza e sensibilità. Le grandi rivelazioni non avvengono per via di ragionamento, ma con l’abbandono a un travolgente sommovimento interiore provocato da senz’azioni che ne richiamano altre, provate in un passato anche molto lontano che spazza via distanze fittizie di spazio e di tempo. L’intelligenza organizza queste scoperte ma non è all’origine delle stesse.
Sonno e sogni. Questo tema ricorre in ogni sezione del romanzo. Per lo stesso autore con i sogni l’uomo “tiene intorno a sé il cerchio, il filo delle ore”. Il sonno è studiato nelle sue varietà, nel suo potere di spogliarci dalla nostra personalità, dalla nostra maschera (si veda anche l’opera di Freud).
Segni. I fenomeni della memoria involontaria forniscono degli stimoli, tuttavia solo una tensione interiore ci conduce allo stato di grazia per coglierli (vedi il passaggio dei “biancospini”).
Musica. La musica ha un posto di primo piano proprio perché ha la virtù di evocare sensazioni, impressioni. La musica avvolge l’ascoltatore in un’atmosfera magica, sia quando lo trasporta in una dimensione particolare, lontanissimo dalla realtà, sia quando lo riporta a un periodo felice della sua vita.
Pittura. È un altro tema importantissimo, Proust stesso paragona alcuni suoi personaggi a figure di celebri dipinti (non è un caso il collegamento all’impressionismo di Manet).
Omosessualità. È un aspetto presente in tutti i personaggi della “Recherche” che dona loro un carattere inafferrabile, gassoso, caleidoscopico ed enigmatico.
Borghesia/aristocrazia. Sono le due classi descritte nelle vicende dell’opera, in tutte la loro evoluzione. Il proletariato è visto unicamente in loro funzione, al loro servizio.
Amore/gelosia. In Proust l’amore è un’idea fissa, praticamente “una malattia incurabile”. Inutile cercare nell’amore una legge di casualità, illusorio è l’atto del possesso fisico, impossibile la conoscenza dell’essere amato. In tutt’altro senso l’amore sommuove la superficie dell’anima che altrimenti rischierebbe di diventare stagnante. Ugualmente il tormento della gelosia (sentimento inseparabile dall’amore che ha una vitalità indipendente, egoistica, vorace) arricchisce l’individuo e risveglia in lui la “passione della verità”. L’insicurezza è l’unico fuoco che alimenta la passione.

mercoledì 28 dicembre 2011

Benedizione di Isacco a Giacobbe (paternità incerta)

La paternità dell’affresco, insieme a quello di “Esaù viene respinto da Isacco”,  è molto dibattuta: alcuni studiosi lo addebitano a Giotto, altri al Maestro di Isacco o a un artista della cerchia di Arnolfo di Cambio. L’affresco, molto rovinato, ritrae la scena biblica dell’inganno di Giacobbe, figlio di Isacco. Fin dalla nascita Giacobbe soffriva per la manifesta predilezione del padre verso il gemello Esaù, a cui aveva già sottratto astutamente il diritto di primogenitura. Prediletto dalla madre Rebecca, viene da lei spronato a raggirare il padre, ormai cieco, per ottenere la sua benedizione, momento appunto rappresentato nell’affresco. La scena è ambientata in una stanza: in primo piano l’ormai vecchio Isacco è disteso su un grande letto di legno contornato da drappeggi rossi. Una figura alle sue spalle, probabilmente una serva, lo aiuta a sorreggersi. Scostando uno dei drappeggi sul fondo appaiono Rebecca e Giacobbe. Per simulare la villosità di Esaù, Rebecca ha coperto la pelle di Giacobbe con vello di capretto e inoltre ha travestito il figlio prediletto con gli abiti del fratello gemello. Giacobbe porta al vecchio patriarca un piatto di cibo tenuto con la mano sinistra e porge la destra per ottenere la benedizione di solito riservata al figlio primogenito. Abiti e arredi hanno tutti un’eleganza classica e i volti delle figure umane hanno i classici lineamenti degli antichi romani. Le luci e i colori sono delicati, con prevalenza del giallo oro e rosso tenue.
Assisi, Basilica superiore di San Francesco, affresco cm. 300x300, 1291-1295.

mercoledì 21 dicembre 2011

Don Natale: l'applicazione Facebook di Sky per i tuoi auguri spettacolari

Realizza il tuo video con Sky Cinema HD e manda i tuoi auguri di Natale personalizzati!
Quest'anno sorprendi tutti i tuoi amici: per fare gli auguri di Natale realizza un video! Fra le tantissime applicazioni per Facebook ora ce n'è una davvero particolare, che ti permetterà di inviare in modo speciale e spettacolare gli auguri di Natale ai tuoi amici. Accedendo al sito Don Natale (www.don-natale.it) hai la possibilità di creare un video personalizzato in base al tuo profilo e alle caratteristiche delle persone con cui sei in contatto. L'applicazione per Facebook è stata sviluppata in collaborazione don Sky ed è totalmente sicura. 

Una volta che hai creato il tuo video in perfetto stile cinematografico puoi condividerlo sulla bacheca degli amici e nei vari social network, oppure pubblicarlo su youtube o spedirlo per email. Partecipare a questa simpatica iniziativa è molto semplice: basta andare sul sito www.don-natale.it e permettere all'applicazione di connettersi all'account Facebook (le informazioni non saranno utilizzate in alcun modo). A questo punto ti comparirà la lista degli amici e potrai sceglierete quale sarà il destinatario del video. Seguendo le istruzioni, con pochi passaggi puoi affidare il tuo messaggio di auguri al simpaticissimo Don Natale, un Babbo Natale ispirato ai personaggi hollywoodiani dei film sulla mafia. Naturalmente puoi creare quanti video vuoi e mandarli a tutti i tuoi amici.
L'applicazione si baserà sulle informazioni presenti nel tuo profilo e in quello dell'amico destinatario del messaggio, creando così video diversi per ogni persona a cui vuoi augurare Buone Feste. Utilizza l'applicazione Don Natale e manda a tutti degli auguri veramente tecnologici!


Storia o leggenda: William Shakespeare

William Shakespeare
La recente uscita del film di Roland Emmerich, Anonymous, ha riportato l’attenzione sulla controversia dell’attribuzione delle opere di William Shakespeare, riscoprendo la tesi che le opere del drammaturgo inglese siano state in realtà scritte da Edward de Vere, conte di Oxford, per il quale sarebbe stato disdicevole scrivere commedie per teatro. Edward de Vere avrebbe quindi pagato un attore che, con lo pseudonimo di Shakespeare, avrebbe provveduto a mettere in scena i suoi scritti.
Ma sul più celebrato scrittore teatrale di tutti i tempi si è ipotizzato addirittura che non sia neanche mai esistito. Dello scrittore inglese, infatti, per molto tempo si è saputo poco e il suo vero volto non è conosciuto. Le poche notizie bibliografiche disponibili lo vedono nascere nella cittadina di Stratford-upon-Avon, probabilmente il 23 aprile del 1616, da una famiglia modesta (il padre era un conciatore). È presumibile che il suo percorso scolastico sia stato centrato sullo studio del latino e dei classici, poiché nell’Inghilterra elisabettiana i programmi di scuola erano imposti per legge. Ma le opere a lui attribuite presuppongono conoscenze precise e approfondite di materie quali la politica, la legge, la scienza e la geografia. Difficile pensare che un uomo che non viaggiò mai per il mondo (non lasciò mai l’Inghilterra) possa avere scritto capolavori del calibro di Amleto, Giulietta e Romeo, Otello e Macbeth. Già alla fine del 1700 si cominciò a pensare che Shakespeare fosse lo pseudonimo di qualche letterato importante. I primi sospetti caddero su sir Francis Bacon, filofoso e uomo di stato che avrebbe scritto sotto pseudonimo per non compromettersi. In seguito si ipotizzarono altre identità: da Christofer Marlowe, autore teatrale dell’epoca, a Ben Jonson, un altro drammaturgo contemporaneo a Shakespeare. La ricerca della vera identità dello scrittore inglese ga portato anche a nomi femminili quali la contessa di Pombroke, Mary Sidney, e la stessa regina Elisabetta I. Ma il conte di Oxford, Edward de Vere, rimane comunque il candidato più accreditato, motivato dalla necessità di celare sotto altro nome i piccanti scandali politici e amorosi della corte elisabettiana cui fanno riferimento gli scritti shakesperiani. A smontare il castello di ipotesi sono stati i numerosi documenti emersi negli anni successivi che attestano la vita e l’opera del drammaturgo inglese, tanto che al giorno d’oggi su Shakespeare si conosce di più che su qualunque altro autore suo contemporaneo.

Il linguaggio di Kafka: l’angoscia e l’esilio dalla verità

Franz Kafka
L’opera di Franz Kafka è piena di contenuti filosofici: la critica lo pone in differenti correnti letterarie, dal modernismo al realismo magico; a volte è anche visto come interprete dell’esistenzialismo.
Nel linguaggio kafkiano, l’uso della parabola e della similitudine risponde a esigenze particolari. La parabola deve diventare un atto creativo ed evocativo ed è chiaro come l’allegoria risponde a questa intenzione e si carichi di una magia che ha lo scopo di catturare la verità e quindi acquista un potere quasi cabalistico. Anche la similitudine viene vista come “l’unica forma di verità concessa all’uomo”, che rimane con un grado di libertà abbastanza limitato. Essa ci dimostra che il mondo non è conoscibile né rappresentabile. Nella similitudine l’uomo vive la verità senza conoscerla veramente: è l’espressione dell’esilio dell’uomo dalla verità inevitabile e invalicabile.
Kafka non consce l’amore; lui stesso di proclama incapace di amare. D’altra parte, tutto l’ambiente che lo circonda è privo di amore e anche di qualsiasi forma di sentimento, come pietà o compassione. In tutti i suoi racconti ogni rapporto che, in partenza, può essere d’amore diventa di indifferenza. Nella vita i suoi rapporti amorosi si trasformeranno in un incubo, in qualcosa di ambiguo e insuperabile. Di conseguenza la sua visione sul matrimonio: accettando questo contratto avrebbe accettato anche il mondo borghese paterno, che lui al tempo stesso desiderava fuggire ma anche emulare.
Il tema di “Davanti alla legge” di Franz Kafka, rappresenta l’inganno, la minaccia e quell’insieme di contraddizioni che l’esistenza apre all’uomo. La prima figura che vi appare è un guardiano che proibisce a un contadino di entrare nel palazzo della legge: viene così posto un limite al contadino, così come individuo che si trovi davanti al mistero della vita. Il guardiano rappresenta la legge che si pone di fronte all’uomo come inganno, come minaccia e ostacolo per sbarrare il passo di colui che cammina verso la verità assoluta. L’errore del contadino consiste nel non capire che non può conoscere la legge, ma solo subirla come esperienza. Non è concesso all’uomo di conoscere la verità.
Nella “Metamorfosi” si ritrovano ancora i temi principali delle sue opere: il conflitto col padre, la figura vitale, attiva e dispotica che prelude già al fallimento del figlio che si rapporta a lui, in quel paragone che non può che vederlo sconfitto; la sua sensazione di inutilità, di parassita (non a caso la metamorfosi lo muterà in un insetto) all’interno della sua famiglia in cui risalta soltanto l’operosità del padre (questo tema sarà sviluppato pienamente in “Lettera al padre”). Parte della critica ha individuato nella “Metamorfosi” il significato dell’autopunizione del figlio per aver tentato di emulare il padre. Vi si trova inoltre il tema del mondo esterno così pesante e ossessivo, privo di amore, di sentimenti, che condanna il fallimento, il disadattamento, con la negazione dell’essere stesso: la metamorfosi in un altro corpo. Il protagonista, Gregor Samsa (l’elemento autobiografico è evidente) ritrova al risveglio il suo corpo mutato in quello di un insetto: è la sua prigione, nella quale si rifugia e dove il mondo lo costringe a rinchiudersi; l’emarginazione più completa e più totale dal mondo e dalla sua stessa famiglia, indifferente alle sue vicende e che a tratti mostrerà ribrezzo.
In uno degli ultimi romanzi di Kafka, “Il castello”, le conclusioni dell’autore sembrano essere più avanzate che nelle altre opere. È la storia di un uomo che viene “chiamato” in un altro paese per svolgere un compito: egli cerca di capire se realmente ha ricevuto una chiamata e che l’abbia decretata, ma nessuna delle persone alle quali si rivolge gli risponde né in un senso né nell’altro. È ancora la ricerca inutile del perché, del chi, della verità, ma questa volta il protagonista se ne rende conto. Posa la sua valigia e si prepara ad entrare, desiderato o no, chiamato o meno, in quel mondo, adattandovisi, senza più ricercare valori o verità assolute non riconoscibili.

domenica 11 dicembre 2011

Ecco come si allenano gli sportivi

Continuano gli allenamenti degli atleti che Powerade ha selezionato e che seguirà fino alle prestazioni delle Olimpiadi di Londra 2012.Nel video l'allenamento di Marcin Lewandowski.
Powerade ION4, sviluppato da scienziati dello sport, idrata meglio dell’acqua e aiuta a ridare energia per aiutare a dare il massimo più a lungo; contiene liquidi e quattro dei minerali (sodio, potassio, magnesio, calcio) che si perdono sudando per consentire un’idratazione efficace e una combinazione di carboidrati per ridare rapidamente l’energia che il corpo perde durante l’esercizio.
 La ricerca scientifica ha dimostrato che bere soltanto acqua durante o dopo un esercizio intenso non è il modo di idratarsi ideale. L’acqua placa la sete prima che i liquidi e i minerali persi con il sudore, come il sodio, vengano ripristinati adeguatamente.
I vantaggi della reidratazione durante e dopo l'esercizio fisico spesso sono sottovalutati; una perdita di liquidi pari a solo il 2% del peso corporeo (1,4 kg per una persona che ne pesa 70), può incidere significativamente sulle prestazioni fisiche e mentali.
Powerade ION4 aiuta ad assicurare un efficace rifornimento di energia, a mantenere i livelli desiderati di prestazione e offre un’ efficace idratazione per sessioni di allenamento intense.
Ellie Hadjilucas, Scientific & Regulatory Affairs, Nutrition e Sports Sciences Manager,ha commentato: “Una riduzione dei liquidi del corpo, la mancanza di una fonte di energia e un inadeguato bilancio minerale durante un allenamento prolungato ostacolano le performance. Powerade ION4 è scientificamente formulato per fornire liquidi e sali minerali per un’efficace idratazione e carboidrati per ridare l’energia che il corpo perde durante l'esercizio.
I vantaggi di bere Powerade ION4 durante e dopo l'allenamento sono una forte motivazione per i consumatori e siamo certi che Powerade ION4 può aiutare, sia gli atleti sia chi pratica sport a qualsiasi livello, ad allenarsi con intensità e raggiungere il loro massimo potenziale.”

giovedì 8 dicembre 2011

Giuditta con la testa di Oloferne (Andrea Mantegna)

L'opera appartiene a un gruppo di dipinti che Andrea Mantegna realizzò nella fase tardiva della sua attività con la tecnica a grisaille, termine che indica un metodo per rendere le sfumature di grigio e in generale una pittura a monocromo con l'effetto del rilievo scultoreo. La scena riprodotta è raccontata nel Libro di Giuditta, uno dei sette libri deuterocanonici inclusi nella versione alessandrina della Bibbia dei Settanta, il canone biblico adottato dalla Chiesa cattolica e ortodossa. Lo scenario storico si inquadra nel periodo della dominazione babilonese e della deportazione di gran parte del popolo ebraico a Babilonia, a seguito della conquista di Gerusalemme da parte di Nabucodonosor, nel 597 a.C. Dopo la caduta della città, il re caldeo Nabucodonosor inviò il generale Oloferne per sconfiggere gli ebrei ribelli. Giuditta, una vedova ebrea il cui nome significa appunto "giudea", oppose una coraggiosa resistenza al generale straniero: cambiò le sue vesti vedovili con abiti provocanti, cosparse il corpo con essenze profumate e si presentò all'accampamento di Oloferne con la scusa di voler collaborare con lui. Una sera, dopo aver indotto il generale a ubriacarsi, Giuditta si impossessò della sua spada e gli mozzò la testa.
Nel dipinto di Mantegna la scena è rappresentata nei toni del grigio, con uno sfondo di marmo venato e leggermente colorato. In primo piano appare Giuditta, con vesti leggere che segnano le forme giunoniche e un'acconciatura molto accurata. Nella mano destra tiene ancora salda la spada sottratta al generale. Con la mano sinistra infila la testa mozzata di Oloferne in un sacco tenuto aperto da un servo dai tratti tipicamente mediorientali. La scena si svolge appena fuori dalla tenda, i cui drappi sono aperti per mostrarne l'interno: vi si scorge un particolare del letto dove è appoggiato un piede del decapitato generale. Poiché è risaputo che le grisaille non erano concepite come opere isolate, si pensa che il dipinto possa appartenere a una lunga serie di opere raffiguranti le eroine bibliche e pagane.
Giuditta con la testa di Oloferne, 1495-1500, tempera su tela, cm. 48,1x36,7, The national gallery of Ireland, Dublino.

mercoledì 7 dicembre 2011

Caratteristiche dell’autorità sovrana nel Medioevo

Il prestigio delle grandi dinastie medievali poggiava su fattori di base morale piuttosto che materiale. Nel Medioevo il diritto sta sopra a ogni sovrano, a ogni autorità e a ogni necessità politica. Il supremo e unico compito del signore era di vegliare sulla pace e sulla giustizia. La guerra era giustificata solo se esprimeva una palese violazione del diritto. Ogni forma naturalistica di ragion di stato era ignorata, lo stato non è concepito come entità superiore all’individuo.
Il vincolo che univa i vassalli ai signori feudali era di fedeltà piuttosto che di obbedienza (l’obbligo era reciproco e non unilaterale). L’atto di ribellione dei vassalli era considerato legittimo se il signore veniva accusato di essere fedigrafo.
A differenza dell’età moderna, dove l’autorità ripartisce funzioni nella pubblica amministrazione, nel Medioevo il re distribuiva territori per organizzare politicamente regioni vaste, visto che le comunicazioni erano difficili e le risorse finanziarie venivano spesso dissipate in guerre senza finalità economiche ma soltanto di prestigio.
Per coalizzare le classi sociali i sovrani tendevano a concedere immunità rispetto alla legge ai capitoli (chiese cittadine) e abbazie, dando così a queste istituzioni un potere civile. In Germania l’immunità fu concessa anche a domini laici. A poco a poco la Chiesa si svincola dal potere civile centrale e diventa un potere autonomo. 
Viene altresì privilegiata la tendenza a concedere privilegi di ogni tipo a corporazioni ecclesiastiche e laiche. Si arriva anche a ipotecare, vendere o regalare i diritti della corona (come quello di coniare moneta) a varie parti sociali (cittadini, cavalieri, in Svizzera anche ai contadini). Viene data la possibilità di stringere alleanze fra le varie parti sociali, dandogli così una particolare posizione al punto di costituire uno stato nello stato. Mentre in alcuni paesi come la Germania questo portò alla sopravvivenza dello stato feudale anche oltre il Medioevo, in Italia questa parcellizzazione fornì il terreno per la sperimentazione di nuove forme di stato, le signorie e i principati, che avranno vita breve. L’Italia diventerà il territorio di stati stranieri.
La legittimazione dell’autorità sovrana poggiava spesso su basi psicologiche: nella fase antica dell’alto Medioevo, nelle tribù germaniche, viene data fiducia alle virtù militari e nel senso di giustizia del signore; nella dinastia sovrana franca dei Merovingi (500-800) giocano un ruolo fondamentale i poteri magici attribuiti a questa famiglia; i Carolingi, sovrani franchi tra l’800 e il 1000, si fecero forti del fatto che la Chiesa avesse consacrato l’autorità dell’imperatore mediante l’incoronazione (formalmente illegittima) di Carlo Magno da parte del Papa.

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domenica 4 dicembre 2011

Le cause della dislessia: la lateralizzazione

Con lateralizzazione si intende il processo attraverso il quale si sviluppa la lateralità, ovvero la conoscenza (anche negli altri) e l’uso abituale dei lati destro e sinistro del corpo. Quando questo processo si sviluppa in modo incompleto o distorto ne risente l’orientamento nello spazio, la corretta formazione del linguaggio, la scrittura, la lettura e il disegno. La lateralità è relazionata anche alla dominanza emisferica (o prevalenza funzionale), ovvero quel fenomeno secondo il quale le funzioni del linguaggio si organizzano prevalentemente in uno dei due emissferi cerebrali.
La lateralizzazione è una questione puramente neurologica che attiene allo sviluppo ineguale della corteccia nei due emisferi cerebrali. Verso i quattro mesi il bambino è capace di far passare una mano davanti agli occhi e di farla ripassare per rivederla. Ma si può notare che una mano può eseguire questa operazione prima dell’altra. Così, quando verso i sette mesi il bambino impara a far passare un oggetto da una mano all’altra, una delle due esegue questo movimento con maggiore abilità. La dominanza laterale è, come ha dimostrato lo psico-pedagogista francese Henri Wallon, relativa. Non esistono perciò destri e mancini al 100% e la lateralizzazione complementare ha una funzione coordinata alla lateralità dominante. Questa dominanza può essere segmentata nel corpo, ovvero si può essere sinistri in un segmento del corpo e destri in un altro. La dominanza è espressione di una ripartizione delle funzioni tra i due emisferi cerebrali; certe funzioni o operazioni si trovano in dominanza sinistra, altre in dominanza destra.

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Saint-Simon, il cristianesimo sociale e il governo tecnico

Claude-Henri de Saint-Simon
Di origine aristocratica, il filosofo francese Henri de Saint-Simon (1760-1825) è considerato il fondatore del socialismo utopistico francese. Opera in un periodo storico che coincide, in Francia, con il decollo industriale, di cui fu il primo ideologo. Idealizzò una società in cui fosse possibile migliorare le condizioni del proletariato, sua personale interpretazione del messaggio evangelico. Dopo la sua morte si sviluppò un movimento politico-religioso chiamato Sansimonismo. La sua opera muove innanzitutto dalla critica sia verso l’arretratezza economica e sociale della società aristocratica pre-capitalistica sia verso un capitalismo anarchico in mano a speculatori ignoranti.
Punto centrale della sua filosofia è di cercare i tradizionali problemi del potere politico, della sua legittimazione e dell’organizzazione sociale, al fine di indicare una gestione del potere che veda come punto culminante del divenire storico il processo di industrializzazione. Saint-Simon vede infatti affidato alle stesse persone che dirigono il processo produttivo (tecnici, dirigenti industriali, scienziati) anche il potere politico, gerarchia fondata sulle competenze tecnico-scientifiche che ne diventano quindi la legittimazione. Il lavoro è visto come l’elemento socializzante dei ceti che concorrono al processo produttivo: i lavoratori, che producono ricchezza, sono chiamati al compito di “governarla”, insieme ai tecnici. Inizialmente il pensiero di Saint-Simon è fortemente interclassista: la classe operaia e gli industriali sono visti come un’unica classe sociale dagli obiettivi comuni, contrapposta al ceto formato dall’alta borghesia, dai nobili, preti e monarchi, che Saint-Simon chiama ceto ozioso (oisifs). La lotta di classe è vista, in quest’ottica, come contrapposizione fra ceti produttivi e non-produttivi. Al ceto produttivo spetta il compito di soppiantare la vecchia classe dirigente per il superamento dell’individualismo a favore dell’interesse comune. Più tardi, nell’opera Le nouveau Christianisme, Saint-Simon sembra cambiare opinione ponendo l’accento sulla conflittualità di classe nella società dominata dalla proprietà privata dei mezzi di produzione: la classe operaia va “riorganizzata” secondo il modello religioso. La sua idea di “cristianesimo sociale” muove dalla considerazione che il nucleo etico del cristianesimo dovrebbe agire come una sorta di comando per il quale gli uomini dovrebbero comportarsi come fratelli, principio d’azione sociale dove la divisione in classi non è così evidente. Si avverte ora nel suo pensiero l’idea che l’operaio vada liberato dalla schiavitù materiale e che la religione debba dirigere la società al fine di migliorare le condizioni di vita della classe povera. Il suo pensiero influenzerà notevolmente quello di Aguste Comte.

sabato 3 dicembre 2011

Il Positivismo in letteratura

Il Positivismo nasce in Francia, all’inizio dell’800, formalmente con Auguste Comte (con la pubblicazione, nel 1830 del primo volume del Corso di filosofia positiva) e si diffonde in breve tempo in tutta l’Europa per divenirne la filosofia dominante. 
La sua matrice ideologica va ricercata nell’Illuminismo; come esso, infatti, crede nella possibilità di trasformare la società sulla base delle conoscenze scientifiche e filosofiche, riflettendo, in genere, l’esaltazione del progresso e del metodo scientifico. Vi si discosta, invece, per un diverso riferimento: se gli illuministi credevano fermamente nella perfezione dell’ordine naturale, i positivisti attribuiscono fiducia alle idee e alle invenzioni dell’uomo, ovvero allo sviluppo tecnologico e scientifico (non dimentichiamo l’opera di Thomas R. Maltus che ebbe un grosso ruolo nella cristallizzazione di questa nuova corrente di pensiero). 
Dalla seconda metà dell’800 questa corrente filosofica rappresenterà a livello ideologico il pensiero economico del liberismo che si forma in seno alla classe borghese industriale e progressista.

émile Zola
La filosofia positivista è intrinsecamente legata alla letteratura della seconda metà dell’800, il romanzo realista-naturalista cui fanno capo Gustave Flaubert per il primo ed 

émile Zola per il secondo. All’origine della riscoperta della realtà da parte degli autori realisti vi è la fiducia in una ricerca scientifica sempre più ottimista circa le proprie capacità. Manifesto del realismo francese si può considerare Les soirées de Médan (1880), raccolta di racconti di diversi autori tra cui, oltre allo stesso Zola, Joris-Karl Huysmans, Henri Céard, Léon Henrique, Paul Alexis e Guy de Maupassant.
Il rapporto fra causa-oggetto tra i fatti descritti risponde alla necessità di vedere e descrivere la realtà esterna (che è conoscibile) così come la scienza l’aveva ipotizzata. A questo proposito è significativo il tentativo di Zola di studiare “scientificamente”, tramite i suoi personaggi, le reazioni emotive e bestiali dell’uomo, le sue passioni e tutto quanto nell’uomo è morboso (come il delitto).
Il romanzo di fine ‘800 è caratterizzato dal fenomeno dell’”impersonalità dell’opera d’arte”, cioè una serie di eventi che si susseguono ininterrottamente che fanno scomparire l’autore, lasciando così ai suoi personaggi il compito di parlare per lui.
In Italia, il realismo si espresse al livello più alto in Giovanni Verga, caposcuola del verismo, che si ispirò alla produzione di Zola per elaborare una poetica realista a cui concorsero le opere di Luigi Capuana e Federico De Roberto.
L’inizio della crisi positivista si fa risalire alla grande depressione economica del 1873; col finire del secolo declina il concetto di “ragion positiva” e va in frantumi quel tipo di razionalità secondo cui il mondo è conoscibile oggettivamente dall’uomo attraverso la sua soggettività.

giovedì 1 dicembre 2011

Le nuove forme di potere in Italia: principati e signorie

La costituzione degli stati autonomi che si vennero a formare in Italia nel Medioevo fu la premessa che rese la nostra penisola terra di conquista delle grandi monarchie Europee (Spagna, Francia e Austria). Le forme di governo furono svariate e differenti nell’intero corso del Medioevo.

Le Signorie nel 1300

Attorno all’anno 1200, nel regno Normanno (Sicilia) si elaborò una forma di autocrazia regia in anticipo sui tempi e somigliante alle monarchie assolute tipiche dell’età moderna. Il tentativo fallì per opposizione dei Comuni e della Chiesa.
In alcune realtà si venne a formare il regime democratico comunale, fuori dagli schemi politico-istituzionali feudali. La democrazia comunale, nell’ambito della quale il capitalismo borghese si era saldato alla nobiltà feudale, costituì terreno favorevole per la formazione di stati anti-tradizionali in concomitanza con l’assenza secolare dell’imperatore e la conseguenza autarchia. Si creò così una costellazione di stati autonomi che sperimentò forme di potere che andarono dal dispotismo più brutale dei capi di ventura che imposero la loro autorità con la forza, a forme di governo particolare di alcune vecchie famiglie feudali che gareggiarono fra loro per rendere più prospera l’economia e l’arte.
A Venezia si incontra un governo oligarchico-conservatore, cioè un insieme di famiglie di origine patrizia che riescono ad affermarsi con saggezza politica. Altrove, come a Firenze, governano di fatto (ma non di diritto) i popolani. Da altre parti ancora si hanno forme di teocrazia politica, ovvero un governo di Dio rappresentato in terra da alcuni uomini (Savonarola). Nello Stato pontificio regna un governo di dispotismo clericale.
In questa atmosfera si va affermando un’idea comune, la coscienza dell’uomo nella sua natura e importanza terrena, che non ha riscontri altrove. I governanti fanno sfarzo di benessere e potenza esteriore. Vere forze di governo diventano virtù e vizi materiali (capacità di creare consenso mediante lo sviluppo economico o artistico, astuzia o forza spietata per imporre la propria volontà).
Nella grande politica europea gli staterelli italiani finiscono per diventare strumenti di potere straniero. L’Italia diventerà oggetto della politica imperialistica di altri stati.
La forza degli stati stranieri è basata sulla vitalità, sulle ambizioni politiche dinamiche, sulla volontà di potenza: questi stati riconoscono come unico principio d’azione politica l’opportunità e non il diritto. Le uniche virtù riconosciute sono l’intelligenza, l’energia e la destrezza. Lo stesso Machiavelli si rese conto che non sarebbe stata l’Italia dove lo stato forte del futuro, lo stato moderno, sarebbe potuto giungere a maturazione. 

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Dislessia: panoramica e definizone

Tra i disturbi classificati come “disturbi specifici dell’apprendimento” (Dsa), la dislessia ha la più vasta diffusione nella popolazione scolastica (5%). Si calcola che in ogni classe della scuola primaria ci sia almeno un bambino dislessico.  I disturbi specifici d’apprendimento fanno parte della classe più generale dei disturbi evolutivi specifici, che interferiscono sull'apprendimento delle attività principali della trasmissione del sapere. I soggetti che manifestano disturbi di questo tipo, tuttavia, hanno intelligenza, caratteristiche fisiche e mentali e capacità d’apprendimento assolutamente nella norma e non presentano problemi neuro-sensoriali. La dislessia è presente dalla nascita ma si manifesta nei primi anni della scuola primaria con evidenti difficoltà nella lettura, nella scrittura e (anche se più raramente) nel calcolo.
Nel cercare di definire la dislessia è inevitabile il ricorso a definizioni dei sintomi (difficoltà nella lettura/scrittura) e delle cause. La scuola psicanalitica di Chassagny ha dato della dislessia una definizione vicina a un'eziologia facendone un “disturbo della comunicazione e dell’espressione’. A differenza di altri disturbi del linguaggio la dislessia non è causata da lesioni delle fibre nervose dell’emisfero cerebrale sinistro (preposto al controllo della funzione superiore del linguaggio), ma da una strutturazione turbata dell’universo orientato. Dalla cattiva formazione di un universo stabile e orientato consegue un'evidente difficoltà a integrare gli elementi simbolici del linguaggio (parole e frasi). Il pedagogista e neurologo belga Ovide Decroly, che operò all’inizio del Novecento all’interno del movimento attivista, indicò tre elementi fondamentali nella percezione globale: sincresi, analisi e sintesi. Il bambino inizialmente vede il mondo nella sua globalità (percezione sincretica), poi ne coglie e ne analizza i singoli elementi (analisi) per poi ordinare il tutto in modo sintetico. Un esempio nella lettura: dapprima viene percepita la parola (che per il bambino è l’unica cosa che ha senso), poi le singole lettere o sillabe. L’analisi e la sintesi permettono di stabilire relazioni durevoli tra i singoli elementi. Nella dislessia il bambino si sofferma alla percezione sincretica e non riesce a passare agli altri stadi. La relazione del soggetto col mondo si costituisce in modo instabile e ambiguo e non permette il passaggio all’intelligenza analitica. Dalla perturbazione della relazione io-universo la dislessia si manifesta selettivamente nei campi della comunicazione e dell’espressione, perché nella lettura e nella scrittura sono necessari, oltre ai movimento muscolari, anche una corretta percezione spazio-temporale del proprio corpo, una buona analisi dei simboli visivi e della memoria dei segni (riconoscimento ed evocazione) e di una corretta funzionalità uditiva (simbolismo e memoria dei dati uditivi).

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Nascita del diritto moderno e ragion di stato

Giovanni Botero
Le grandi monarchie europee del 1600 (Francia, Spagna, Inghilterra) hanno giocato un ruolo fondamentale nell’abbattimento del sistema feudale e nella nascita della concezione moderna di stato. Nasce l’idea dell’utile comune.
Il potere assoluto dei monarchi europei dell’età moderna poggia le basi sulla consacrazione della Chiesa, poiché è un potere che deriva da Dio, e sull’incondizionata obbedienza popolare, che gli riconosce il ruolo per diritto ereditario come incarnazione della legge.
A ingigantire questo potere si aggiunge la burocrazia statale, che opera per tre vie:
1) recupera al sovrano le terre perse durante il Medioevo a causa della politica della nobiltà;
2) l’accentramento fiscale;
3) l’accentramento militare.
In un primo tempo questa politica autoritaria non provocò reazioni contro il sovrano, poiché questi, operando per accrescere il proprio potere, realizzò gli interessi di altri.
I sovrani cercarono di stabilizzare la situazione sociale, mettendo fine alle guerre interne che si erano verificate nel Medioevo e realizzando una politica di pace interna che è la premessa del bene pubblico, reso possibile dall’espansione dell’economia basata sui grandi traffici con le colonie. Il bene pubblico legittima il potere del sovrano, e alla base di ciò si delinea l’idea dell’utile comune, primo passo verso “la ragion di stato”.
La ragion di stato implica che la legge suprema dell’azione politica diventa la “ragione”. La ragione non è più questione di principio ma di convenienza, la politica non è più subordinata a principi morali.
Ma l’idea del diritto, che aveva invece dominato l’epoca medievale, non viene del tutto screditata: essa serve ai sovrani per giustificare appunto la ragion di stato. Subordinare la politica all’utile comune significa entrare in un’ottica dove i principi morali perdono valore. Anche a livello delle scienze giuridiche vengono introdotte nuove idee nell’analisi del diritto, scaturite soprattutto dal movimento filosofico della scolastica. La maggiore innovazione ideologica fu senz’altro la distinzione fra il diritto eterno (naturale o divino), immutabile nel tempo, e le norme giuridiche, a carattere positivo, che sono modificabili nel tempo e nelle situazioni, ovvero sono giustificabili in una data situazione.
Vengono distinte le semplici consuetudini dalle leggi scritte, viene introdotto il principio che norme giuridiche non scritte non possono avere valore. I giuristi moderni andranno così a smantellare tutto il diritto feudale, fatto che avrà importanza enorme per i rapporti economici, soprattutto nel campo della concessione delle terre, che vengono ora assegnate mediante contratti rinnovabili di breve durata. Viene così colpita tutta la tradizione che aveva regolato di rapporti giuridici: il diritto cessa di essere legato alla morale. La nascita dell’assolutismo è accompagnata da violenze di ogni tipo, la prima del diritto tradizionale.

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mercoledì 30 novembre 2011

Bambini: quando dirgli di “no”

Nello sviluppo psichico del bambino gioca un ruolo fondamentale il controllo delle pulsioni, meccanismo indispensabile per la formazione di una personalità autonoma, capace di dominare gli istinti e a rimandare, se necessario, la soddisfazione dei propri bisogni (si veda l’analisi dal punto di vista psicologico e psicanalitico qui). A questo proposito segnaliamo alcune situazioni in cui i genitori si trovano di fronte al dilemma se concedere o vietare, spronare o aspettare.
I tempi per parlare, camminare e imparare ad andare in bagno per i bisogni fisiologici sono diversi da soggetto a soggetto. I tempi massimi previsti per l’apprendimento di tali funzioni (fissati nella pediatria) sono molto ampi, per cui i genitori non dovrebbero preoccuparsi quasi mai se il bambino di 12 mesi ancora non cammina o se verso i tre anni ancora non può fare a meno del pannolino.
L’apprendimento nei piccoli avviane sostanzialmente per imitazione: gli adulti non devono quindi avere comportamenti che poi vorranno vietare ai bambini, devono cioè dare il buon esempio.
È necessario stabilire delle regole di comportamento: queste devono essere chiare e coerenti. Tutti gli adulti che si occupano dell’educazione del bambino (genitori, parenti, baby-sitter) devono essere d’accordo sulle stesse regole. I divieti devono essere pochi (il bambino ha bisogno di tempo per apprendere autonomamente i comportamenti da evitare), ma è assolutamente necessario che non vi siano deroghe. Se al bambino non vengono fissate alcune regole da seguire diventa insicuro.
Niente televisione fino al compimento dei due anni di età: numerosi studi hanno dimostrato che la televisione può ritardare lo sviluppo del linguaggio e causare deficit dell’attenzione. Dopo i due anni, la televisione può essere vista, ma con molta moderazione (non più di due ore al giorno), in presenza di un adulto e scegliendo programmi adatti. Per favorire lo sviluppo del linguaggio e della creatività è dimostrato il ruolo centrale che assume il leggere al piccolo fiabe e filastrocche adatte alla sua età: il momento più favorevole è la sera prima di addormentarsi.
Quando andare a “nanna”? Ancora a due-tre anni il bambino ha bisogno di molte ore di sonno, che possono arrivare anche a 16 ore giornaliere. In genere è ottimale un sonno notturno di 10-12 ore e un sonno pomeridiano di 1-3 ore. I piccoli quindi vanno messi a letto presto e devono imparare ad addormentarsi da soli e nel loro letto. Durante il riposo pomeridiano è preferibile che la stanza non sia completamente al buio e l’ambiente completamente silenzioso: il bambino deve apprendere lentamente che il giorno è dedicato alla veglia e la notte al sonno.
Le sberle non vanno mai date. Uno scapaccione, anche se non fa male, è comunque un gesto violento che se usato porta il bambino a credere che sia giusto. Se il bambino disobbedisce, però, è assolutamente necessario che segua una punizione. Questa deve essere immediata e di breve durata: solitamente si tratta di una punizione “privativa”.

Dislessia: descrizione dei disturbi

Le cause della dislessia, ovvero la cattiva strutturazione spazio-temporale e la cattiva lateralizzazione, posso manifestarsi in modi differenti, ma ciascuno di essi può anche concludere, in mancanza di sufficienti compensazioni, nel fissare la relazione dell'io con l'universo in modo ambiguo e instabile. le conseguenze possono anche essere differenti senza escludersi: è possibile registrare manifestazioni di disturbi del linguaggio e della lettura insieme a disturbi psico-motori, turbe affettive e nevrosi infantili. Quando i disturbi sono associati, la dislessia ne è la manifestazione privilegiata più comune e, in qualche modo, inevitabile, poiché essa li rappresenta tutti.
I sintomi più frequenti della dislessia sono confusione di lettere con grafia simile, confusione di suoni, inversione di lettere, sillabe e parole, scomparsa della punteggiatura, mancanza di "tono" nella lettura, difficoltà nella decifrazione letterale, impossibilità di comprendere le parole lette o scrotte. Tra questi disturbi è utile distinguere quelli dovuti a difetti della percezione uditiva e quelli dovuti a difetti della percezione visiva.

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martedì 29 novembre 2011

Dislessia: disturbi dovuti a una cattiva percezione uditiva

Se il bambino presenta disturbi di questo genere può trovare difficoltà, per esempio, a distinguere fonemi acusticamente simili fra loro (p-b; t-d; ca-ga; ci-gi; f-v; s-z; m-n). È possibile che egli capisca "pitone" al posto di "bidone", oppure può ripetere le parole sentite per generalizzazione: "ippopopamo" al posto di ippopotamo); può compiere delle inversioni: "areoplano" al posto di aeroplano; delle omissioni: "parapoggia" al posto di parapioggia ecc. Conseguentemente il linguaggio orale è turbato anche nell'aspetto semantico e sintattico, per esempio, quando il bambino confonde e usa in modo non appropriato termini come "quanto" e "quando".
Oltretutto questa difficoltà di analisi dei dati uditivi porta il bambino a percepire come un tutto indissociabile alcune parole o frasi, e la comprensione rimane parziale o deformata. Il fanciullo non percepisce la funzione esatta delle diverse parole (verbi, nomi, aggettivi ecc.) Riguardo all'ortografia si hanno i seguenti tipi di errori:
- errori fonetici: il bambino scrive con gli stessi errori le parole che pronuncia male;
- inversioni cinetiche: il bambino scrive "clo" invece di "col", anche se ha ripetuto correttamente questo tipo di lettere prima di scriverle. Egli ha colto gli elementi del suono ma non ha preso coscienza del fatto che nella frazione di secondo durante la quale è stata pronunciato, la "o" viene prima della "l" e dopo la "c": non ha percepito tutte le relazioni esistenti fra questi tre elementi e non è giunto a situare prima nel tempo e poi nello spazio gli elementi dell'insieme. Si può pensare che le nozioni temporo-spaziali "prima" e "dopo" siano state esse stesse confuse;
- mancata individuazione delle parole: il bambino scrive "non s'intende" al posto di "non si tende", coinvolgendo il livello semantico.

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lunedì 28 novembre 2011

L’economia curtense e le rivolte contadine

L’unica fonte di reddito della classe dominante nel Medioevo era data dal plus lavoro dei contadini.
La proprietà feudale era divisa in due parti:
- la pars dominicia, ovvero la parte del signore, costituita da campi che egli amministrava direttamente, dalla sua residenza privata e dalle dimore per schiavi e servi della gleba;
- la pars massaricia, costituita da piccoli poderi (mansi) che venivano dati in affitto ai contadini.
L’affitto dei mansi poteva essere pagato dai contadini in tre modi:
- in cambio di denaro;
- in cambio dei prodotti agricoli necessari al mantenimento del signore;
- in cambio di giornate lavorative nella “pars dominicia”.
Poiché la produttività del lavoro era molto scarsa, se crescevano le necessità di reddito della classe dominante, il plus prodotto poteva essere aumentato solamente  a spese del contadino.
Per soddisfare le maggiori richieste del signore, il contadino poteva:
- aumentare le ore dedicate alla pars dominicia a scapito del lavoro sulle proprie terre;
- mantenere lo stesso rapporto di tempo, ma aumentare l’intensità del lavoro nella pars dominicia.
Entrambe le soluzioni erano comunque sfavorevoli alla classe contadina.
Dal 1300 al 1600 si susseguirono quindi una serie di rivolte, non supportate da alcun progetto a base politica, ma spinte solamente dalla fame e dalla disperazione.
Le prime rivolte nacquero in Francia e presero il nome di “Jacqueries”, da Jacques Bon Homme (Giacomo Buon Uomo), nome con cui la nobiltà era solita soprannominare il contadino. I contadini chiameranno con questo nome il loro capo durante le rivolte. Presto le rivolte dilagarono anche in Inghilterra, Boemia e Germania.
La situazione si inasprì ulteriormente con la diffusione della peste e della sifilide, e col fenomeno l’inurbamento, che diede luogo al vagabondaggio e al brigantaggio.
La reazione della nobiltà fu di due tipi:
- in alcuni casi i signori feudali furono costretti a fare delle concessioni ai contadini, sostituendo il rapporto di lavoro obbligatorio con un rapporto di tipo contrattuale;
- in altri casi si assistette a un inasprimento degli obblighi feudali, che vide addirittura tornare in vigore obblighi ormai caduti in disuso. Le misure miravano a legare il contadino alla terra e a togliergli ogni margine di libertà. Questo tipo di reazione si registrò soprattutto nell’Europa orientale e centrale).
Le due diverse scelte porranno successivamente le premesse alle differenze economiche nei diversi paesi europei.

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Dislessia: disturbi dovuti a una cattiva percezione visiva

È in buona misura attraverso l’esperienza che noi giungiamo a fare l’analisi e la sintesi degli elementi che costituiscono gli oggetti che vediamo. E si può quindi capire facilmente che questa attività sia poco sviluppata nel bambino. Ora, poiché il bambino dislessico presenta difficoltà di analisi e sintesi di ciò che percepisce uditivamente, avrà pure difficoltà a organizzare in un senso preciso l’analisi e la sintesi di ciò che percepisce anche visivamente, cioè nello spazio. Nel giovane dislessico, la cattiva organizzazione dello spazio si manifesta in particolare con una iniziale difficoltà a situare le diverse parti del proprio corpo le une in rapporto con le altre. Le nozioni “alto”, “basso”, “davanti”, “dietro” e soprattutto “sinistra” e “destra” possono essere confuse. Nel campo della lettura questa incapacità porta a confondere alcune lettere che si distinguono principalmente dalla posizione di alcune parti grafiche, come le aste discendenti o ascendenti posizionate a destra o a sinistra e le “gambette” che vanno giù o su (“p” e “q”; “b” e “d”;  “u” e “n”; “p” e “d” ecc.). Ogni elemento della lettera (cerchio, asta, gamba) preso isolatamente è percepito correttamente, ma i rapporti che il dislessico stabilisce fra essi non sono stabili: così la differenza di un cerchio posto a destra dell’asta ("p") oppure alla sua sinistra ("q") può essere mal percepita. Il senso “sinistra-destra” della lettura, cioè l’analisi e sintesi in una determinata direzione di eccitazioni visive complesse, si realizza con difficoltà. Ecco, a titolo di esempio, il testo che è stato presentato a un dislessico di nove anni, di intelligenza normale:
«Il vignaiolo pota la vigna perché l’uva venga in abbondanza. Ha lavorato ieri sera fino a tardi. Questa mattina la prima luce del giorno lo trova già al lavoro. Bravo vignaiolo, il tuo lavoro merita di essere ricompensato» (Édouard Claparède, Comment diagnostiquer les aptitudes chez les écoliers, pag. 180).
Ecco ciò che il soggetto ha pronunciato: «Il vaiolo poto… pota la vena… Il vaiolo pota. Il vaiolo pota… pota perché l’uva venga in ado… adon… abbondanza. Egli ha lao… lavora… egli ha lavorao ieri fino a tardi. Questa mattina la pia… la prima… la prima cuce…. c… lu… lu luce del giorno lo to… lo tor… va già al lora davo… darve… vi… vila… iolo il tuo lan… oro… lavoro merita di essere r…. ric… ricompensa… ricompensato».

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Esaù viene respinto da Isacco (paternità incerta)

La scena descritta nell'affresco della Basilica superiore di San Francesco, ad Assisi, segue la precedente (vedi articolo). Giacobbe è riuscito con l'astuzia e l'inganno ad ottenere la primogenitura e la benedizione del padre a discapito del gemello Esaù. Quando Esaù si presenta al cospetto del padre ormai cieco, Isacco (pensando che si tratti dell'altro figlio) lo respinge. La scena ha un'ambientazione simile alla precedente, con in primo piano il vecchio patriarca sdraiato sul letto. Esaù reca in mano un piatto di cibo che intende offrire al padre, ma Isacco alza la mano destra in segno di rifiuto, perché pensa che sia Giacobbe che vuole ingannarlo. Dietro Esaù si vede una figura femminile, probabilmente Rebecca, con una brocca in mano. Sullo sfondo un'altra figura femminile il cui volto è ormai andato perduto (si potrebbe trattare di una serva), che ha chiuso il drappo del letto elegantemente ricamato. I colori dominanti, come nel precedente affresco, sono il giallo oro e il rosso tenue. La paternità è senz'altro la stessa, in dubbio fra Giotto, il Maestro di Isacco e Arnolfo di Cambio.
Assisi, Basilica superiore di San Francesco, affresco cm. 300x300, 1291-1295.

domenica 27 novembre 2011

Dislessia: la lettura come rivelatore

Appare evidente che la lettura rivela questo universo ambiguo e mette duramente alla prova i sistemi di riferimento che il bambino si è costruito. La lettura effettivamente esige:
- un orientamento fisso: si legge da sinistra a destra, in tutte le righe e dall’alto al basso del foglio;
- una visualizzazione e una fissazione delle forme. Ogni parola e ogni lettera hanno una loro forma orientata;
- una “distanza”, in relazione alle parole, alla loro lettura e alla punteggiatura. Si deve prevedere il significato che la parola avrà nella frase per padroneggiare il ritmo del suo svolgimento. Questa “distanza” richiama la memorizzazione del significato delle parole passate per seguire gli orientamenti che prevede il testo. A proposito di questo particolare lavoro intellettuale, il filosofo francese Henri-Louis Bergson scrive nella sua celebre lezione sullo “sforzo intellettuale”: «Questo lavoro di interpretazione è troppo facile quando sentiamo parlare la nostra lingua, poiché abbiamo il tempo di scomporla nelle sue varie frasi. Ma ne abbiamo una chiara coscienza quando conversiamo in una lingua straniera che conosciamo imperfettamente. Ci rendiamo conto allora che i suoni distintamente intesi ci servono come punti di riferimento che ci collochino di primo acchito in un ordine di rappresentazione più o meno astratta, suggerito da ciò che l’orecchio sente (o da ciò che l’occhio vede nella selezione delle parole caratteristiche) e che, una volta adottato questo “tono” intellettuale proseguiamo con il significato concepito, incontro al percepito…» (Henri-Louis Bergson, L’energie spirituelle, conferenza 6);
- una padronanza della relazione significato-suono che permette di discriminare significati differenti e suoni uguali (omonimi), così allo stesso modo suoni differenti e significati uguali (sinonimi);
- una capacità di organizzazione superiore per padroneggiare la sintessi;
- una sincronizzazione della lettura, che comporta movimenti loculo-motori, un linguaggio interiore, articolazione e pronuncia coordinati con movimenti respiratori.
A queste condizioni particolari se ne aggiungono tre generali quali la padronanza della comunicazione verbale (scioltezza nel linguaggio parlato), il passaggio permanente dall’analisi alla sintesi e viceversa, la stabilità affettiva necessaria per ogni tipo di apprendimento.

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La ripresa economica nel Medioevo

L’epoca dei regni romano-barbarici fu responsabile attorno al 400 di una caduta dell’economia e una decadenza sociale. Durante questo periodo si era infatti consolidata un’economia di sperpero caratterizzata da precarie condizioni di vita e disaffezione al lavoro: viene prodotto quanto basta per sopravvivere, ovvero un tipo di economia che non ha carattere stanziale. Alla fine della grande depressione economica, verso l’anno 800, nel periodo del Sacro Romano Impero, si assiste a un periodo di stagnazione dell’economia feudale, molto simile a quella precedente  con la sola differenza che le attività economiche hanno un carattere più stazionale: chi lavora la terra abita su quella terra e la popolazione comincia a stabilizzarsi insieme al sistema politico.
Le forze che spinsero verso il basso l’andatura dell’economia furono senz’altro la saturazione delle campagne (la terra non riesce a produrre quanto necessario); gli scarsi investimenti nelle tecnologie (i romani preferiscono sfruttare la manodopera piuttosto che investire in nuovi mezzi e animali); i conflitti fra la grande proprietà schiavile e la piccola proprietà contadina (i grandi proprietari facevano lavorare gli schiavi e quindi i contadini non potevano reggere la concorrenza); epidemie, carestie e guerre contribuiscono a far diminuire la forza lavoro e inoltre la rozzezza dei barbari dequalifica la popolazione; poiché i barbari non erano abili coltivatori i terreni decadono si rovinano e per ultimo collassa il commercio.
A partire dall’anno 1000 si registra in tutta Europa una ripresa del commercio, che avrà degli effetti rompenti sul sistema feudale. I mercanti che arrivarono in Europa con il loro seguito posero le basi lì dove commerciarono: si avvertì quindi la presenza di un nuovo ceto sociale, che aveva bisogno dei prodotti agricoli per la propria sussistenza. Si passa così a un sistema di scambio e inizia a circolare la moneta, si incoraggia la tendenza alla produzione per il mercato dei beni eccedenti, non solo dei beni necessari al consumo interno. Nasce così una sorta di borghesia di campagna, che sarà nel divenire indispensabile per l’affermazione della classe borghese in genere. Conseguenze della ripresa del commercio furono un incremento demografico, la nascita di nuovi insediamenti rurali, il dissodamento di nuovi terreni, il recupero all’agricoltura di terre abbandonate, una sorta di ristrutturazione merceologica con la valorizzazione di alcuni prodotti meno affinati ma più facili da produrre, l’investimento in nuove tecnologie come i mulini a acqua, l’introduzione del sistema di rotazione agraria.
Anche se non si può parlare di una dipendenza diretta, il declino del sistema feudale procedette di pari passo con lo sviluppo del commercio. 


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Trovati i reperti archeologici della prima guerra punica

Sono stati recuperati la scorsa estate nel mare delle Egadi, al largo di Trapani, i resti dello scontro navale della prima guerra punica fra romani e cartaginesi, l'epica battaglia che cambiò il corso della storia antica. La ricerca è stata coordinata dalla Soprintendenza del mare della regione Sicilia. Cuore tecnologico dell'operazione un "Rov"(Remote operating vehicle), ovvero un sottomarino telecomadato che avrebbe fornito indicazioni sulla posizione dei reperti sparsi sui fondali. I sub che si sono fatti carico del recupero del prezioso ritrovamento hanno riportato a galla rostri di navi e parecchi elmi dei soldati sopra imbarcati. Il sospetto che quel tratto di mare (a nord-ovest dell'sola di Levanzo) custodisse importanti reperti archeologici era nato già qualche anno fa, quando un subacqueo aveva riferito circa il ritrovamento di un considerevole numero di ceppi di ancore allineati lungo il fondale marino. Dagli scritti originali di alcuni storici greci venne il sospetto che potesse trattarsi appunto dell'agguato che i romani tesero a Cartagine nascondendosi dietro un promontorio dell'isola di Levanzo. Grazie all'effetto sopresa i romani ebbero la meglio nella battaglia nel giro di sole due ore. Fonti storiche riferiscono che nella prima guerra punica furono coinvolti 200 mila uomini a bordo di 350 navi romane e 700 cartaginesi. Dopo quella battaglia Roma cambiò il suo volto: da piccola potenza regionale divenne un'impero globale.

La politica economica del fascismo: l’autarchia

Un manifesto che promuove l'autarchia
Il passo deciso verso il regime autarchico si ebbe nel 1935, quando tutte le importazioni dovettero avere un permesso ministeriale. Verso la fine del 1935 l’Italia dichiara guerra all’Etiopia, che si rivolge alla Società delle Nazioni a cui appartiene. All’Italia vengono imposte sanzioni e limitazioni al commercio internazionale. Le direttive della Società delle Nazioni scatenano in patria una propaganda a favore dell’autarchia. L’Italia vince la guerra e crea il suo impero nel momento in cui gli altri paesi cambiano rotta e abbandonano le colonie, visti gli alti costi per le opere pubbliche e per il mantenimento dell’esercito. Con le colonie l’Italia si accolla grosse spese, ma avvantaggia le esportazioni.
Il regime autarchico favorisce lo sviluppo di una serie di produzioni autonome e incentiva quelle già in atto; vieta l’importazione e si lancia nella ricerca del combustibile (il petrolio libico era impossibile da estrarre con le tecniche estrattive dell’epoca). Si costituiscono l’Agip e la Finsider (che controlla i più grandi impianti siderurgici), viene sviluppata l’industria chimica, che con le ricerche sulle fibre artificiali incrementa il settore tessile, vengono sperimentati nuovi tipi di carburante aggiungendo alcool etilico alla benzina. È il momento del trionfo del surrogato, prodotto che sostituisce la materia prima. L’obiettivo di Mussolini è quello di realizzare, attraverso l’autarchia, l’indipendenza politica.
Già da quegli anni si registra un divario importante fra la zona settentrionale (dove si sviluppa in modo considerevole l’industria) e il mezzogiorno, dove ancora sussistono zone di depressione. Per la prima volta la produzione industriale supera quella agricola.
Sul fronte salariale, per fronteggiare la crisi del 1929 e il conseguente calo di produzione, viene ridotto l’orario di lavoro a 40 ore la settimana, con aumento del numero degli occupati. Ma i salari diminuiscono in conseguenza alla riduzione delle ore lavorative, facendo aumentare l’inflazione. Lo stato compensa con una serie di previdenze: assegni familiari, tutela della maternità e dell’infanzia, viene costituito l’Inps, viene assicurato il posto di lavoro anche in caso di malattia. L’età della pensione viene portata a 65 anni per gli uomini e a 55 per le donne.
Pur non essendone preparata, l’Italia decide di entrare nel secondo conflitto mondiale. L’industria varia e differenziata, caratteristica dell’uscita dal regime fascista, servirà da base nel dopoguerra all’opera di ricostruzione, con un programma molto forte di assistenzialismo, grandi concentrazioni oligopolistiche e manodopera sottopagata. Questa politica sarà seguita in tutto il dopoguerra. 

sabato 26 novembre 2011

La politica economica del fascismo: finanza e opere pubbliche

Una immagine della propaganda
per la battaglia del grano
Dal 1925 finisce la prima fase liberista e si passa alla “fascistizzazione” dello stato. Il ministro delle finanze De Stefani viene sostituito da Giuseppe Volpi di Misurata, che imposta una politica nettamente dirigistica (1926). Il provvedimento di maggiore rilevanza è quello noto come “portare la lira a quota 90”.
L’Italia aveva finito di pagare i debiti di guerra, aveva stabilito buoni rapporti economici con Stati Uniti e Inghilterra che vedevano nella soluzione fascista un argine al bolscevismo. Usa e Inghilterra sono ben lieti di finanziare la rivalutazione della lira richiesta da Mussolini. Il nuovo rapporto di cambio con la sterlina passa da “120” a “90”.
Questa operazione dà notevole prestigio all’Italia, che però deve indebitarsi per aumentare la riserva monetaria. Con l’aumento del costo della lira i paesi stranieri sono meno interessati a comprare le nostre merci, ma sono favorite le importazioni, fattore positivo visto che l’Italia è principalmente un paese importatore. La manovra economica però danneggia alcuni settori dell’industria: quello automobilistico, che risente subito della concorrenza straniera, quello tessile e quello del vino, settore di industrie tipicamente esportatrici. Per abbassare i prezzi delle merci viene attuata una politica di contenimento dei salari e di compressione delle importazioni.
Oltre alla rivalutazione della lira e le conseguenze nel settore import-export, altre misure di tipo dirigistico furono quelle della “battaglia sul grano”, campagna per estendere la produzione granaria. L’Italia non aveva un terreno adatto a tale coltivazione e quindi lo importava, con grande squilibrio per il bilancio economico. Per limitare il tasso di importazione del grano fu necessario limitarne il consumo ed estenderne la coltura anche a danno di coltivazioni più ricche e specializzate (viti e olivi). Un’altra misura che ebbe più successo fu quella della bonifica integrale. Ampie zone acquitrinose vengono bonificate con i capitali dello stato, ma l’operazione fu svalutata perché i proprietari dei terreni non furono obbligati alla bonifica.
Sul fronte delle opere pubbliche, furono elettrificati più di 2 mila chilometri di linee ferroviarie e introdotti nuovi tipi di vagoni (le “vettorine”). Si registrò un aumento del reddito pro-capite e, tra il 1922 e il 1929, fu raddoppiata la produzione industriale.
Con la rivalutazione della lira si verificò un processo di concentrazione di proprietà, anche con il consenso statale; in seguito alla costituzione dell’impero si amplieranno nuovamente i compiti delle corporazioni preposte al controllo industriale nelle colonie.
Per quanto riguarda il commercio internazionale le misure prese per fronteggiare la crisi registrata nel periodo 1929-1934 riguardano innanzitutto la limitazione delle importazioni: tutte le nazioni alzano le barriere doganali a difesa dell’economia.
Sul piano finanziario l’Italia si stacca dalla politica delle altre nazioni che esportano poco e che svalutano immediatamente per facilitare le esportazioni: l’Italia, al contrario, mantiene la lira a quota “90”, sfavorendo anche il turismo. In previsione della necessaria svalutazione monetaria, la popolazione comincia ad acquistare valuta straniera: lo stato interviene ancora una volta vietando il cambio e l’esportazione del denaro.
Si entra piano piano in un regime di autarchia. Viene costituito l’Iri (Istituto di ricostruzione industriale), per affrontare le difficoltà incontrate dalle aziende a causa della crisi economica. Le industrie colpite dalla crisi erano ormai proprietà del sistema bancario che le aveva finanziate: l’Iri aveva il compito di finanziare le industrie in difficoltà, rilevarne le azioni dalle banche e riprivatizzarle rimettendo le azioni sul libero mercato.
Questo meccanismo, che salvò tante industrie dal fallimento e contenne quindi la disoccupazione, produsse però anche un effetto negativo e cattive operazioni di privati andarono a pesare sulla comunità, visto che l’Iri era sovvenzionato dallo stato. Poco contenti dell’iniziativa furono gli industriali a capo di aziende “sane”, che non ebbero bisogno di finanziamenti pubblici ma si videro costretti a pagare i finanziamenti degli altri.

venerdì 25 novembre 2011

La creazione

Storia del popolo ebraico
(dalle origini alla costituzione dello stato di Israele)
Capitolo 9 

La narrazione biblica parte dall’origine del mondo, per collegare fra loro la creazione e la storia di Abramo, e si svolge su temi fondamentali interconnessi: la terra promessa, il culto di YHWH e l’Alleanza (Testamento) stretta fra Dio e il popolo di Israele.
Nella Genesi troviamo un doppio racconto della creazione: uno di redazione sacerdotale ed uno di redazione Jahvista.
Il mito della creazione descritto in entrambi i racconti della Genesi mostra somiglianze a quelli circolanti in tutta la zona mediorientale. Gli Israeliti, quindi, fanno riferimento a un patrimonio culturale comune di credenze tipico delle zone mesopotamiche e egizie. Ma in questo racconto viene inserito un elemento nuovo: il rapporto speciale che lega il Dio di Israele agli uomini. Tutti gli dei della natura comuni alle civiltà delle origini vengono identificati in un Dio individuale che consegna al suo popolo un chiaro e rigido codice etico. Se il popolo di Israele si atterrà al patto di osservare un comportamento in linea con quanto stabilito dal Creatore, questi ne farà il suo popolo eletto.
Il racconto sacerdotale è quello che usa i sette giorni (sei di lavoro e uno di riposo), con il famoso incipit “In principio…”. Il racconto presuppone che all'inizio ci sia uno stato iniziale informe e la creazione avviene per separazioni successive giorno per giorno (la luce dalle tenebre, le acque superiori e inferiori, le acque inferiori e la terra, ecc.). Il sesto giorno vengono creati gli animali e poi viene creato l’uomo, destinato a dominare su tutto il resto della creazione; l’uomo viene creato a immagine e somiglianza di Dio e benedetto perché sia fecondo. Il settimo giorno Dio porta a termine il lavoro e cessa ogni attività. Dio benedice e consacra il settimo giorno: ciò diventerà, nell’ebraismo, il precetto del riposo del sabato.
Il racconto jahvista è quello ambientato invece nel giardino dell’Eden, dove Dio crea l’uomo dalla polvere e la donna da una sua costola. Il paesaggio descritto ha lo sfondo proprio della società mesopotamica dell'epoca: i canali, i fiumi ed una civiltà già agricola, dove si coltiva la terra. Viene quindi inserito l’aneddoto che presenta il peccato originale e il racconto di Caino e Abele. Le figure dei due fratelli rappresentano le forme di comunità proprie dell’epoca, i pastori nomadi (Abele) e gli agricoltori stanziali (Caino). Le tensioni fra i due gruppi erano all’ordine del giorno nel mondo antico. Segue poi la genealogia jahvista di Caino, condannato per il fratricidio a vagare errante e a una vita di duro lavoro. Caino si dirige verso il paese di Nod dove trova una moglie, di cui il racconto non fornisce nessuna spiegazione circa la sua presenza sulla terra, a favore di una lettura del racconto come mito popolare sulle origini dell’umanità. A contraddire la condanna a vagare per la terra, lo si trova poi fondatore del primo insediamento urbano, a cui darà il nome del suo primogenito, Enoch
Nel racconto sacerdotale invece viene ignorato il peccato originale e l’omicidio di Abele per descrivere la genealogia di Set (fratello minore di Caino nato dopo la morte di Abele), discendenza più importante perché condurrà direttamente a Noè e ai patriarchi prediluviani. Le genealogie per questa fonte rivestono un’importanza particolare per colmare il vuoto tra Adamo e Noè e tra Noè e Abramo. 
Successivamente, il racconto combina le storie jahvista e sacerdotale senza sopprimere le loro divergenze di dettaglio per affrontare il tema del diluvio universale.
Vi sono anche narrazioni sumere e babilonesi sul diluvio molto simili al racconto biblico che comunque rimane indipendente dalle altre, ma potrebbe fare riferimento alle inondazioni avvenute nella valle del Tigri e Eufrate. Anche nel poema epico sumero Gilgamesh, la prima leggenda scritta conosciuta, si racconta di una grande inondazione dalla quale gli uomini si salvarono costruendo un’arca.
Il racconto del diluvio viene sovente visto come anticipazione del battesimo. Qui ha inizio molto del simbolismo biblico: Dio vede la malvagità dell’uomo sulla terra e si pente di averlo creato. Decide quindi di cancellare ogni forma vivente, e salvare solo Noè (discendente di Adamo) e la sua famiglia perché sono gli unici a meritarlo. Ordina a Noè di costruire una tebah (cassa o scatola) di legno e di imbarcarvi l’intera famiglia (moglie, figli, nuore e nipoti) insieme a una coppia di animali. Sulle coppie di animali la fonte jahvista e sacerdotale non sono convergenti: una sostiene che Noè avrebbe imbarcato una coppia per ciascuna specie animale; l’altra che sull’arca avrebbero trovato posto sette paia di animali mondi, sette di animali immondi e sette paia di ogni specie di uccello.
L’acqua del diluvio, oltre a provenire dal cielo sottoforma di pioggia, scaturisce anche dagli abissi sottostanti la terra. Essa ricopre il mondo facendo morire ogni specie vivente. Secondo una versione piove per quaranta giorni e quaranta notti, secondo un’altra versione per centocinquanta giorni. Quando le acque finalmente si ritirano l’Arca di Noè si ferma sulle montagne di Ararat. Dio ordina a Noè di lasciare l’Arca e “essere fecondo e moltiplicarsi”, come era già stato ordinato a Abramo.
Dopo il diluvio Dio stabilisce una nuova Alleanza con l’uomo. Promette a Noè che non maledirà più la terra a causa dell’uomo, poiché l’istinto umano è incline al male fin dalla adolescenza e non sterminerà più gli esseri viventi. Per suggellare questo patto traccia un arcobaleno nel cielo. Inizia qui il grande tema biblico dell’Alleanza. Vengono poi impartite a Noè una serie di norme dietetiche, ammettendo la carne insieme ai cibi vegetali, unici ammessi nei capitoli precedenti. Viene poi ribadita a condanna dell’omicidio.
Finora non si è scoperto ove fosse situato l’Eden e non furono mai ritrovati i resti dell’Arca. Le montagne di Ararat sono localizzate nella regione che circonda il lago di Van, nell’attuale Turchia, a metà strada tra il Mar Nero e il Mar Caspio. 
L’episodio seguente sembra introdotto per giustificare la conquista della terra di Canaan e la pratica della schiavitù. Il figlio Cam vede incidentalmente il padre Noè nudo e di conseguenza il figlio di Cam, Canaan, viene maledetto a essere schiavo dei suoi fratelli. Gli Israeliti si sentono così chiamati a dominare sui discendenti di Canaan (i Cananei), che avevano pratiche sessuali dissolute. Il vedere la nudità del padre potrebbe aver simboleggiato la pratica all’omosessualità o comunque poteva venire associata con gli osceni costumi sessuali dei Cananei. Gli altri due figli di Noè, Sem e Jafet ricevono invece grandi benedizioni da parte del padre. Il nome Sem è la radice della parola “semita” che si applica a varie popolazioni, compresi Ebrei e Arabi. La discendenza di Sem condurrà fino ad Abramo.
Segue poi il racconto jahvista della torre di Babele, che offre una spiegazione della diversità dei popoli e delle lingue. Il tutto viene visto come un castigo di Dio per una colpa collettiva. Gli uomini emigrano dall’oriente e si stabiliscono in una pianura del paese di Sennaar. Parlano tutti la stessa lingua e decidono di costruire una torre altissima che li riempia di gloria. Dio non gradisce che gli uomini si costruiscano una strada verso il cielo, quindi li punisce facendogli parlare lingue diverse in modo che non si capiscano più fra loro e li disperde sulla faccia della terra in modo da interrompere da costruzione della torre. La narrazione fornisce una spiegazione sulle aspirazioni trascendentali dell’uomo a essere come Dio e attesta l’esistenza di costruzioni monumentali rinvenute soprattutto in Mesopotamia, costituite da grandi torri sovrapposte, chiamate ziggurat (da un antico termine accadico che significa “alto”) e che facevano parte del complesso del Tempio. Le costruzione delle ziggurat potè essere stata influenzata dalle piramidi egiziane, più vecchie  di qualche centinaio di anni. La pianura di Sennaar indica infatti la pianura al di là del Tigri e l’Eufrate, ovvero la Mesopotamia, attualmente l’Iraq meridionale. La Mesopotamia, parte della cosiddetta “mezzaluna fertile”, che partendo dall’Egitto passa lungo la costa del Mediterraneo comprendendo gli attuali Libano e Israele fino a comprendere Siria e Iraq, fu la culla della civiltà e della storia con la popolazione dei sumeri verso il 6500 a.C. 
La storia della torre di Babele fornisce una spiegazione circa il nome della città di Babilonia, che in lingua sumera significa “porta degli dei” ma che in ebraico ricorda un verbo che indica l’azione di confondere. Gli autori della Genesi sembrano qui usare il gioco di parole per screditare il popolo che più tardi li avrebbe deportati come schiavi proprio in quella città.
La redazione sacerdotale prosegue invece con la descrizione degli ascendenti di Abramo, quasi a dire che Dio poco alla volta viene a costruirsi il suo popolo prediletto, lasciando in secondo piano gli altri popoli.
Per la descrizione dell’epoca dei patriarchi (Abramo, Isacco e Giacobbe e Giuseppe), la storia si sofferma su aneddoti personali e tratti pittoreschi, senza alcuna preoccupazione di unire questi racconti alla storia generale. La datazione dei patriarchi, tradizionale ma ipotetica si colloca intorno al 1800-1700 a.C.


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